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TRISTEZZA E PREOCCUPAZIONE

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Contrastare “ l’odio concreto “
La notizia che Liliana Segre, scampata alla Shoah, sia costretta a girare con la scorta per difendersi da tante minacce incitanti all’odio razziale, non può non provocare un senso di scoramento ed anche di disgusto. Non solo messaggi via Facebook da parte di vigliacchi che si nascondono dietro falsi profili, ma anche manifesti pubblici in bella vista. Contro chi? Una donna che, non solo è testimone degli orrori del passato, ma che sa spiegare i motivi che hanno portato alla tragedia dell’Olocausto e i pericoli che la società moderna corre ignorando il passato, o dimenticandolo o giustificandolo o anche solo ridimensionandolo. Se è necessario dare alla Segre una scorta, vuol dire allora che molti interrogativi non sono astratti, ma molto concreti!

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I segnali sono tanti e vengono da più parti, comprese le nostre terre. “ La Segre dovrebbe vergognarsi, forse qualche ebreo dovrebbe ricordarle che non tutti hanno avuto la fortuna di salvarsi e strumentalizzare fa schifo”: così si è espressa l’ex coordinatrice di Forza Italia a Portogruaro. “ Tornatevene a casetta “ con accanto l’immagine di un camino: questo il commento su Facebook partito da Mogliano Veneto. E si potrebbe continuare, includendo anche i treni della memoria, definiti “ faziosi “ perché trasportano centinaia di studenti – ogni anno – solo nei luoghi dove si consumò l’Olocausto. Non mancano, per fortuna, anche quanti – apertamente – hanno fatto sentire la propria voce, ritenendo necessario fare qualcosa riguardo questo pesante clima d’odio e di intolleranza. Infatti una sessantina di cittadini portogruaresi, impegnati nella vita sociale e civile, hanno sottoscritto una lettera indirizzata al presidente del consiglio comunale e al sindaco chiedendo che venga approvato un documento di solidarietà e stima nei confronti della senatrice Liliana Segre, da condividere con tutte le rappresentanze sociali, culturali ed istituzionali del territorio, perché va accolto l’invito della comunità ebraica di “ rispondere al razzismo. Portogruaro ha una significativa storia di convivenza ed ospitalità con gli ebrei che vi abitarono fin dal 1500, con diversi episodi di riparo e protezione durante le persecuzioni nazi-fasciste. Basti citare la signora Elsa Poianella Bellio, dichiarata nel 1998 da Israele “ Giusta tra le Nazioni “ per aver ospitato nella sua casa di borgo S.Giovanni una famiglia ebrea, i Falk. La lettera non fa riferimento alla mancata adesione di alcune parti del Parlamento alla “ Commissione Segre “, ma unicamente al rispetto che tutti devono a questa straordinaria donna. Una protagonista, una voce autentica che punzecchia la nostra coscienza collettiva, così sulla scena italiana che europea dove dilaga l’odio ed il linguaggio che ne sgorga. Non si può non essere d’accordo con il presidente Mattarella quando afferma che per contrastare proprio questo “ odio concreto “ servono prioritariamente solidarietà e senso di responsabilità. Quello che è difficile capire, e sono in molti a chiederselo, come su certi valori sia possibile spaccarsi, perché, rifacendosi proprio ai principi costituzionali, o l’Italia è democratica o non lo è, o è antifascista o non lo è. Eppure c’è stato un tempo in cui certi valori erano condivisi. Tempi anche di grandi contrapposizioni ideologiche, dove però finivano per emergere alcuni principi basilari sul cui consenso di fondo, perchè incardinati nella Carta costituzionale, non ci si divideva. Tra questi il rifiuto del fascismo con i suoi corollari di razzismo, antisemitismo e nazionalismo aggressivo. Ricordo le aspre contrapposizioni nei comizi o nelle stesse aule parlamentari, ma rimanevano sempre dei paletti invalicabili, delle parole impronunciabili, dei gesti non ammissibiliOggi sembra tutto sdoganato ed anche i linguaggi sono diventati sempre più inappropriati, per non dire inopportuni, perché troppo spesso pesanti e volgari. Ad essere chiamata in causa, in primis, la politica che, anziché guidare i processi sociali, non solo li rincorre ma li amplifica, in un gioco perverso di tutti contro tutti, alla ricerca ossessiva di un consenso peraltro effimero. Molte volte, poi, con la forzata invocazione della difesa della libertà di espressione e con la malcelata evocazione di pericolose derive, si finisce per rompere quel basilare consenso costituzionale attorno ad alcuni valori fondanti della nostra convivenza sociale e politica. Manca, poi, nel nostro Paese – solo per fare un esempio e per rimanere in tema – una seria strategia di raccolta di informazioni e dati sul razzismo, di approfondimento delle sue cause e manifestazioni di elaborazione di strategie di prevenzione e contrasto. Tutto questo richiede investimenti, legittimazione pubblica e, ancora una volta, una precisa volontà politica. Servono quindi, al più presto, azioni incisive ed articolate che vanno dallo studio dei fenomeni a tutta una serie di azioni positive che devono comprendere anche ben calibrate sanzioni civili e penali verso chi scambia la libertà di espressione con il diritto di propagandare intolleranza e discriminazione. Forse così la violenza del linguaggio e dei gesti finirà di avvelenare la convivenza civile e provocare l’eclissi della ragione.
Gigi Villotta
11 Novembre 2019

I CONFINI DEI VALORI

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Puntare alla convivenza umana e sociale
Ancora una strage di migranti, l’ennesima, con il ritrovamento ai primi di ottobre, a poche miglia da Lampedusa, di decine di corpi annegati, in gran parte donne. Tra loro anche una mamma, abbracciata al figlio di pochi mesi. Immagini emblematiche di persone di questo nostro disgraziato presente che, non avendo più nulla in vita, resta solo un corpo da tramandare. Come non provare una grande commozione nel vedere i loro vestiti dondolare come alghe. Tanti visi e storie cancellate per sempre, restando invisibili nel nostro mondo di superficie, come quando erano in vita.

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Sono già più di mille, in questo 2019, le persone morte solo nel tentativo di attraversare il Mediterraneo. Abbiamo dimenticato ed archiviato in fretta le immagini di quel padre e bimbo di due anni, avvinghiati sotto la stessa maglietta, ripresi faccia in giù ed immersi nelle acque di un canneto del Rio Grande, ai confini tra il Messico e gli Stati Uniti.

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Come del corpo di un altro bambino diventato simbolo della crisi dei rifugiati siriani, fotografato senza vita in un tratto di mare antistante la Turchia. Un’altra tragedia destinata ad essere presto dimenticata ed archiviata. Siamo davvero degli illusi se pensiamo di chiudere gli occhi per fermare il mare, serrando i porti o issando divieti ai continenti, mentre – tutt’intorno – i mondi di superficie moltiplicano guerre, paure, fame, deserti, malattie e diseguaglianze. Scafi marci su cui salire che stanno accatastati a centinaia come muti testimoni di tragedie inenarrabili, come le tante scarpe spaiate, i quaderni dei bambini, le sacche e gli zaini che arrivano galleggiando sulle nostre spiagge. Tutti elementi che connotano tracce di corpi senza più identità, protagonisti di una identica storia che continuiamo a raccontarci e che facciamo finta di ascoltare. Possiamo ancora permetterci di dire: Se non partono, non affogano? Quale donna, quale mamma sarebbe così pazza da imbarcarsi su un guscio di noce con la propria creatura se quello da cui cerca di scappare non fosse peggiore del rischio di morire affogati? Non ci sono allora più colori in fondo al mare, perché non siamo più in grado di percepirli e così, magari nel nostro rimorso in bianco e nero, finire per rinfacciarci quel poco di umanità che ancora ci resta. Se guardiamo un mappamondo, il mar Mediterraneo quasi scompare nell’immensità delle acque che ricoprono il nostro pianeta. Sembra poco più di un laghetto, quasi chiuso e collegato col resto degli oceani solo da uno strettissimo passaggio. Eppure in questo bacino è cominciato tutto, da queste coste hanno preso le mosse culture che hanno plasmato la terra. In questo mare si sono incrociate le grandi civiltà che, pur combattendosi, si sono anche contaminate, determinando lo sviluppo di tutte le arti. La storia ce lo insegna, ma purtroppo viviamo in un tempo in cui l’ignoranza è assai diffusa e così tutto sembra venir dimenticato. Il Mediterraneo ha perso la sua naturale vocazione unitiva per diventare un muro, una frontiera, una trincea. Manca una concreta volontà di dialogo e di apertura, anche a livello europeo, lasciando terreno fertile alla cultura dell’odio continuamente alimentato, agitando lo spettro della paura. Un problema complesso che tocca molteplici aspetti che dipendono sì principalmente dalla politica e dall’economia, ma che devono necessariamente puntare al superamento dei confini e degli egoismi di parte attraverso la salvaguardia e la promozione di quei valori che stanno alla base della convivenza umana e sociale. E’ proprio il caso di cominciare a pensare che i veri confini a rischio non sono quelli tracciati sulla carta geografica, ma quelli legati ai valori che connotano la vita umana nei suoi diversi aspetti ! Alcune riflessioni, allora, si impongono. La nuova enfasi di blindare i confini non ha basi obiettive. E’ solo simbolica ed emotiva, oltre che selettiva, perché trasforma piccoli numeri di persone in stato di necessità, in funeste minacce per la sicurezza nazionale e l’ordine sociale.

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L’insistenza sulla cosiddetta industria delle migrazioni, ossia sui vari attori legali ed illegali che lucrano su chi, soprattutto dal Sud del mondo, chiede di attraversare delle frontiere in teoria inaccessibili, tende al far dimenticare i robusti interessi che si muovono alle spalle del fronte opposto, non ultimi le tecnologie e gli armamenti militari. Ciò che, però, deve più preoccupare è il fatto che si stia profilando una battaglia culturale decisiva per l’identità, i valori guida, il futuro stesso della nostra civiltà. Ormai le persone in cerca di scampo vengono sempre più identificate come indesiderati, pericolosi invasori, visti come nemici. Chi li soccorre poi è malvisto, perseguito in alcuni casi, proprio perchè ritenuti colpevoli di aiutare “ i clandestini “ a varcare i patri confini. Accoglienza, solidarietà, diritti umani stanno sempre più diventando disvalori per una buona parte del pensiero prevalente, non solo politico. Siamo ben distanti dall’appello di papa Bergoglio “ per Dio nessuno è straniero “.

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Una evidenza comunque deve rimanere certa: non si tratta solo di accogliere, ma di definire bene i criteri e i valori su cui intendiamo fondare la nostra convivenza ed il nostro futuro.
Gigi Villotta

24 Ottobre 2019

VERDE – GIALLO – ROSSO

 

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Dal “ vaffa “ al “ nuovo umanesimo “

Il titolo non tragga in inganno, non è il gioco delle tre carte o i classici colori di un semaforo, ma la simbologia cromatica che – nella dialettica politica degli ultimi tempi – fa riferimento a dei mondi e a delle posizioni partitico-programmatiche ben precise. La cronaca è nota e quanto successo nell’arco degli ultimi giorni ferragostani può lasciare lo spazio a tutta una serie di considerazioni, osservazioni, dubbi che ben si prestano in queste particolari occasioni.

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La politica – si sa – è anche l’arte del possibile, ma quanti – alla vigilia della crisi – avrebbero scommesso su una rapida soluzione della stessa e soprattutto con questa ipotesi di governo che, per quanto azzardata, non aveva certo i prodromi ( se non altro sul piano delle precedenti reciproche “offese “ , spesso attraverso linguaggi piuttosto pesanti) di essere presa in considerazione. Ha vinto lo stato di necessità? Non lo so! Sarebbe comodo sospendere il giudizio sul nuovo governo in attesa di vedere cosa succederà, ma questa nuova alleanza, anche se “ tatticamente “ può trovare mille giustificazioni e motivazioni, come cittadino poco mi convince e come elettore non mi sento molto rappresentato. Non vuole essere solo un distinguo o una negazione della necessità del “ comunque “ fare, ma contribuire a capire, o meglio definire, come non basti un contratto (prima) o un accordo (adesso), per mettere insieme saldamente ideali, storie, contenuti e progetti che toccano così da vicino l’uomo e l’intera società, i mondi che li connotano nelle loro diverse specificità. Siamo davvero sicuri che solo governando un Paese, lo si cambi? Non siamo più – in oratorio o in qualche spazio verde di periferia – quando un tempo, da ragazzi, ci si scambiava la squadra per rincorrere un pallone. L’esperimento giallorosso, rispetto alla possibile “svolta “ dell’uomo forte o solo al comando, può e saprà davvero anche convertire il “ vaffa “ al “ nuovo umanesimo “, come enunciato dal riconfermato capo del governo? Me lo auguro, ma faccio tanta fatica ad intravedere, almeno a breve, dei concreti percorsi pronti ad essere intrapresi per incarnare politiche autenticamente “ popolari “, parole quanto mai abusate, deformate e travolte da una ondata di “ populismo “ che ha pesantemente caratterizzato i trascorsi mesi di governo giallo verde. Senza voler dimenticare o sminuire le grandi questioni legate all’economia, all’ambiente, al fenomeno migratorio che oggi il nostro Paese deve affrontare , anche a livello internazionale, non nascondo di essere preoccupato soprattutto su temi importanti come lavoro, giovani, educazione e famiglia.

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Per un semplice motivo. La politica risponde sempre in ritardo alle domande di protezione sociale che stanno diventando laceranti. La povertà, ad esempio, non è soltanto mancanza di reddito da lavoro: è isolamento, fragilità, paura del futuro, tocca dunque molteplici aspetti della nostra vita sociale.

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Uscire da un esperimento fallito per cogliere un’opportunità seria e difficile al fine di impostare una politica di medio lungo periodo che finalmente rimedi ai trend negativi di questo Paese, in un mondo che cambia repentinamente, può essere davvero una sfida esaltante, ma i presupposti da cui si parte lasciano ancora aperti troppi interrogativi, non ultime le sempre possibili lacerazioni e contrapposizioni interne ai partiti di governo. C’ è un’altra doverosa premessa da fare, che difficilmente, non so quanto riuscirà ad essere soddisfatta. Speriamo davvero finiscano, si mettano da parte le attuali modalità con cui la comunicazione – a tutti i livelli – viene usata per accendere gli animi, screditare e far prevalere le paure. Un clima d’odio e di preclusione che – se perpetuato – non può che strozzare il bisogno assoluto di dialogo e di confronto per trovare – a cascata – le soluzioni migliori per il bene del Paese e delle nostre comunità. Purtroppo riusciamo ancora a dividerci su tutto, a contrapporre le piazze, persino su temi fondamentali come quello della famiglia sul quale stiamo pagando un ritardo tanto incredibile, quanto ingiusto. Accolgo con soddisfazione che nella formazione del nuovo governo ci sia un dicastero proprio ad hoc, con un ministro donna, ma non vorrei rimanesse solo un segnale di buona volontà, come già avvenuto più volte in passato. Le istituzioni pubbliche, tutte, non possono più fare finta che la famiglia sia solo un fatto privato, perché invece rappresenta davvero – in ogni tempo – il termometro più sensibile dei cambiamenti sociali. Se non vogliamo rassegnarci al declino demografico e diventare inevitabilmente un Paese di vecchi, dobbiamo ripartire proprio da una attenzione reale alla natalità, prendendosi cura delle mamme lavoratrici, imparando a riconoscere la loro funzione sociale, soprattutto confrontandoci con quanto già sperimentato positivamente in altre realtà europee per assumere in maniera convinta le opportune misure economiche e fiscali. Sono più che mai urgenti e necessarie un insieme di azioni che abbiano la loro cornice di rifermento in politiche familiari e di welfare davvero innovative, se – sul serio – si vuol puntare a ribaltare gli attuali limiti che impediscono di riadattare il nostro sistema sociale a esigenze differenti e complessità crescenti. Sono consapevole che nessuno ha la bacchetta magica, ma proprio sui fatti, sui risultati potremo misurare il grado di incisività di una seria azione di governo, sempre che non finisca per prevalere – ancora una volta – una eccessiva ideologizzazione su determinati temi e problemi, ma puntando sempre ai capisaldi della libertà e della responsabilità, così ben richiamati dalla nostra Costituzione. Il tutto, guardando con convinzione ad una rinnovata Europa, la nostra (indispensabile) casa comune dove – da protagonisti attivi – continuare a difendere, rivendicare e promuovere i principi fondamentali della centralità dell’uomo.

Gigi Villotta
08 Settembre 2019

CULTURA E POLITICA

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Intellettuali e cittadinanza attiva

Tempo addietro, sempre su queste pagine, ci siamo occupati dell’esigenza manifestata – in riva al Lemene – da un gruppo di persone della società civile, delle arti e delle professioni (della scuola in particolare) di promuovere delle iniziative tendenti a favorire l’incontro di cittadini al fine di discutere ed approfondire le principali questioni che toccano da vicino la nostra città ed il nostro territorio. Si è, in definitiva, voluto avviare un percorso di partecipazione e di confronto, realizzando una sorta di laboratorio sperimentale aperto, attraverso un modo nuovo di stare assieme, tentando così di attuare una forma, da più parti già esperimentata, di “ cittadinanza attiva ”.  

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Recentemente, dopo aver affrontato argomenti molto importanti come l’urbanistica, lo sviluppo economico e la salvaguardia dell’ambiente, è stato promosso un altro incontro – molto partecipato – su un tema altrettanto significativo: il ruolo e la funzione della cultura nel nostro tessuto sociale ed economico. Si è spaziato, attraverso diversi interventi “ stimolatori “, nei mondi della scuola, dell’ università, della musica, dell’arte ed archeologia e di quant’altro interessa da vicino la nostra realtà portogruarese, con particolare attenzione al centro storico. Basti pensare – solo per fare un esempio – a Via Seminario per capire quanto sia giusto e legittimo aprire un dibattito sulla possibilità di costituirne un vero e proprio “ sistema culturale evoluto “.

Palazzo Venenzio ed ex Carceri (già sede del Giudice di Pace)
Palazzo Venenzio ed ex Carceri (già sede del Giudice di Pace)

Il tutto nell’intento di offrire un contributo perché la città diventi sempre più “ civitas “, cioè comunità formata da persone ed istituzioni caratterizzate da identità non solo di produzione, ma di vera condivisione nel segno di una cultura che, più che spettacolo occasionale, diventi impegno quotidiano per far crescere tutta la comunità, partendo da quanto già esiste e non disperdendo un patrimonio frutto di inventiva ed anni di lavoro di tanta gente e di tante risorse messe a disposizione, anche in termini di spazi e strutture. Occasioni che significano concretamente – per chi ne vuole approfittare – non solo incontrarsi, ma anche esprimere i propri bisogni, condividere problemi ed aspirazioni di una comunità al fine di elaborare insieme strategie finalizzate ad un vivere bene a tutto campo e dar vita ad un rinnovamento e ad uno sviluppo fondati sulla qualità delle idee e dei progetti.

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Non bastano più gli slogan tipo “ Portogruaro: da città di cultura a città della cultura” , ” con la cultura non si mangia “, ma una visione politico- programmatica d’insieme che indichi chiaramente quali siano i grandi obiettivi strategici, i mezzi per raggiungerli e che guardi seriamente al governo della comunità, non al governo del consenso. Per comprendere appieno la portata di quest’ultima considerazione diventa necessario ampliare il campo di indagine e di valutazione, andando a fondo proprio sul rapporto tra cultura e politica. Infatti credo sia legittimo chiedersi: Che posto occupa la cultura nella politica? Ce l’ha veramente, o meglio: dov’è oggi la cultura nella politica?  Qui le opinioni possono divergere ed il dibattito farsi assai interessante, per alcuni aspetti anche provocatorio. Qualcuno sostiene sia preferibile che la cultura si tenga fuori, quanto meno ad una certa distanza dai partiti ed organizzazioni similari; altri invece che sarebbe un guaio se artisti, studiosi ed intellettuali si tenessero lontani dai politici, mancando così di influenzarli ed incalzarli.

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A dire il vero, recentemente, si è aggiunta un’altra posizione che ha già creato un certo interesse e ricevuto sostegno, ma anche fomentato più di una polemica. Infatti, più di una voce va sostenendo che – proprio ai nostri giorni – i politici e la politica espellono la cultura, perché – si dice – non la praticano. Non solo, ma nemmeno cercano la sua collaborazione guardandosi bene dal trovare ausilio negli “intellettuali “ e tanto meno dal farsi vedere assieme, tanto sono convinti che questi tengano lontani gli elettori. Forse, aggiunge qualche malalingua, hanno ragione perché ormai – salvo rare eccezioni – la gran parte degli intellettuali sono “ politicizzati “ e quindi non piacciono al grande pubblico. Non piacciono perché palesemente “ schierati “, come tanti giornalisti che conosciamo, o perché finiscono per caricarsi addosso un ” clichè “ elitario, distante dunque dalla dialettica comune, per non dire di quanti hanno una visione astratta, idealistica e puramente moralistica dei problemi sociali oggi sul tappeto.

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Potremmo sintetizzare così: meno c’è cultura nella testa e nei discorsi dei politici e più sono considerati capaci di sentire ed interpretare realisticamente quello che succede tutti i giorni nella vita della maggioranza dei cittadini. Siamo davvero sicuri che questa sia la strada giusta? Non ne sono convinto, perché – se non altro – non spetta ai politici e ai loro partiti/movimenti dirci come dobbiamo vivere, quale deve essere la società migliore e più giusta, quali i diritti e i doveri per cui impegnarsi. Credo spetti, invece, proprio alla cultura, intesa nel suo insieme di scienza, religione, arte, filosofia, ad orientare la nostra idea del presente, del passato e soprattutto del futuro. Bisogna credere nella forza della cultura come capacità formativa.

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Sarebbe fin troppo facile e comodo concludere dicendo che i politici ignoranti e brutali fanno solo danni, ma la sfida che ci si pone davanti, da Roma a Portogruaro, è tutta da scrivere e tocca da vicino le diverse anime anche delle nostre comunità. Dovremmo essere capaci di raccogliere questa ulteriore opportunità (#tuttaunaltraportogruaro# ), cercando anzitutto di esercitare – nelle forme che riterremo più opportune – la pratica della  “cittadinanza attiva “, cominciando proprio dal desiderio di confrontarsi con gli altri e portare il proprio contributo. Non dobbiamo mai dimenticare che una comunità va anche governata e la democrazia impone che siano proprio i cittadini elettori a scegliersi i propri rappresentanti. Con buona pace degli Intellettuali, anche nostrani!

Gigi Villotta               16 Luglio 2019

 

SALUTE, BENE PRIMARIO!

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Siamo lasciati soli davanti alla malattia?

La salute è un bene primario. Lo sappiamo tutti, perché ne siamo direttamente fruitori. Non basta però occuparsene solo quando stiamo male o ne siamo toccati da vicino, ma dovremmo avere sempre – tra tante delicate materie – un’attenzione particolare proprio per le politiche socio-sanitarie. Tanto più oggi, in un contesto sociale nazionale caratterizzato da pochissime nascite e con gli ottantenni che in trent’anni sono raddoppiati (oggi sono 4 milioni, il 7% della popolazione). Per tanti ordini di motivi che vanno dai bisogni sempre numerosi, alle cure e ai servizi prestati, ai costi delle prestazioni, non sempre a carico del SSN ( Servizio Sanitario Nazionale). Un impegno notevole che coinvolge tante competenze legislative, tecnico professionali e finanziarie. E’ risaputo che il socio sanitario rappresenti la “ fetta “ più sostanziosa dei bilanci regionali, ma sono soldi ben spesi, se non vengono usati male o peggio sprecati. L’attenzione all’uomo, a tutto l’uomo, non deve mai venir meno, perché la sofferenza ed il dolore – non solo fisici – possono davvero causare danni pesanti – non solo materiali – al singolo, alle famiglie e alla comunità di appartenenza. Ecco perché è importante occuparsene, interessarsi e non soltanto in occasioni particolari, ma anche quando emergono casi che possono coniugarsi con l’interesse generale.

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Non ci si può lamentare o magari indignare solo quando le liste d’attesa per una visita specialistica sono lunghissime, non si trova posto in una residenza per anziani o quando un determinato e costoso farmaco rimane a completo carico dell’assistito. Perché non se ne parla o lo si evidenzia anche quando alcuni servizi non funzionano, quando determinati reparti ospedalieri vengono ridimensionati oppure scelte e logiche, non sempre comprensibili, portano a privilegiare determinate soluzioni che non tengono affatto conto delle realtà territoriali che si intendono  “servire“ ? Il Portogruarese ne rappresenta un caso tipico, essendo – tra l’altro – area di confine tra due Regioni ( Veneto e Friuli V.G.) dove la “ sanità “ funziona e considerata di buon livello, con diverse punte di eccellenza. Certo la materia è complessa, ma certe “ battaglie “ non si dovrebbero combattere solo per il “ campanile “, come avviene per chiudere o aprire un punto nascita, ma guardare davvero all’ interesse generale che, molte volte, rimane penalizzato da scelte programmatiche che magari non guardano ad altri campi, come – ad esempio – quello oncologico-terminale, sempre più urgenti ed indispensabili per le ricadute pratiche che quotidianamente comportano.

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Si pensi solo al rapporto tra l’acuzie ospedaliera e l’assistenza di cura e riabilitazione domiciliare, con tempi e modalità che davvero mettono in crisi intere famiglie. Chi ha provato, ne sa qualcosa! E si potrebbe continuare, perché quando si tocca “ la carne “ dell’uomo gli esempi e i campi di interesse si moltiplicano a dismisura. Ci sono però due aspetti che dovrebbero interessarci particolarmente e che qui intendiamo affrontare. Il primo riguarda una domanda che in molti si pongono e che già tanti vivono sulla propria pelle. Pagare o rinunciare a curarsi? Ormai è acclarato come nel nostro Paese il principio sacrosanto di uguaglianza nell’accesso alle terapie stia, con evidenza, scomparendo. Lo stanno dimostrando le statistiche: quasi venti milioni di italiani – a prescindere da ricchi e poveri, del sud o del nord – sono costretti a mettere mano al portafogli per le prestazioni sanitarie che non riescono più ad ottenere dal servizio pubblico. C’è già chi parla di una vera e propria emergenza sanitaria che di fatto viene a negare i tanto dibattuti Lea ( livelli essenziali di assistenza).

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Possiamo allora cominciare a dire che siamo lasciati soli davanti alla malattia? Ancora le cifre a parlare chiaro: la spesa privata è salita a 37 miliardi di euro, con un 7% in più dal 2014, mentre quella pubblica ha fatto registrare un – 0,3 %. Ben 1.437 euro è la spesa sanitaria media per famiglia, con aumenti del 100% in caso di anziani e del 200% per quanto riguarda disabili e non autosufficienti. Dati davvero sconfortanti per i “ forzati della sanità “ nelle loro odissee quotidiane, quando si riesca a prenotare con tempi di attesa davvero molto lunghi. Per non dire di quel 35,8 % di utenti che lo scorso non vi è riuscito, almeno una volta, trovando le liste chiuse. C’è molta insoddisfazione in giro e l’esasperazione, alcune volte, porta a delle vere e proprie aggressioni verbali e fisiche nei confronti di operatori ai CUP e perfino di infermieri e medici. 14 milioni di italiani, intanto, hanno già provveduto a stipulare una polizza sanitaria integrativa. Secondo aspetto, purtroppo una triste constatazione. Ci troviamo di fronte ad un lento ma costante scivolamento del nostro SSN verso un inesorabile declino, proprio perché – sempre più – comincia a lasciare al proprio destino milioni di cittadini che non arrivano più ad accedere ai diversi servizi, sia preventivi che diagnostici, come pure quelli assistenziali e riabilitativi.

Ospedale di Portogruaro
Ospedale di Portogruaro

Vi concorrono una serie di fattori che vanno dall’invecchiamento della popolazione, all’aumento delle malattie croniche, fino alla pesante crisi economica con conseguente definanziamento della spesa pubblica. Attorno a questa complessa ed articolata problematica si sta, fortunatamente, aprendo un tavolo di discussione, perché così non si può certo continuare. Mi rifiuto di pensare che ci sia sotto un disegno occulto di smantellamento e privatizzazione del nostro Servizio sanitario nazionale ed allora bisognerà subito agire introducendo alcuni correttivi che – secondo diversi esperti – non possono prescindere da tra elementi di base: la rimodulazione delle prestazioni erogate gratuitamente, la ridefinizione dei criteri della compartecipazione alla spesa medica e soprattutto l’avvio di un grande piano nazionale della prevenzione. Speriamo davvero di farcela, questo Paese ha bisogno di futuro!

Gigi Villotta

Portogruaro, 24 Giugno 2019

SCELTE CONSAPEVOLI ?

Non basta più solo ascoltare

Siamo appena reduci da un’altra tornata elettorale. Abbiamo rinnovato i nostri rappresentanti al Parlamento Europeo, ma si è votato anche per eleggere tanti consigli comunali, compresa la maggioranza delle amministrazioni locali del comprensorio portogruarese. Siccome è risaputo che i voti si contano e non si pesano, almeno – per stavolta – saltiamo considerazioni e riflessioni sull’esito del voto e sul come si è arrivati ad un determinato tipo di risultato e di consenso elettorale. Aspetti ampiamente dibattuti e sviscerati da chi lo fa “ per mestiere “. Non ci interessa qui tanto capire chi ha vinto o perso e che nella recente campagna elettorale non si sia parlato affatto di Europa, ma tentare una riflessione a ritroso perché qualche segnale, anche a livello locale, è arrivato ed è dunque tempo di aprire un versante, un pensiero per tentare di porre rimedio ad una deriva che potrebbe finire per indebolire l’intero tessuto democratico del nostro Paese. Il riferimento principale va alla disaffezione, al disinteresse del cittadino verso la politica sia in termini soggettivi  (candidarsi ) che oggettivi ( andare a votare ). A questo ragionamento, però, una premessa va fatta e riguarda un nodo che va subito sciolto, perché altrimenti si corre il rischio di non essere chiari.

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Riguarda il concetto di “ periferie “, un termine mai tanto usato e ricorrente come di questi ultimi tempi, a tutti i livelli , e non solo urbani, ma esistenziali. Sono diventate terreno di caccia privilegiato per la politica, restando innanzitutto uno straordinario termometro sociale del Paese. Rappresentano infatti la memoria storica delle comunità, sostanzialmente perché anticipano i fenomeni di mutamento, pur custodendo al proprio interno i segni di futuro. In che maniera? Non certo fermandoci all’analisi dei flussi elettorali, basandosi solo sulla certificazione di quale forza partitica riesca meglio a cavalcare il sentimento politico, magari soffiando sul fuoco del malcontento popolare in un dato momento, ma allargando la prospettiva storica e sociale per capire quali sommovimenti profondi si stanno verificando. Occorre evidentemente ragionare in un orizzonte temporale molto ampio, non certo sui possibili decimali di punto raccolti o persi nell’urna. Per far questo bisognerà tornare a mettersi nei panni della “ gente “, provare a vedere con occhi “ altri “, aprirsi per sentire ciò che gli “altri “ sentono. Insomma il saper ascoltare ed immedesimarsi devono confermarsi, un’altra volta, disciplina necessaria non solo per chi cura la “ cosa pubblica “, ma anche per tutti i cittadini nella vita di ogni giorno ed in particolare quando scelgono i propri rappresentanti per gestire questa delicata “cura” del bene comune.  Una delle frasi ricorrenti, molto impregnata di qualunquismo, che si sente in giro è : “tanto sono tutti uguali “. Dire questo è davvero fuorviante, rappresentando un falso alibi per chi non si degna di perdere neanche un attimo della sua preziosissima vita per cercare di capire in che mondo siamo e per scegliere il progresso sociale, civile e politico, essendo giusti con tutti e premiando i migliori.

partecipazione-elettorale-nei-16-comuni-capoluogo-comparazione-tra-primo-e-secondo-turno-2019
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Certo uno vale uno ai fini elettorali, ma qualcuno – a guardar bene nella pratica corrente – neanche quello ed addirittura nessuno vale davvero. Rischia di  “contare”  solo il minuscolo o cospicuo interesse contingente di questo o di quel gruppo. E se c’è un abbondante 40 % di italiani che ora pende sovranamente da una parte, non possiamo dimenticarci del restante 60 per cento. Ecco perché bisogna ascoltarsi, non ascoltare e basta! Dipende da tutti noi, se davvero speriamo di cambiare il Paese. Certo, dipende da tutti noi, ma dobbiamo – a mio parere – renderci conto che all’orizzonte ci sono già oggi un paio di questioni che non vanno assolutamente sottovalutate. Una prima, di carattere generale, mi pare – guardando alla scena nazionale – si stia procedendo verso un futuro  “ senza trama “. La seconda di essere avviati verso un “ civismo “ che non presuppone la cittadinanza, il riconoscimento reciproco, orfani ormai di una costruzione partitica ormai destinata alla memoria storica e ancora alla ricerca di altre forme aggreganti e partecipative. Tentativi in atto, a questo proposito, ce ne sono anche nel Portogruarese ( come abbiamo già avuto modo di parlare da queste colonne ), ma fanno enorme fatica e le ricadute sono molto al di sotto delle pur legittime aspettative. Vorrei fare un solo esempio, riportando un dato che, se non opportunamente colto, potrebbe davvero rappresentare un vulnus per il futuro anche delle nostre comunità. Fermandoci al solo ambito politico amministrativo, si riscontra che sempre meno candidati si presentano alle consultazioni amministrative e già qualche comune (non solo i più piccoli) va alle urne con un solo aspirante al ruolo di sindaco, senza offrire alcun tipo di confronto. Eppure, un po’ dappertutto, ci si imbatte in una miriade di liste costruite attorno alle figure degli aspiranti primi cittadini, di borghi e frazioni che costituiscono il tessuto sociale di una città o di un paese, con nomi e motti evocanti soprattutto desideri. Il tutto nella illusione di creare forme aggregative di consenso elettorale attorno solo a delle parole. Ecco allora scorrere “ impegno “,  “fare per …”, “insieme “, “ vivi “, “obiettivo comune “, “passione comune”,  “uniti per”, “ cambiare “, e così andando, con rare più incisive originalità. Certo, anche per le nostre realtà, la vicinanza dei candidati con gli elettori non ha bisogno di troppo appellativi o di un marketing raffinato. In gioco infatti c’è soprattutto la fiducia, senza preoccuparsi della sostanza dei programmi.

Parliamo ancora di “ periferie ”, di amministrazioni periferiche dove dovrebbe albergare quell’empatia che facilita le relazioni, i risultati concreti, e rende più sopportabile la burocrazia. Da qui bisognerà ripartire, dando attenzione proprio al “ piccolo “, se vogliamo puntare ad una autentica coesione sociale che, alla fine, risulta il vero propulsore di democrazia diretta.

Gigi Villotta

07 Giugno 2019

IL GIOCO DELL’OCA ?

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Autonomia veneta: avanti o indietro !

Sono passati ormai diciannove mesi da quando, il 22 ottobre 2017, ci siamo recati alle urne per stabilire – tramite referendum consultivo – se attribuire o meno alla Regione Veneto ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia. La quasi totalità dei veneti ( 98% dei 2,3 milioni di votanti ) si è espressa a favore. Subito dopo la Regione ha aperto con il Governo di Roma un tavolo di trattativa per arrivare ad ottenere più competenze e relative risorse. In carica allora c’era il governo Gentiloni, con cui il presidente Zaia è arrivato, il 28 febbraio 2018, alla firma di una pre intesa quadro, poco prima delle elezioni politiche, limitata a cinque materie ( sanità, istruzione, ambiente, lavoro, rapporti con l’UE ). Sappiamo tutti qual è stato l’esito politico scaturito da quelle votazioni e anche l’autonomia ( non solo veneta ) è stata inserita nel “ contratto di governo “ tra la Lega ed il Movimento Cinque Stelle. Al dicastero degli Affari Regionali, ministero chiave della riforma, è stata nominata la veneta Erika Stefani, molto vicina al nostro governatore. Potendo contare dunque su un governo “ amico “, la Regione Veneto ha rilanciato – ampliando le proprie richieste – a tutte le 23 materie previste dalla nostra Costituzione. Lo scorso 14 febbraio 2019 la ministra Stefani ha consegnato al premier Conte le tre bozze sull’autonomia differenziata di Veneto, Emilia-Romagna e Lombardia. Da allora da palazzo Chigi non sono più uscite ed attendono di essere inviate in Parlamento per l’esame della relativa proposta di legge. Per avviarne la discussione, ad iniziare dalla Commissione bicamerale Affari regionali, bisogna prima che tutta materia passi per il Consiglio dei ministri per sciogliere l’ormai noto nodo “ politico “ di fondo. Ultima fumata nera, pochi giorni fa, il 20 maggio in un movimentato CdM notturno. Come andrà a finire non si sa, date certe ancora non sono state indicate e la polemica infuria, come si evince dai telegiornali e carta stampata, in attesa di capire cosa succederà dopo le votazioni europee. Questa – in estrema sintesi – la cronaca di una partita che sembrava già vinta e perfino data per scontata con tanto di scadenze e prese di posizione che non lasciavano margini di dubbio. La pazienza è finita, non si può attendere oltre, sta diventando una presa in giro, così – nel tempo – hanno cominciato e continuano a ripetere – in diverse occasioni – i più autorevoli esponenti del governo veneto.

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A tutt’oggi si è ancora in una condizione di grande stallo, una situazione molto simile al “ Gioco dell’ oca “, per la contrapposizione formale e sostanziale dei due alleati del governo nazionale. Anzi il clima si è ulteriormente incattivito con l’uso di toni ed epiteti davvero pesanti, complice anche la campagna elettorale per le Europee. Per quanto si potrà continuare a battere i pugni sul tavolo per non deludere i lombardo-veneti o rischiare di perdere voti meridionali, cercando di allargarsi al Sud ? Sarebbe lunga elencare tutti gli elementi che dividono e che ancora vanno sciolti, ma credo valga davvero la pena di tornare sui significati di “ autonomia “ e “ federalismo”, perché se non si ha l’umiltà culturale di capire bene di cosa si tratti e comporti in un contesto come l’attuale, significa che , ancora una volta, la strumentalità finisce per prevalere sul bene collettivo. Va detto subito che la proposta avanzata dalle tre Regioni di accedere alla autonomia differenziata non è affatto una riforma stravolgente, ma rappresenta la volontà e la richiesta di mettere a frutto delle potenzialità riconosciute e contenute nella nostra Costituzione. Certo che quanto proposto da Veneto, Lombardia ed Emilia- Romagna sono tutt’altro che proposte perfette. Attenzione però, perché non c’è niente di più conservatore che attendere la perfezione. E’ sempre tra alternative imperfette che si deve scegliere e poi lavorare a migliorare ciò che si è scelto. Questa dovrebbe essere, come metodologia, la strada da percorrere. Inoltre lo stesso concetto di federalismo, se inteso come sistema per mantenere un certo grado di autonomia tra diverse funzioni della politica e tra diversi livelli, rappresenta la regola chiave di una grammatica politica adeguata allo sviluppo di tutte le altre dimensioni della nostra vita sociale: economia ( “mercato”), religione (“libertà religiosa “ e non laicità), scuola (“libertà educativa”), diritto ( non ridotto alla legge) e così via. In poche parole bisogna scegliere tra federalismo o sovranità centralista, tra Repubblica o “ Stato “, così si è sempre sostenuto, perché così sta scritto nella nostra Carta Costituzionale. Tra le molte domande che continuano a serpeggiare, in tanti si chiedono se con queste autonomie differenziate si voglia attuare un malvagio progetto che metta “ il Nord dei ricchi “ contro “ il Sud dei poveri “. Da quanto finora emerso, non è dato sapere se sarà possibile spaccare questa sorta di tenaglia, ma per togliere ogni dubbio è arrivato davvero – per la politica tutta – il momento di dare delle convincenti e concrete risposte. Senza mai dimenticare che fare politica significa anche non osteggiare a priori quanto di buono e positivo viene proposto, semmai concorrere a migliorarlo, renderlo più coerente e efficace, farne emergere le contraddizioni per un risultato che comunque e sempre premi il Paese. Se invece prevarranno gli interessi di parte e gli schieramenti, anche l’autonomia veneta – tra avanti e indietro – rimarrà una forzatura o peggio una “ fregatura “, nel senso che il tutto potrebbe anche rimanere senza risposta. Speriamo non sia così e che si facciano le cose per bene, non dimenticando che prima o dopo i nodi veri vengono al pettine, a cominciare dalla voragine del nostro debito pubblico. L’ultima parola spetta al Parlamento, che – in fin dei conti – dovrebbe rappresentare sempre la sovranità popolare.

Gigi Villotta

22 Maggio 2019

EUROPA CERCANSI !

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Paese che vai ….Europa che vuoi

Tra un paio di settimane in 27 Paesi del Vecchio Continente si tornerà a votare per il rinnovo del Parlamento europeo. E’ la nona volta che succede, visto che si iniziò nel lontano 1979. In Italia l’appuntamento elettorale è fissato per domenica 26 maggio. Secondo un sondaggio di questi giorni il 72% degli italiani dichiara di voler rimanere in Europa, ma 1 su 5 non sa ancora cosa votare, se andrà a votare.

Roma
Roma

Ma stare in Europa significa, anzitutto, considerare le conseguenze delle proprie scelte politiche sull’intero scacchiere comunitario. Quanto lontani sono i tempi di quell’Europa sognata ed iniziata a costruire dopo l’ultima rovinosa guerra, allora piena di speranze e di progetti che nei decenni passati ha perduto coraggio di iniziative comuni, offrendo invece un panorama di compromessi e di affari, non affrontando mai il problema vitale dell’unità politica, della comunità dei popoli, andando oltre la gestione monetaria.

Amsterdam
Amsterdam

Vien legittimo allora chiedersi come abbia potuto mutare così radicalmente l’idea di Europa in questi ultimi anni? Certo il clima sociale è cambiato, ma se tutto non è successo con rapidità, forse – rapidamente – ce ne siamo accorti. Bisogna infatti far bene mente locale, ricordandoci che in poco più di due anni la cronaca ci ha consegnato la Brexit, l’elezione di Trump, il referendum in Catalogna per la secessione, i partiti sovranisti che si sono rafforzati ed imposti in vari Paesi, soprattutto dell’Est europeo, dando vita a vere e proprie alleanze ( leggi Visegrad ) su alcune tematiche di fondo, come ad esempio le barriere migratorie. Vento analogo spira anche nel nostro Paese, se guardiamo al referendum nel nostro Veneto e in Lombardia per l’autonomia e più in generale ad un rinnovato vigore dei movimenti autonomisti – di fatto euroscettici – lungo tutta la penisola.

Berlino
Berlino

Come si può vedere trattasi di fatti molto differenti tra loro, sia per natura che per portata, eppure hanno un denominatore comune che porta dritto ad una affermazione del nazionalismo e ad una insofferenza sempre più marcata verso le istituzioni centralizzate. Ecco perché l’Europa si trova tra i principali imputati, vista ed indicata piuttosto come “ matrigna “ al soldo dei cosiddetti poteri forti come il mercato e la finanza, anziché come madre e fonte di opportunità. Non mancano certo anche le voci dei filoeuropeisti, sempre più preoccupati della possibile caduta dell’Unione e alla disperata ricerca di motivazioni forti che portino a non spezzare la fine di un sogno, a dimenticare settant’anni di pace e in prospettiva rinunciare a contare qualcosa in un mondo globalizzato.

Madrid
Madrid

Ecco perché – anche stavolta – ritorna “ il grido “ di andare a votare, contarsi perché, da più parti, si dice che le prossime elezioni europee assumano sempre più una svolta epocale. Qualcuno, addirittura, le ha paragonate alle politiche del ’48 tra i due fronti capeggiati da De Gasperi e Togliatti, perché in quell’occasione si decideva il futuro del Paese, scegliendo di fatto in quale parte di mondo entrare e crescere. Non sarà così, ma certi paragoni e richiami servono sempre a far capire che sono sempre i cittadini elettori a decidere per quale forza politica votare e da chi farsi rappresentare.

Bruxelles Parlamento Europeo
Bruxelles Parlamento Europeo

E’ la democrazia, ma va esercitata non certo seguendo “ la pancia “ o il vento prevalente, ma cercando di informarsi e soprattutto conoscere bene i compiti e le diverse materie che sono di competenza degli organismi comunitari. Non sono mancate, anche dalle nostre parti ( IEICP a Portogruaro, FARE COMUNE al Marango di Caorle, etc. ) tante occasioni per approfondire questi argomenti, ma dobbiamo dire che la partecipazione è stata piuttosto scarsa, vista l’importanza e l’attualità della proposta. Si confermano dunque, anche da noi, i dati statistici da cui siamo partiti. Se poi si vuole completare il quadro relativo all’importanza di chi ci governerà a Bruxelles e Strasburgo, vale la pena ricordare che pochi mesi dopo le elezioni del parlamento europeo ci sarà anche la nomina del nuovo governatore della Bce ( la Banca centrale europea ), che prenderà il posto dell’italiano Mario Draghi. C’è da scommettere che chi vincerà le elezioni cercherà di influenzare la scelta, nella prospettiva di un cambio di linea della politica monetaria continentale.

Parigi
Parigi

Sono tutti elementi che rinforzano l’importanza di questo voto proprio perché rischia di avere conseguenze rilevanti sul nostro futuro e rispetto al quale credo sia bene prepararsi. Le carte in tavola oggi parlano di “ una destra “ in crescita, anche per la sostanziale assenza di una chiara alternativa, ma non tanto “ da sfondare “. Le istituzioni europee appaiono oggi molto consumate, con “la sinistra” sempre più identificata con Bruxelles, i grandi interessi e i ceti benestanti. Ed è su questa strategia che punterà anche la politica “ sovranista “ dell’attuale nostro governo, con buona pace dei due alleati, più che mai legati e dipendenti dai suffragi che scaturiranno dalle urne del 26 maggio prossimo. Varrà sia per Roma che Strasburgo.

Stockholm
Stockholm

Un’ultima annotazione, non meno importante, riguarda il linguaggio ostile e conflittuale sempre più diffuso a livello sociale che finisce non poco per incidere nella diffusione di concetti, oggi assai di moda, quali sovranismo, nazionalismo e populismo. Alcuni soggetti politici, ormai un po’ dappertutto, sono vere e proprie agenzie del rancore, senza minimamente tener contro che c’è differenza tra sdegno ed indignazione quando si raccoglie del malcontento, anche giustificato. Non ricordo dove ho letto che “quando le parole perdono i loro significati, gli uomini perdono la loro libertà “. Non è mai tardi che il linguaggio della politica torni sui binari della verità, perché – dicendo la verità – sono convinto si possano vincere anche le elezioni e si possa anche governare. Questa è la vera sfida che oggi, ai diversi livelli, viviamo sulla nostra pelle.

Gigi Villotta

07 Maggio 2019

SOLIDARIETA’, SPAZZACORROTTI E COESIONE SOCIALE

volontariato

L’incertezza del “ daspo “ vagante

Con il D.lgs. n°117 del 3 luglio 2017 e successivo decreto correttivo n°105 del 11 settembre 2018 si è dato il via alla riforma del Terzo Settore, un mondo complesso e variegato che conta in Italia 5 milioni e mezzo di volontari e che comprende fondazioni, cooperative sociali, associazioni di promozione sociale, organizzazioni di volontariato e tanto altro. I settori di intervento spaziano dal settore sociale al socio-sanitario, dalla tutela del patrimonio culturale ed ambientale, allo sport, al soccorso e protezione civile. C’era bisogno di mettere mano ad un “ sistema “ che nel tempo aveva mostrato tutti i suoi limiti, sicuramente non nell’azione quotidiana di supporto e sostegno, ma soprattutto nella necessità di fare chiarezza sulla identificazione dei soggetti, tramite l’iscrizione ad un registro nazionale, nonché sulla personalità giuridica, mediante l’introduzione di un modello di statuto che raccolga tutti gli aspetti e requisiti stabiliti dalla legge per potersi effigiare di tale denominazione. Nell’affrontare l’iter burocratico per mettersi in regola, si sono evidenziate un paio di questioni che non poche problematiche hanno creato alle diverse realtà, in particolar modo le piccole che sono la maggioranza. Vale la pena ricordare che nei 20 Comuni del Veneto Orientale sono circa 1100 le associazioni attive, di cui 110 nel comune di Portogruaro e 199 a S.Donà di Piave, secondo i dati 2018 della Fondazione Pellicani. La prima riguarda la complessità della normativa con alcuni passaggi interpretativi assai complicati e la seconda, invece, la pratica attuazione del nuovo codice che potrebbe mettere tante associazioni di volontariato a rischio esistenza. Questioni come la privacy, il regime fiscale, le caratteristiche e le funzioni proprie del volontario, gli obblighi assicurativi dei soci attivi sono e rappresentano solo alcuni dei problemi contenuti nelle nuove disposizioni di legge. Un altro aspetto molto importante, comune a tutti i soggetti del Terzo Settore, riguarda la modifica dello statuto sociale entro il prossimo mese di agosto 2019, adeguandolo alle nuove disposizioni di legge per essere inseriti nel Registro Nazionale e quindi poter entrare a far parte ufficialmente di questa “ grande famiglia “ con tutti gli obblighi e benefici che ne conseguono.

scartoffie

Quante associazioni possono contare su specialisti/esperti disponibili a risolvere gli intricati problemi cui sono chiamati a rispondere, o in alternativa ricorrere ad altri “ volontari “ pro bono o  rivolgersi a dei professionisti? Sta di fatto che le scadenze sono alle porte e bisogna provvedere! Non si sa quanto il legislatore ne abbia tenuto conto, certo è che – soprattutto per le piccole realtà – la strada non sempre è in discesa, con tutto ciò che ne consegue. Già sopravvivere, tra vincoli burocratici e normative sempre più stringenti, diventa una battaglia quotidiana e lo sanno bene quanti quotidianamente si prodigano per dare una mano. Cosa succederebbe se il variegato mondo del volontariato si fermasse, anche dalle nostre parti? Il pubblico, da solo, non ce la farà mai. Non è solo questione di strutture e di mezzi materiali ed economici, i volontari agiscono dove altri non possono arrivare, attivando vera solidarietà e concreta sussidiarietà. Rimane aperto un grande problema: il ricambio generazionale. Una variante, questa, che non dipende da norme e statuti. Anche da noi comincia ad evidenziarsi una stagione di difficoltà, in alcuni casi dovuta alla frammentazione e all’incapacità di fare rete. E’ auspicabile che qualcuno, ai diversi livelli politico- istituzionali, sappia al più presto leggere a fondo la realtà italiana, anche sotto il profilo “ culturale “, perché è arrivato davvero il momento di distinguere la ricchezza personale da quella collettiva ed il bene privato dal bene comune. E’ una sfida difficile, ma non impossibile, se davvero si crede nelle forze “ sane “ di questo meraviglioso Paese, a cominciare proprio da chi, anche dalle nostre parti, si mette quotidianamente e gratuitamente a servizio degli altri. Un patrimonio prezioso da salvaguardare e rinnovare. Non mancano, a questo proposito, anche delle forti contraddizioni, se non delle vere e proprie azioni che penalizzano – di fatto – tutto il Terzo Settore. Ne è un esempio la legge “spazzacorrotti “ , approvata dal nostro Parlamento, che, con l’intento di portare nella politica più trasparenza e prevenire così la corruzione, rischia di abbattersi su associazionismo e volontariato. Di fatto si è voluto equiparare i partiti alle associazioni. Una scelta che lascia non poco perplessi e che può calare come una scure su un mondo già gravato da non poca burocrazia. Cosa potrebbe succedere, se non si rimedierà al più presto “ aggiustando “ la norma, come è stato promesso a livello governativo? Potrebbe accadere che, se nel direttivo di una qualsiasi associazione di volontariato, siede – ad esempio – anche un solo consigliere comunale ( in carica o lo è stato nei 10 anni precedenti ) allora l’associazione è tenuta a produrre e pubblicare le stesse documentazioni e certificazioni richieste ai partiti politici, facendosi anche carico di tutti gli oneri, compresi quelli economici, che ciò comporta.

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Una vera follia, soprattutto per le piccole realtà, che finirebbero per perdere la disponibilità di molti volontari e quindi arrivare all’eventualità di dover chiudere. Una norma che finisce per legittimare l’antipolitica o peggio far passare l’idea della politica solo latrice di corruzione. Insomma una sorta di “ daspo “, tanto più in un Paese come il nostro dove il Terzo Settore svolge un ruolo fondamentale, sussidiario e necessario. Colpire nel mucchio non ha davvero senso e un bravo legislatore non dovrebbe farlo mai. E le mele marce? Si trovino e si usino gli strumenti adeguati per individuarle ed eliminarle. Non resta davvero che sperare si tratti di un errore, al quale al più presto porre rimedio, se non vogliamo – un’altra volta –  penalizzare quanti quotidianamente si danno da fare per gli altri e rendere così più efficace anche la coesione sociale, attuando concretamente il principio della reciprocità.

Gigi Villotta

23 Aprile 2019

DIFESA LEGITTIMA … a domicilio!

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Trasferire sui privati il dovere di sicurezza?

Alla fine del marzo scorso, la riforma dell’istituto penale della legittima difesa è diventata legge. Dopo anni di discussioni e polemiche, il parlamento italiano – a larga maggioranza – ha sancito il legittimo diritto a difendersi in caso di violazione di domicilio (sono inclusi anche negozi ed uffici), considerando la difesa “ sempre “ proporzionata all’offesa. Viene eliminato, di fatto, ogni spazio di discrezionalità da parte del giudice nella valutazione della proporzionalità tra difesa ed offesa. In pratica non è comunque punibile chi, avendo commesso il fatto per la salvaguardia della propria incolumità, abbia agito in condizioni di minorata difesa o in stato di grave turbamento, derivante dalla situazione di pericolo in atto. Va detto subito che, da un recente sondaggio, risulta che nel nostro Triveneto il 71% non ha dubbi sul fatto che sparare ad un ladro in casa si può, con percentuali che salgono di dieci punti nella fascia d’età tra 25 e 34 anni e di cinque in quella tra 35 e 44 anni.

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Questo a significare, se ce ne fosse stato bisogno, l’adesione più ampia della gente all’idea che sia sempre “ giusto e legittimo “ difendersi, anche con l’uso delle armi, dai malintenzionati che ti entrano in casa o in negozio. Primo elemento, di carattere generale, su cui riflettere è il concetto stesso di paura. Ricordava F.D. Roosvelt , nel suo discorso insediativo alla Casa Bianca nel 1933, che “ l’unica cosa di cui aver paura è la paura stessa”. Diventa buona quando induce ad usare prudenza per evitare il peggio, oppure cattiva quando paralizza esponendo al peggio. Credo non occorra inventare nulla, perché la cronaca quotidiana ci fornisce tante occasioni e fatti che servono a costruire situazioni di paura. Magari ieri andava peggio, ma chi se lo ricorda? Furti ( -6,2%) e rapine ( – 7,6%) sono in calo nel 2018, secondo i dati ufficiali della Polizia di Stato, ma la percezione è un’altra cosa. Antidoto alla paura sta diventando una pistola nel cassetto o in tasca, con una legge che ti consente di usarla con maggior “ disinvoltura “. Una settantina di parlamentari della Lega hanno già rilanciato, depositando una proposta di legge per “ rendere più agevole l’iter per  acquistare un’arma destinata alla difesa personale “.

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Bisogna ricordare che non è con la disciplina della “ legittima difesa “ che si può dare una cornice legale stabile al tema della sicurezza e dell’incolumità dei cittadini. Parimenti va sottolineato come la percezione di insicurezza non sia solo una distorsione psicologica e quindi non va sottovalutato lo stato di malessere dei cittadini liquidandolo come fosse una reazione isterica o addirittura meschina. Proprio perché i cittadini, invece, sono titolari di diritti inalienabili, deve essere lo Stato la garanzia della loro sicurezza, dotandosi di un apparato repressivo ed un sistema giudiziario proprio per tutelare e difendere la vita e la proprietà di chi fa parte di una comunità nazionale regolata dalle leggi. Non bastano certo “ le ronde “ o il controllo di vicinato, come avvenuto anche dalle nostre parti, per affrontare e risolvere il problema. La situazione di insicurezza diminuisce quando il cittadino vede lo Stato presente, i territori presidiati, la tutela delle persone avvertita, anche fisicamente, grazie ai corpi delle forze dell’ordine a cui non si devono però lesinare risorse, aiuti e organici. Perché tutto funzioni non deve venire a mancare una seconda condizione essenziale:  la certezza della pena che impedisca a chi delinque di tornare a delinquere, di seminare paura e terrore in chi si sente indifeso e alla mercè dei violenti, con uno Stato impotente. Conta però sottolineare che, come dimostrano i dati statistici, l’aumento delle pene non produce una riduzione dei reati. Ciò che, invece, va senz’altro scongiurato è il tentativo di trasferire sui privati, quasi invitandoli a dotarsi di armi, il dovere di sicurezza che l’organizzazione statale, unica autorizzata all’uso della forza, deve garantire. Altrimenti si arriva alla “ giustizia fai da te “  o  agli occhi del “ grande fratello “ per tentare di vincere il costante senso di insicurezza, per non parlare della crescente sfiducia che porta il cittadino a non più denunciare furti e scippi, perché si pensa rimarranno impuniti. Risultato: lo Stato perde sempre. Una riflessione a parte merita il fatto di mettere le mani in alcuni punti specifici del nostro codice di procedura penale. Non tanto riferendoci al suo carattere generale, come catalogo dei delitti e delle pene, ma ai principi fondamentali che reggono tutto il sistema e che sono radicalmente imparentati con l’etica. Infatti la relazione tra colpa e pena mette a nudo e in connessione tutta una serie di elementi che vanno dal rilievo della coscienza e della volontà, al peso delle circostanze che possono aggravare o attenuare la situazione, fino alle possibili “ cause di giustificazione “ che potrebbero rendere l’azione “ non punibile “.  L’equilibrio tra tutte queste condizioni è e rappresenta sempre una operazione molto difficile da discernere, perché frutto del bilanciamento di diversi fattori. Equilibrio, si badi bene, che non dipende dal censimento dei delitti o dalla insicurezza sociale, ma che deve valere sempre, anche quando ci si trova ad affrontare storie tragiche narrate anche recentemente dalla cronaca. Ho l’impressione che la nuova legge abbia introdotto, al riguardo, un cambio di rotta. Si è voluto resettare il giudizio “ tout court “ sulla legittima difesa per chi reagisce ad una aggressione o intrusione in casa sua, senza peraltro poter estromettere le esigenze di proporzione e di attualità del pericolo. Sarebbe davvero avvilente se nel tempo scoprissimo che la nuova legge di riforma penale della legittima difesa sia stata voluta, prevalentemente, allo scopo di incidere sui giudizi del tribunali.

Gigi Villotta

11 Aprile 2019