LA PROVA DELLA MALATTIA

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Attenzione alla parola “ dono “

Visto ormai che gli sbarchi clandestini non fanno più cronaca, l’ultimo nostro periodo ferragostano ha trovato nella repentina crisi del governo giallo verde la principale fonte di comunicazione. Non certo per ordine di importanza, ma almeno per lo spessore etico sociale assai stimolante che ha comportato, c’è stata, però, un’altra notizia che è finita su tutte le prime pagine dei giornali. E’ morta a 40 anni, Nadia Toffa. Conduttrice televisiva, molto conosciuta con il programma d’inchiesta “Le Iene”. La sua vicenda è nota essendo sempre stata seguita da vicino sui social e sui media, dopo il suo annuncio in diretta di avere un cancro. In Italia muoiono circa 500 persone al giorno per tumori. Lo scorso anno sono stati 369mila i casi diagnosticati, con il Friuli prima regione per incidenza e con il Veneto con ben 31.750 nuovi ammalati, in leggera prevalenza uomini. Nella nostra regione si parla di 87 nuove diagnosi di cancro ogni giorno. Credo non esista persona o famiglia che, direttamente o indirettamente, non abbia vissuto questo dramma. Si contemperano valori, sentimenti ed emozioni che quando toccano “ il fine vita”, possono portare a prese di posizione e distinguo non sempre condivisibili e dunque diventano spesso oggetto di discussioni ed interpretazioni non facili da accettare. I casi – nel tempo – non sono mancati e spesso è stata la magistratura a dover supplire a quanto, nel merito, il parlamento non ha provveduto. Basti pensare al 24 settembre prossimo quando la Corte Costituzionale, accertata ormai l’assenza di una decisione da parte dei partiti, terrà un’udienza ed emetterà una sentenza sul fine vita ed il suicidio assistito, che “ di fatto “ sostituirà il legislatore. Un pronunciamento che, per il momento, rappresenta un rebus per tutti. Infatti è proprio il suo valore definitivo, al contrario di una legge che è sempre modificabile, che spaventa non pochi, soprattutto chi teme una “ deriva eutanasica “. Un’altra storia non bella della nostra storia parlamentare. Una complessa problematica che periodicamente torna alla ribalta e che magari avremo modo di affrontare in altra occasione. Tornando a Nadia Toffa, proprio il giorno dei funerali, sui social delle Iene si scriveva: “ Qualcuno potrebbe pensare che hai perso, ma chi ha vissuto come te, non perde mai. Hai combattuto a testa alta, col sorriso, con dignità e sfoderando tutta la tua forza, fino all’ultimo respiro”. L’ennesima dimostrazione di come la protagonista abbia trasformato la sua malattia in un’esperienza pubblica, con il nobile scopo di convincere gli altri che le cose brutte della vita non sono baratri, ma trampolini. Un particolare non secondario se si pensa che dopo l’operazione, la chemio e la radio, la simpatica conduttrice aveva scritto un libro “ Fiorire d’ inverno” dove ha raccontato il cancro e la sua esperienza, anche ricevendo critiche per averlo definito “ un dono, un’occasione, una opportunità”. Proprio qui, su questo particolare passaggio, che vorrei soffermarmi e portare alcune riflessioni. Premessa doverosa è riaffermare che la malattia, come la vita, rimane sempre un’esperienza individuale condizionata da una miriade di variabili, quasi mai riconducibili ad una ricetta collettiva. Infatti chi ha già sperimentato i limiti della condizione umana, sa bene che le parole sono importanti anche in virtù del fatto che non sono tutte uguali. In particolare in bocca a chi fa delle parole la sua professione, come succede per un giornalista, ad esempio. Ancor di più se dispone di un palcoscenico mediatico molto ampio in televisione e sui social, condividendo le fotografie scattate durante le cure a cui si è sottoposta. Ha sempre raccolto ed stata seguita con tanta simpatia ed affetto. C’è pero un vulnus, che mi permetto di evidenziare, contenuto in uno dei passaggi chiave riportati nel libro citato. “ Ecco qui, ragazzi, in questo libro vi spiego come sono riuscita  a trasformare quello che tutti considerano un sfiga, il cancro, in un dono, un’occasione, una opportunità”. Non sono d’accordo, pur ritenendo legittimo scrivere pubblicamente della propria esperienza da malata, senza dover pensare ad una sorta di tendenza che porta a riflettere di questi nostri tempi in cui niente è privato e tutto è pubblico. Certo la questione è altamente soggettiva, ma credo che il termine dono possa sposarsi e completarsi bene con altri termini.  La vita è un dono, un figlio è un dono, come per l’amore e l’amicizia. Ho cercato di capire: perché un tumore? Ci sono stati tempi in cui la malattia era tenuta nascosta, non se ne parlava, considerata una sorta di castigo per chissà quali colpe. Ricordo, fin da bambino, quando in casa, in ambito familiare, si faceva riferimento solo al “ brutto male “. Oggi fortunatamente se ne discute, se ne scrive ( tante anche le autobiografie ) e lo stesso mondo del volontariato, attivo nei diversi luoghi di terapia e cura, ne è una concreta testimonianza. Tutto questo è un bene perché credo aiuti moltissimo altri a non sentirsi soli o stigmatizzati nella malattia. Definire però un cancro un dono, a mio parere, sembra eccessivo anche se – sottolineo nuovamente – lo può essere stato soggettivamente per Nadia Toffa. Dicevo prima che ognuno di noi conosce storie di dolore, di sconfitta, di delusione, di lotta anche strenua verso orizzonti oscuri e mi chiedo se davvero definiremmo un tumore un dono, dopo aver perso un amico, una madre o aver condiviso il tormento di una chemioterapia, di un intervento, di una serie di ricadute. Ancora di più le parole, come già evidenziato, diventano importanti, anche perché le esperienze sono diverse, molto diverse e i tumori non proprio tutti uguali. Compresi gli stessi ammalati. Sì proprio loro con le diverse diagnosi, diverse le possibilità di cura e soprattutto diverse le relazioni da cui trarre coraggio e forza. Alcuni non ce la fanno, altri si aggrappano alla normalità, altri ancora non depongono mai le armi. Altri affidano a un Altro la propria sofferenza. Davvero non c’è un modo giusto ed uno sbagliato per affrontare una dura prova, come quella di un cancro. Ognuno di noi sa che, alla fine, ne esiste solo uno: il proprio.

Gigi Villotta

22 Agosto 2019

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