VERDE – GIALLO – ROSSO

 

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Dal “ vaffa “ al “ nuovo umanesimo “

Il titolo non tragga in inganno, non è il gioco delle tre carte o i classici colori di un semaforo, ma la simbologia cromatica che – nella dialettica politica degli ultimi tempi – fa riferimento a dei mondi e a delle posizioni partitico-programmatiche ben precise. La cronaca è nota e quanto successo nell’arco degli ultimi giorni ferragostani può lasciare lo spazio a tutta una serie di considerazioni, osservazioni, dubbi che ben si prestano in queste particolari occasioni.

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La politica – si sa – è anche l’arte del possibile, ma quanti – alla vigilia della crisi – avrebbero scommesso su una rapida soluzione della stessa e soprattutto con questa ipotesi di governo che, per quanto azzardata, non aveva certo i prodromi ( se non altro sul piano delle precedenti reciproche “offese “ , spesso attraverso linguaggi piuttosto pesanti) di essere presa in considerazione. Ha vinto lo stato di necessità? Non lo so! Sarebbe comodo sospendere il giudizio sul nuovo governo in attesa di vedere cosa succederà, ma questa nuova alleanza, anche se “ tatticamente “ può trovare mille giustificazioni e motivazioni, come cittadino poco mi convince e come elettore non mi sento molto rappresentato. Non vuole essere solo un distinguo o una negazione della necessità del “ comunque “ fare, ma contribuire a capire, o meglio definire, come non basti un contratto (prima) o un accordo (adesso), per mettere insieme saldamente ideali, storie, contenuti e progetti che toccano così da vicino l’uomo e l’intera società, i mondi che li connotano nelle loro diverse specificità. Siamo davvero sicuri che solo governando un Paese, lo si cambi? Non siamo più – in oratorio o in qualche spazio verde di periferia – quando un tempo, da ragazzi, ci si scambiava la squadra per rincorrere un pallone. L’esperimento giallorosso, rispetto alla possibile “svolta “ dell’uomo forte o solo al comando, può e saprà davvero anche convertire il “ vaffa “ al “ nuovo umanesimo “, come enunciato dal riconfermato capo del governo? Me lo auguro, ma faccio tanta fatica ad intravedere, almeno a breve, dei concreti percorsi pronti ad essere intrapresi per incarnare politiche autenticamente “ popolari “, parole quanto mai abusate, deformate e travolte da una ondata di “ populismo “ che ha pesantemente caratterizzato i trascorsi mesi di governo giallo verde. Senza voler dimenticare o sminuire le grandi questioni legate all’economia, all’ambiente, al fenomeno migratorio che oggi il nostro Paese deve affrontare , anche a livello internazionale, non nascondo di essere preoccupato soprattutto su temi importanti come lavoro, giovani, educazione e famiglia.

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Per un semplice motivo. La politica risponde sempre in ritardo alle domande di protezione sociale che stanno diventando laceranti. La povertà, ad esempio, non è soltanto mancanza di reddito da lavoro: è isolamento, fragilità, paura del futuro, tocca dunque molteplici aspetti della nostra vita sociale.

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Uscire da un esperimento fallito per cogliere un’opportunità seria e difficile al fine di impostare una politica di medio lungo periodo che finalmente rimedi ai trend negativi di questo Paese, in un mondo che cambia repentinamente, può essere davvero una sfida esaltante, ma i presupposti da cui si parte lasciano ancora aperti troppi interrogativi, non ultime le sempre possibili lacerazioni e contrapposizioni interne ai partiti di governo. C’ è un’altra doverosa premessa da fare, che difficilmente, non so quanto riuscirà ad essere soddisfatta. Speriamo davvero finiscano, si mettano da parte le attuali modalità con cui la comunicazione – a tutti i livelli – viene usata per accendere gli animi, screditare e far prevalere le paure. Un clima d’odio e di preclusione che – se perpetuato – non può che strozzare il bisogno assoluto di dialogo e di confronto per trovare – a cascata – le soluzioni migliori per il bene del Paese e delle nostre comunità. Purtroppo riusciamo ancora a dividerci su tutto, a contrapporre le piazze, persino su temi fondamentali come quello della famiglia sul quale stiamo pagando un ritardo tanto incredibile, quanto ingiusto. Accolgo con soddisfazione che nella formazione del nuovo governo ci sia un dicastero proprio ad hoc, con un ministro donna, ma non vorrei rimanesse solo un segnale di buona volontà, come già avvenuto più volte in passato. Le istituzioni pubbliche, tutte, non possono più fare finta che la famiglia sia solo un fatto privato, perché invece rappresenta davvero – in ogni tempo – il termometro più sensibile dei cambiamenti sociali. Se non vogliamo rassegnarci al declino demografico e diventare inevitabilmente un Paese di vecchi, dobbiamo ripartire proprio da una attenzione reale alla natalità, prendendosi cura delle mamme lavoratrici, imparando a riconoscere la loro funzione sociale, soprattutto confrontandoci con quanto già sperimentato positivamente in altre realtà europee per assumere in maniera convinta le opportune misure economiche e fiscali. Sono più che mai urgenti e necessarie un insieme di azioni che abbiano la loro cornice di rifermento in politiche familiari e di welfare davvero innovative, se – sul serio – si vuol puntare a ribaltare gli attuali limiti che impediscono di riadattare il nostro sistema sociale a esigenze differenti e complessità crescenti. Sono consapevole che nessuno ha la bacchetta magica, ma proprio sui fatti, sui risultati potremo misurare il grado di incisività di una seria azione di governo, sempre che non finisca per prevalere – ancora una volta – una eccessiva ideologizzazione su determinati temi e problemi, ma puntando sempre ai capisaldi della libertà e della responsabilità, così ben richiamati dalla nostra Costituzione. Il tutto, guardando con convinzione ad una rinnovata Europa, la nostra (indispensabile) casa comune dove – da protagonisti attivi – continuare a difendere, rivendicare e promuovere i principi fondamentali della centralità dell’uomo.

Gigi Villotta
08 Settembre 2019

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