SALUTE, BENE PRIMARIO!

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Siamo lasciati soli davanti alla malattia?

La salute è un bene primario. Lo sappiamo tutti, perché ne siamo direttamente fruitori. Non basta però occuparsene solo quando stiamo male o ne siamo toccati da vicino, ma dovremmo avere sempre – tra tante delicate materie – un’attenzione particolare proprio per le politiche socio-sanitarie. Tanto più oggi, in un contesto sociale nazionale caratterizzato da pochissime nascite e con gli ottantenni che in trent’anni sono raddoppiati (oggi sono 4 milioni, il 7% della popolazione). Per tanti ordini di motivi che vanno dai bisogni sempre numerosi, alle cure e ai servizi prestati, ai costi delle prestazioni, non sempre a carico del SSN ( Servizio Sanitario Nazionale). Un impegno notevole che coinvolge tante competenze legislative, tecnico professionali e finanziarie. E’ risaputo che il socio sanitario rappresenti la “ fetta “ più sostanziosa dei bilanci regionali, ma sono soldi ben spesi, se non vengono usati male o peggio sprecati. L’attenzione all’uomo, a tutto l’uomo, non deve mai venir meno, perché la sofferenza ed il dolore – non solo fisici – possono davvero causare danni pesanti – non solo materiali – al singolo, alle famiglie e alla comunità di appartenenza. Ecco perché è importante occuparsene, interessarsi e non soltanto in occasioni particolari, ma anche quando emergono casi che possono coniugarsi con l’interesse generale.

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Non ci si può lamentare o magari indignare solo quando le liste d’attesa per una visita specialistica sono lunghissime, non si trova posto in una residenza per anziani o quando un determinato e costoso farmaco rimane a completo carico dell’assistito. Perché non se ne parla o lo si evidenzia anche quando alcuni servizi non funzionano, quando determinati reparti ospedalieri vengono ridimensionati oppure scelte e logiche, non sempre comprensibili, portano a privilegiare determinate soluzioni che non tengono affatto conto delle realtà territoriali che si intendono  “servire“ ? Il Portogruarese ne rappresenta un caso tipico, essendo – tra l’altro – area di confine tra due Regioni ( Veneto e Friuli V.G.) dove la “ sanità “ funziona e considerata di buon livello, con diverse punte di eccellenza. Certo la materia è complessa, ma certe “ battaglie “ non si dovrebbero combattere solo per il “ campanile “, come avviene per chiudere o aprire un punto nascita, ma guardare davvero all’ interesse generale che, molte volte, rimane penalizzato da scelte programmatiche che magari non guardano ad altri campi, come – ad esempio – quello oncologico-terminale, sempre più urgenti ed indispensabili per le ricadute pratiche che quotidianamente comportano.

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Si pensi solo al rapporto tra l’acuzie ospedaliera e l’assistenza di cura e riabilitazione domiciliare, con tempi e modalità che davvero mettono in crisi intere famiglie. Chi ha provato, ne sa qualcosa! E si potrebbe continuare, perché quando si tocca “ la carne “ dell’uomo gli esempi e i campi di interesse si moltiplicano a dismisura. Ci sono però due aspetti che dovrebbero interessarci particolarmente e che qui intendiamo affrontare. Il primo riguarda una domanda che in molti si pongono e che già tanti vivono sulla propria pelle. Pagare o rinunciare a curarsi? Ormai è acclarato come nel nostro Paese il principio sacrosanto di uguaglianza nell’accesso alle terapie stia, con evidenza, scomparendo. Lo stanno dimostrando le statistiche: quasi venti milioni di italiani – a prescindere da ricchi e poveri, del sud o del nord – sono costretti a mettere mano al portafogli per le prestazioni sanitarie che non riescono più ad ottenere dal servizio pubblico. C’è già chi parla di una vera e propria emergenza sanitaria che di fatto viene a negare i tanto dibattuti Lea ( livelli essenziali di assistenza).

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Possiamo allora cominciare a dire che siamo lasciati soli davanti alla malattia? Ancora le cifre a parlare chiaro: la spesa privata è salita a 37 miliardi di euro, con un 7% in più dal 2014, mentre quella pubblica ha fatto registrare un – 0,3 %. Ben 1.437 euro è la spesa sanitaria media per famiglia, con aumenti del 100% in caso di anziani e del 200% per quanto riguarda disabili e non autosufficienti. Dati davvero sconfortanti per i “ forzati della sanità “ nelle loro odissee quotidiane, quando si riesca a prenotare con tempi di attesa davvero molto lunghi. Per non dire di quel 35,8 % di utenti che lo scorso non vi è riuscito, almeno una volta, trovando le liste chiuse. C’è molta insoddisfazione in giro e l’esasperazione, alcune volte, porta a delle vere e proprie aggressioni verbali e fisiche nei confronti di operatori ai CUP e perfino di infermieri e medici. 14 milioni di italiani, intanto, hanno già provveduto a stipulare una polizza sanitaria integrativa. Secondo aspetto, purtroppo una triste constatazione. Ci troviamo di fronte ad un lento ma costante scivolamento del nostro SSN verso un inesorabile declino, proprio perché – sempre più – comincia a lasciare al proprio destino milioni di cittadini che non arrivano più ad accedere ai diversi servizi, sia preventivi che diagnostici, come pure quelli assistenziali e riabilitativi.

Ospedale di Portogruaro
Ospedale di Portogruaro

Vi concorrono una serie di fattori che vanno dall’invecchiamento della popolazione, all’aumento delle malattie croniche, fino alla pesante crisi economica con conseguente definanziamento della spesa pubblica. Attorno a questa complessa ed articolata problematica si sta, fortunatamente, aprendo un tavolo di discussione, perché così non si può certo continuare. Mi rifiuto di pensare che ci sia sotto un disegno occulto di smantellamento e privatizzazione del nostro Servizio sanitario nazionale ed allora bisognerà subito agire introducendo alcuni correttivi che – secondo diversi esperti – non possono prescindere da tra elementi di base: la rimodulazione delle prestazioni erogate gratuitamente, la ridefinizione dei criteri della compartecipazione alla spesa medica e soprattutto l’avvio di un grande piano nazionale della prevenzione. Speriamo davvero di farcela, questo Paese ha bisogno di futuro!

Gigi Villotta

Portogruaro, 24 Giugno 2019

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