OLTRE IL TRAUMA

Tecnici della Protezione Civile durante i soccorsi nelle zone del Centro Italia colpite dal terremoto del 24 08 2016
Tecnici della Protezione Civile durante i soccorsi nelle zone del Centro Italia colpite dal terremoto del 24 08 2016

Siamo gli uni nelle mani degli altri

Sono passate solo due settimane dai tragici eventi sismici che hanno colpito il Centro Italia e già le relative notizie non compaiono più sulle prime pagine dei giornali e della televisione. Un’altra volta è giunto il momento, come Paese, di rimboccarsi le maniche, ma dimenticare è facile. Per questo bisognerà tenere una luce sui fatti, coscienti che l’oblio soffoca la giustizia e non garantisce futuro. Tornare a vivere è davvero duro – lo abbiamo sperimentato giusto quaranta anni fa in Friuli – perché non si può fare a meno di confrontarci quotidianamente con tanti sentimenti che vanno dalla rabbia al dolore, dai rimpianti ai tanti vuoti che lacerano.

Guardare avanti con tanto coraggio e forza, ma senza la vicinanza ed il sostegno di una comunità e di istituzioni credibili non si aiuta concretamente, anzi si rischia di umiliare ulteriormente. Affrontare il male e vincere il dolore, questo il possibile sguardo oltre le macerie. In questi tragici giorni abbiamo ascoltato al riguardo tante considerazioni e riflessioni, alcune delle quali anche abbastanza contradittorie. C’è stato chi ha affermato che non sono i terremoti ad uccidere, ma ciò che l’uomo ha costruito nelle zone a rischio, mentre altri hanno posto l’attenzione sulla ineluttabilità degli eventi sismici, quindi chiamando in causa il Padre Eterno o la natura matrigna. Perché ? Dio dove sei ? Due domande che sono risuonate, che sanno d’antico, ma che restano brutalmente nuove di fronte a ogni catastrofe. Ragione e fede rischiano di rimanere mute, come non basta avere un riparo per essere casa. Tendiamo sempre a cercare un responsabile, perché è difficile ammettere che in questo mondo siamo solo fragili ramoscelli indifesi. Ecco allora che devono farsi strada non solo le qualità personali, ma soprattutto le capacità e le possibilità di condivisione, perché nessuno può affrontare il trauma da solo. La ferita ed i suoi effetti nel tempo, se non affrontati, diventano ancora più devastanti. Ciascuno di noi, nella relazione con gli altri, ha un contributo da portare e una competenza da offrire. Quasi un’eredità da far rivivere. Certo il dolore non si cancella, ma a volte ci rende più umani, ci serve ad aprire gli occhi e a vedere nuove strade, regalandoci la comunione con chi condivide, anche sbarazzandoci del superfluo. Si può davvero rinascere se dal dolore nascono frutti da donare. Vale per tutti ed in ogni tempo. Dobbiamo essere consapevoli che siamo gli uni nelle mani degli altri, nella speranza che siano mani pietose, e per chi ha fede nelle mani di Dio. E’ una lezione da non scordare mai quella che la terra è nel contempo grembo e tomba, intreccio di vita e morte, di vite spezzate e rinate. Per trovare la forza dentro alla disperazione sono allora più utili il silenzio, la riflessione e la comprensione? Torna prepotentemente di attualità la domanda di sempre: dov’ è Dio? Dovremmo però anche doverosamente aggiungere: dov’ è l’uomo? con il suo “io”, le sue passioni e i suoi intrighi ! Mi piace tentare una risposta che possa coniugare i due quesiti.

protezione civile amatrice 2016
Tecnici della Protezione Civile durante i soccorsi nelle zone del Centro Italia colpite dal terremoto del 24 08 2016

Forse si può trovare nella presenza di nuovi “angeli custodi “, identificandoli con quei giovani volontari, in quei vigili del fuoco, in tutte quelle donne e quegli uomini di buona volontà che si fanno prossimi, che non fanno battere le lancette dell’orologio, ma quelle del cuore. Che non scappano e che rispondono al grido di dolore e di disperazione dell’uomo. Credo sia questa la vera risposta della speranza all’angoscia, ed anche della fede alla nostra fragilità. Il dolore, l’afflizione e la paura da una parte, gli slanci di generosità, l’altruismo e la solidarietà dall’altra sono sentimenti e stati d’animo posti di fronte ad un contrasto irreversibile, ma che nascono e convivono in maniera innaturale proprio grazie alla disgrazia. Nel nostro Paese continua ad essere ampia e crescente la fiducia nel volontariato, mettendo così in evidenza una certa sfiducia nei confronti delle istituzioni politiche e dello Stato. Anche se, per poter agire in maniera efficace e continua, deve partecipare in stretta relazione con il pubblico e la politica. Ma il volontariato rimane un fatto personale o è un modello di società? Basterebbe guardare ai tanti esempi che la storia ci ha consegnato, non ultima ( per attualità di cronaca ) quella di madre Teresa di Calcutta per capire che tutto parte da una scelta personale, da un gesto di “misericordia”che germoglia in un cuore attento e generoso solo quando incontra l’altro e ne coglie il disagio, la sofferenza, la perdita della dignità della persona. Non è certo un atto di eroismo o una prerogativa riservata a pochi, perché sono davvero tanti, anche dalle nostre parti, coloro i quali ritengono che né la sofferenza né la misericordia conoscono barriere, distanze, differenze, razze o religioni. Qualche volta per scoprirli sarebbe sufficiente avvicinarsi e frequentare luoghi e situazioni dove le miserie umane si toccano con mano e si presentano in tutta la loro complessità. Sono gesti che finiscono per scuotere e per interrogare. Tutti. Valgono più di tante parole o di disumane vignette.

Gigi Villotta