LA LIBERTA’ AL TEMPO DEL CORANOVIRUS

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Perso l’uomo, persa la libertà

L’ultimo è stato un 25 Aprile del tutto nuovo e particolare. Dopo 75 anni dalla sua istituzione, non era mai accaduto che, a causa della perdurante epidemia da covid-19, niente manifestazioni e cortei nelle città, né discorsi ufficiali e così la Festa della Liberazione è stata celebrata soprattutto sul Web, in un’immensa piazza virtuale che comprende idealmente case, balconi, finestre addobbate dal tricolore degli italiani in quarantena. Anche nei nostri comuni cerimonie brevi ed essenziali con la deposizione di corone d’alloro, semplici mazzi di fiori ai monumenti e alle lapidi che ricordano i caduti o la Resistenza, cui hanno partecipato una sola autorità civile ed un unico rappresentante delle associazioni partigiane o combattentistiche.

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Lo è stato anche per me, chiuso in casa. Una novità assoluta se penso al lungo periodo (55anni) durante il quale non ho mai mancato di presenziare in piazza della Repubblica a Portogruaro alla cerimonia ufficiale del 25 Aprile. Eccezione il 1970 festeggiato a Venezia sfilando come lagunare in piazza S.Marco. La prima volta era il 1965 quando, studente al quarto anno delle superiori, assieme ad alcuni compagni di classe decidemmo di parteciparvi, dopo una stimolante lezione in aula del compianto prof. Ezio Marchesan, nostro insegnante di italiano. Ricordo anche la suggestiva cerimonia del 25 aprile 1978 che vide la partecipazione in riva al Lemene dell’allora presidente della Camera dei Deputati on. Sandro Pertini, divenuto successivamente Capo dello Stato. Sono sempre convinto che il 25 Aprile rappresenti il Natale della nostra democrazia, ma le polemiche – anche stavolta, seppur in forma ridotta rispetto agli anni precedenti – non sono mancate e quindi per niente messe da parte, malgrado il particolare momento che sta attraversando il nostro Paese. Non sono mancati i tentativi di inventarsi ricorrenze intermedie che vadano bene per ognuno, tipo una Festa per tutti gli italiani. Addirittura qualcuno ha ipotizzato pure una Festa per i guariti di Covid, come se chi sostiene la Liberazione non sostenesse le guarigioni dal virus.

Quel che peggio si sono verificati ancora, purtroppo sempre numerosi, alcuni atti di vandalismo a monumenti e lapidi in ricordo di partigiani uccisi, come successo alla periferia di Roma. Come si può dire che il 25 Aprile è morto? Chi lo afferma è ben lontano dal capire che non si celebra solo la liberazione dell’Italia dal flagello nazifascista, ma si celebrano anche i nobili ideali che hanno dato vita alla nostra Costituzione.

Oggi ci troviamo tutti in un isolamento forzato e forse possiamo capire ed apprezzare meglio cosa sia la libertà per la quale si sono battuti i partigiani e l’esercito regolare, schierati al fianco degli alleati. Per non parlare delle tante vittime civili, vittime innocenti di rastrellamenti e rappresaglie. Rimane sempre il massimo rispetto per tutti i morti, di entrambe i fronti in una guerra spesso fratricida. Ecco perché il “ 25 Aprile “ deve risuonare oggi, più che mai, come l’occasione per un’autentica riflessione sulla parola libertà. Bisogna però avere l’accortezza di non confondere il significato di questa Festa che, non va dimenticato, deve sempre rappresentare l’uscita dalla guerra ed il riscatto nazionale dal giogo nazifascista, con una sorta di liberazione, universalmente auspicata, dalla epidemia in corso. Anche le parole hanno un loro preciso significato. Tanto più oggi, devono venir sempre più misurate, chiarite ed approfondite, pena il rischio di non capirsi. Infatti, in questo periodo di lutti e sofferenze per la pandemia, diventa persino azzardato fare paragoni con la guerra, quella tradizionale, figurarsi con la lotta di liberazione. Semmai una triste constatazione. L’attuale malattia si sta portando via gran parte degli ultimi testimoni di quel lontano giorno di settantacinque anni fa. Stanno andandosene i nostri vecchi – quelli che più di tutti pagano il prezzo più alto per aver casualmente incrociato il Covid-19 – che sono parte della generazione sopravissuta al secondo conflitto mondiale e che, con grandi sacrifici, ha portato il nostro Paese dalla fame al benessere. Ecco perché, ora, tocca proprio alle nuove generazioni di essere testimoni dei testimoni, quindi non disperare mai, sperare sempre. Ripensare alla propria vita con coraggio e si torni, perché no, anche a sognare. Per questo servono ancora e sempre nuovi e buoni   “resistenti “. Quelli che, oggi come ieri, non dimenticano e non la fanno facile, e sanno dire grazie a chi si è battuto ieri e a chi si batte oggi. Quelli che vogliono pensare un’Italia, un’Europa ed un mondo più onesti, partecipi e giusti.

E’ davvero possibile, come ripete papa Francesco, anche se siamo uomini e donne che vengono da strade differenti, ma che non devono aver paura di camminare insieme, di tenere la stessa direzione sforzandosi di essere solidali e allo stesso tempo sodali. Sì è proprio vero, se si perde l’uomo si perde anche la libertà, il rispetto della vita. Per questo non posso trovar di meglio che concludere questo contributo riportando quanto ha scritto recentemente il poeta Roberto Mussapi: “ La resistenza è l’antivirus: il coronavirus è dannoso, tremendo, fa tanti morti, ma il virus che non ci salva, che ci abbatte ed ammorba, è una malattia dell’anima “. Questo, auspico e spero, sia stato e sarà il 25 Aprile di una nuova, impensata quanto drammatica, Resistenza.

Gigi Villotta

27 Aprile 2020 ( Città per l’Uomo )