UNA DISTANZA DA COLMARE

nonno e nipote

Curare e prendersi cura

La Residenza per Anziani Francescon di Portogruaro ha vissuto, la settimana scorsa, una serie di iniziative aperte al territorio per promuovere uno stile di invecchiamento attivo e consapevole. Si sono festeggiati anche i dieci anni della manifestazione “ Giochi senza barriere “, un evento in cui gli anziani, anche non autosufficienti, sperimentano le proprie abilità motorie e cognitive, in un clima di sano agonismo e socializzazione tra gli ospiti dei Centri di Servizio operanti nel Portogruarese. Grande festa finale con pranzo comunitario e concerto di chiusura organizzato dalla Associazione Amici della Francescon, nel grande parco della Casa. Particolare rilievo è stato dato alla “ Giornata mondiale per l’alzheimer “ celebrata mercoledì il 21 settembre. Infatti oltre un milione e 200mila sono in Italia le persone colpite da una forma di demenza. Probabilmente più della metà di queste è affetta proprio dalla malattia di Alzheimer, con sintomi che vanno dalla perdita di memoria alla difficoltà nel linguaggio, ai cambiamenti d’umore e di comportamento fino a quando il peggiorare di tutte queste condizioni inficia l’autonomia della persona malata che finisce col dipendere esclusivamente dalle cure di familiari e personale sanitario. E’ stato calcolato in 11 miliardi di euro l’anno nel nostro Paese il costo della malattia, di cui il 73% viene sostenuto dalle famiglie. Per questo è stato lanciato un appello per cambiare il modo di prendersi cura dei malati mettendo al primo posto la qualità di vita e la dignità della persona stessa. Bisognerà puntare su un assistenza di base non specialistica, con contributi pianificati e coordinati da parte di tutti i livelli del settore sociosanitario. Tra gli strumenti da promuovere si punta sempre di più allo sviluppo di “ comunità amiche “ delle persone con demenza, seguendo esperienze dove si punta a rendere le città pienamente fruibili. Il tutto passando attraverso l’informazione all’intera comunità sulle necessità dei malati evitando lo stigma della discriminazione, anzi aiutando a creare una rete di cittadini capaci di aiutare le persone con demenza, ad alleviare in particolare le difficoltà delle famiglie. Situazioni spesso drammatiche che, allargando lo spettro a tutta la gamma della non autosufficienza, portano a numeri davvero pesanti. Secondo la Società italiana di Gerontologia e Geriatria – elaborando i dati forniti dalle Asl – sono oltre duecentomila gli anziani non autosufficienti in Italia che non ricevono le cure alle quali hanno diritto. La stragrande maggioranza sono in lista d’attesa per entrare in una residenza per anziani o ricevere cure domiciliari. Liste d’attesa infinite, anche da noi, che possono durare anni e che le Regioni non riusciranno a smaltire e che gli interessati non riusciranno a scalare, se non ricorrendo al settore privato con costi elevatissimi. Così spesso i malati e le relative famiglie sono lasciati a se stessi, perché la continuità terapeutica resta un miraggio. Dopo la fase post acuzie vengono dimessi senza che per loro si trovi un’adeguata soluzione, scarseggiando le strutture di lungodegenza. Servirebbero più risorse per l’assistenza domiciliare ed un adeguato sostegno economico alle famiglie che si prendono cura dei malati cronici. Siamo arrivati al paradosso che molto spesso chi oggi ha cinquant’anni si trova nella difficile condizione di dover scegliere se aiutare i propri genitori per curarsi o i propri figli a costruirsi un futuro. Non è solo un problema di tipo economico, ma se davvero vogliamo evitare la “ Cultura dello scarto “ allora non basterà più delegare alla politica, ai servizi sul territorio e al volontariato la gestione della complessa questione, ma deve diventare una problematica nostra, di tutti i cittadini, a cominciare dalle nuove generazioni. Sì proprio i giovani, compreso quel 42 per cento che nel Nord Est dimostra indifferenza nei confronti del mondo over 65, stanti i dati dell’ Osservatorio curato da Demos. Infatti l’evoluzione del tessuto sociale in questi ultimi trent’anni ha determinato una trasformazione nel dialogo/rapporto con gli anziani. Un cambiamento molto visibile e tangibile, diretta conseguenza di alterazioni graduali intervenute nel tempo nei nuclei familiari e nella società. La famiglia non è più quella di qualche decennio fa, quando il legame tra genitori, figli e nipoti era molto intenso e vissuto pienamente. Oggi le relazioni si sono fatte più difficili. E’ il naturale effetto di tutto un insieme di stimoli che arrivano da internet, dalla televisione, dalle mode e che hanno di fatto introdotto nuovi codici di sviluppo. In particolare i giovanissimi sono convinti di essere già grandi, così sono portati a pensare e a comportarsi come tali, senza però essere formati interiormente, compresa la crescita affettiva. In generale il tempo a disposizione per i propri cari si è di molto limitato, anche quando l’anziano è malato. Si stanno costruendo dei confini molto definiti tra generazioni. Basta frequentare gli ospedali, ma soprattutto le nostre case di riposo per rendersi conto di quanta gioventù si rechi, non dico, a “ portare conforto o prendersi cura “ di chi è malato o solo, ma a conoscere queste realtà. Non mancano certo le eccezioni, ma sono mosche bianche, malgrado i tentativi di sensibilizzazione portati avanti da qualche prete o alcuni insegnanti nelle scuole. Stiamo costruendo un mondo assai poco solidale, un macrocosmo di indifferenza dove però accanto convive un microcosmo di persone disponibili che dedicano una parte della vita, o una vita intera, al volontariato rivolto agli anziani. Ce ne sono anche in riva al Lemene, anche se non ce ne accorgiamo.

Gigi Villotta