POVERTA’ , REDDITI e WELFARE!

Diventare poveri, peggio di essere poveri

L’Epifania tutte le feste porta via ……recita un vecchio adagio. Durante le ultime feste natalizie, pur immersi in un’atmosfera di luci artificiali e da ripresa dei consumi, in più di un’occasione e in diversi ambienti, si è sentito parlare anche di “povertà”. A dire il vero, non è la prima volta, perché – in questo particolare periodo dell’anno – tendiamo tutti ad essere più buoni e generosi e quindi finiamo per accorgerci anche di chi è più sfortunato o in difficoltà, non solo economiche. Natale finisce allora per diventare solo un’occasione e quindi preferiamo lasciare questo complesso tema/problema – per il resto dell’anno – solo agli uomini di buona volontà e alle associazioni umanitarie e caritatevoli. Ma il Natale appena trascorso ha visto anche chiudersi il nostro Parlamento per la fine della legislatura con la conseguente apertura della campagna elettorale, dove i botti di Capodanno non hanno nulla di invidiare alle subitanee “ bombe/promesse” sparate dai vari leader politici, in vista del voto fissato per il prossimo 4 marzo. Speriamo davvero che nei programmi elettorali “ la lotta alla povertà “ diventi una sorta di asse portante, perché ne va delle sorti dell’intero Paese, alla pari dei valori macroeconomici della nostra bilancia pubblica. Servono misure strutturali e di ampio respiro. Non bastano più provvedimenti tampone o bonus per cercare di rimediare a situazioni sempre più pesanti e penalizzanti, in particolare derivanti dalla mancanza di lavoro. Lo stesso reddito di inclusione ( Rei ), recentemente introdotto dal governo centrale, raggiungerà solo il 38% dei poveri che, è utile ricordare, sono quasi 5 milioni ( 8% della popolazione nazionale) quelli assoluti, censiti dall’ISTAT. In pratica oltre 6 su 10 ne rimarranno fuori, per non parlare dei minori con un 41% degli esclusi, proprio nella fascia che il provvedimento legislativo intenderebbe maggiormente proteggere. Il limite principale di questo strumento sta dunque nell’insufficienza degli stanziamenti, mentre a valle andrà verificata l’efficacia delle politiche di reinserimento. La strada per avere una misura universale è stata intrapresa, ma il cammino è ancora lungo. Ecco perché questo tema non va assolutamente trascurato, ma deve diventare impegno preciso e concreto, non certo restare solo una bandiera di comodo solo per accalappiare voti. Ma, si sa, certe forme di povertà fanno paura. Ecco allora che, per il momento, qualcuno preferisce glissare sull’argomento o prendere altre strade che poco hanno a che fare con la solidarietà. Una domanda, a questo punto, si impone: Chi sono i poveri? Una categoria che una volta, quando ero bambino, appariva abbastanza chiara e definita, basandosi sulla diseguaglianza di reddito e su alcuni segmenti sociali, per definizione marginali. Oggi davvero tutto si è rimescolato, arrivando ai “nuovi poveri generazionali” e alle “classi disagiate”. Comunque la classica disuguaglianza permane, anzi si accentua. Basti guardare al nostro Veneto dove il 10% più ricco accumula da solo cinque volte il reddito a disposizione del 10% più povero. Se i numeri sono sostanza ( più che mai in questo caso! ) in Italia ci sono 307mila famiglie, pari all’1,2% del totale, che possiedono il 20,9% della ricchezza finanziaria. Per combattere la povertà bisogna allora cominciare a ridurre la diseguaglianza, che di questa è l’espressione estrema. Attenzione però a non fermarsi solo sul parametro economico, perché la povertà può trasformarsi e tradursi in malessere sociale non più sotto forma di aperti conflitti, ma si sostanzia in forme individuali di disperazione o si incanala in sentimenti di forte matrice identitaria.  Dunque diventare poveri è peggio di essere poveri. In sintesi potremmo dire che per entrare nella categoria dei poveri bisogna non potersi permettere neanche l’indispensabile, con l’inevitabile paragonarsi agli altri per definire la conseguente percezione del proprio stato. Ecco allora diventa fondante e fondamentale rapportarsi con il “ fattore famiglia”, perché rappresenta davvero lo strumento che cambia il modo stesso di selezionare chi ha più o meno diritto alle previste agevolazioni di legge nel campo dei servizi sociali, dalla scuola alla casa, dal lavoro ai trasporti. Sanno bene i comuni quali siano le ricadute pratiche sui propri bilanci, in particolare quando trattasi di casi legati ai minori. Se lo strumento è solo politico, diventa culturale invece la rivoluzione che consente alla famiglia di trovare finalmente cittadinanza nelle politiche sociali. Infatti ci vuole una formula che corregga l’attuale Isee ( Indicatore situazione economica equivalente) per contrastare la disgregazione sociale e la crisi demografica, proprio guardando alla famiglia come risorsa sulla quale investire e nella quale credere. Il record negativo di nascite che si ripropone ogni anno in Italia racconta la storia di nuclei sempre più in difficoltà e di giovani che faticano a diventare genitori a causa di un contesto economico non facile e soprattutto di una cultura che per troppo tempo ha relegato la famiglia ai margini. Un conto davvero salato in termini economici e valoriali. Ecco perché il tema della povertà deve restare al centro del dibattito politico ed elettorale. Speriamo che la prossima legislatura rappresenti davvero il motore di un confronto aperto e la risultanza di soluzioni idonee per strategie possibili e per strumenti più adeguati, al fine di ridurre le differenze e vincere tanti egoismi. Dovremmo tutti ricordarcelo nel momento in cui esprimeremo il nostro voto. Ecco perché diventa importante tenersi informati, anche leggendo attentamente i programmi delle diverse forze politiche che concorreranno alla formazione del nuovo parlamento.

13 Gennaio 2018                                                Gigi Villotta