Archivi categoria: contributi

VIRUS CONTAGIOSI

caoronavirus-attenzioni-isegno

La paura, un sentimento irrazionale

Ci sono materie troppo importanti, proprio perché toccano da vicino la “ carne “ dell’uomo, che non possono, anzi non dovrebbero mai costituire motivo di divisione o peggio di polemica politica o distinguo strumentale, in quanto – sono convinto – che il senso di responsabilità debba sempre prevalere soprattutto per evitare l’allarmismo ed il panico sociale. La salute è una di queste e proprio recentemente, con l’improvviso affacciarsi dell’epidemia di coronavirus scoppiata in Cina agli inizi del dicembre scorso, ne abbiamo avuto la riprova. Non è il caso di ridurre il tutto alla  “querelle“, di cui tanto si è scritto e detto, tra il governo centrale e la richiesta specifica sulle modalità di prevenzione a scuola anche da parte dei governatori regionali di Veneto e Friuli Venezia Giulia. Al riguardo, però, mi permetto un’unica osservazione.

mascherina-aereoporto

Perché ci sono voluti così tanti giorni per stabilire che siano i medici a decidere se gli studenti rientrati dalla Cina debbano restare a casa o tornare in classe? Ci voleva tanto a capire che la questione è medico-sanitaria e non scolastica? Perchè non si è pensato subito, proprio per evitare contrasti, ingerenze di campo e libere interpretazioni di affidare alle ALSS territoriali il compito di monitorare e seguire i vari casi su diretta segnalazione delle famiglie e dei dirigenti scolastici?

precauzioni-coronavirus

Ovviamente le stesse famiglie, su base volontaria, possono sempre decidere di tenere a casa lo studente, anche se asintomatico, per 14 giorni, con assenza automaticamente giustificata. Sappiamo tutti invece come è andata e quante polemiche ne sono scaturite. Non sempre, da parte di chi detiene il potere ed il dovere politico, sono uscite reazioni lucide e giuste. Speriamo serva di lezione, anche per evitare che su problemi così delicati si finisca, ancora una volta, per spaccare in due il Paese. D’altro canto piena chiarezza va fatta per identificare le svariate voci false sul virus e sulla sua diffusione, perché anche queste possono danneggiare la salute. D’altronde non va mai dimenticato che la paura è un sentimento irrazionale, come lo sono gli stessi esseri umani. Altre considerazioni di carattere generale ( quelle specifiche e scientifiche vanno lasciate ai tecnici ed agli specialisti ) si impongono, se non altro per contribuire ad approfondire alcune tematiche che rischierebbero, forse, di rimanere sottotraccia e non essere adeguatamente messe in risalto.

mascherina-per-starada

Ognuno di noi, credo, abbia delle domande da farsi, perché la complessa problematica che ci si prospetta davanti non può lasciarci estranei o impassibili. Vorrei partire da una premessa. Non so quanti ricorderanno che, non più tardi di due anni fa, senza che nessuno pensasse di acquistare mascherine in farmacia o a chiudersi in casa improvvisando inutili quarantene, metà del nostro Pianeta si trovò a fronteggiare un’altra grave epidemia, quella del morbillo. L’infezione, che conta un tasso di contagiosità nove volte più alto del coronavirus, alla fine del 2018 presentò un bilancio drammatico, perché i morti furono 140 mila. E pensare che contro il morbillo esiste già un vaccino, gratuito e reperibile almeno nei Paesi occidentali che consente di seguire una determinata profilassi e così evitare la malattia per sempre.  Allora attenzione a non fare del coronavirus una sorta di nuova linfa di chi vive con il terrore di ciò che non può controllare, né prevedere. In queste ore di allerta mondiale sono in molti a tramutare la sacrosanta attenzione che si deve alla questione in panico insensato, che finisce per comprendere anche un rinnovato malanimo verso chi arriva da terre lontane, in questo caso da chi ha gli occhi a mandorla. Con tutto quello che ne consegue anche in termini di abitudini quotidiane, smettendo non solo di frequentare mercati e ristoranti orientali, ma anche interrompendo rapporti umani già consolidati in ambienti e quartieri frequentati dagli asiatici in generale. Intravedo un unico antidoto che non vale solo contro il pregiudizio. Bisogna trovare la forza ed il coraggio di sfidare la paura, togliendo dalle fauci proprio di chi vive di paura la vittima di turno.

coronavirus-al-miscoscopio

Tra gli strumenti da adoperare bisognerà senz’altro investire di più e meglio nella comunicazione, costruendo vere e proprie realtà parallele che devono diventare più incisive ed influenti nel contrastare le deformazioni che derivano dal rimbombo e dai commenti della società globale su fatti reali o anche inventati, spesso artatamente messi in campo per interessi sociali, economici e politici di parte. Nella realtà dei social dobbiamo allora diventare ogni giorno più consapevoli ed anche più esigenti, perché non dovremmo mai dimenticare che tutti noi siamo soggetti attivi e passivi nel mondo dell’informazione. Dobbiamo, in definitiva, diventare più saggi, cosa che non sempre siamo. Per capire, capirci meglio e reagire efficacemente, allora, non dobbiamo più rivolgerci solo a Facebook, WhatApp e Twitter, ma anche andare a rileggere alcune illuminanti pagine dei Promessi Sposi del Manzoni, sapendo bene le sostanziali ed enormi differenze tra quanto successo nel 1630 e quanto accade oggi. Ecco perché dobbiamo guardare con grande fiducia e speranza ad un “ arma “ fondamentale che abbiamo a disposizione: la ricerca scientifica, ovvero le conoscenze di chi studia e le competenze di chi ne applica le scoperte. Va però superato l’aperto ostracismo populista che anche recentemente ha voluto distinguersi sulla decisione riguardo la validità di un vaccino o di una cura. Fiducia e razionalità si conquistano nel lungo periodo con la trasparenza, con informazioni chiare e decisioni tempestive soprattutto da parte delle istituzioni. E’ il tempo delle responsabilità, perché la posta in gioco è davvero troppo alta, ne va di mezzo la vita stessa delle persone.

Gigi Villotta

11 Febbraio 2020

NON SI PUO’ CAPIRE SENZA CONOSCERE

20200113_194535

Le occasioni per approfondire complesse problematiche

Ci sono argomenti, che riguardano la nostra vita in comune, molto ostici da affrontare. Tra questi spicca il tema dell’economia. Ne siamo tutti coinvolti, soprattutto come consumatori. Sappiamo  che esistono livelli diversi di decisione e di gestione, nella consapevolezza di far parte, comunque, di una catena che ci tocca da vicino e che può portare a situazioni e soluzioni non sempre comprensibili. Ci si deve, insomma, fidare di altri, o meglio dipendiamo da altri. Pensiamo, solo per fare un esempio, come gestiamo i nostri risparmi. Tutto questo se si restringe il campo alla sola valenza monetaria, ma l’interesse si allarga a dismisura se al termine economia abbiniamo altri importanti mondi. Ecco allora che dal classico “economia e finanza”, nascono e vengono proposti nuovi binomi come “ economia e mercato “, “ economia e diritto “, “ economia e società “ ed altro ancora. Problematiche complesse e difficili da affrontare. L’importante è approcciarle, non rimanere spettatori passivi di fronte a fenomeni importanti che rischiano davvero di renderci tutti più “ poveri “, di negare un futuro migliore alle nuove generazioni, rendendo nel contempo più vulnerabile il nostro pianeta senza una visione solidale del mondo. Per questo vale sempre il detto che “ per capire bisogna conoscere “. Anche dalle nostre parti si potrebbe fare molto di più.

Monastero Marango Caorle- Convegno Clima ed Economia - 18 gennaio 2020
Monastero Marango Caorle- Convegno Clima ed Economia – 18 gennaio 2020

Basterebbe solo approfittare delle diverse possibilità di incontro che diventano veri strumenti di formazione e dialogo e che periodicamente vengono proposti sui diversi temi di cui si accennava. Molte le iniziative che continuano ad interessare da vicino il nostro territorio. Nella prima decade di gennaio, presso il Collegio Marconi a Portogruaro, a cura di alcune associazioni socio-culturali locali, è stato presentato il libro “ La società signorile di massa “ scritto dal noto sociologo Luca Ricolfi.

ricolfi

Presente l’autore, è stata l’occasione per mettere a fuoco alcune problematiche che sono servite a capire meglio cosa succede realmente nel nostro Paese, favorendo così – per gli intervenuti – anche delle reali chiavi di lettura. A dire il vero ne è uscito un ritratto impietoso, perché, in buona sostanza, l’Italia starebbe oggi sperimentando un fenomeno davvero inedito. Da una parte l’opulenza dei consumi, dall’altra la stagnazione del Pil e della produttività, causati quest’ultimi da un’eccessiva burocrazia e da un processo legislativo così pesante da finire per zavorrare la stessa crescita. Come è emerso anche dal dibattito che ne è seguito, non tutti si sono detti d’accordo con questa analisi, anche se alcuni dati forniti dall’economista Bruno Anastasia, presente alla serata, sembrano confermare – ad esempio – che non sempre l’aumento degli occupati va a braccetto con la produttività. Sembra un paradosso, ma così è realmente. Infatti con un tasso di occupazione nazionale salito al 59% ( il dato più alto negli ultimi 40 anni ), che corrisponde ad un numero assoluto di 23 milioni e 387 mila lavoratori, fa da contraltare il crollo delle ore lavorate. Un segnale pericoloso se si crea lavoro senza la crescita, ottenendo, tra l’altro, nuova occupazione di “ scarso valore “. Siamo un popolo di cicale inserito in una piramide sociale rovesciata, così ha sottolineato Ricolfi.  Abbiamo 23 milioni di occupati che assicurano il benessere agli altri 37 milioni di consumatori, pensionati e giovani che non studiano e non lavorano. Dedichiamo il 16% del nostro tempo di veglia al lavoro contro il 30% deli USA, ma si fa sempre più fatica a trovare camerieri, idraulici e fornai. Eppure siamo diventati “una società signorile di massa” con un patrimonio medio di 400 mila euro a famiglia e l’83% delle case di proprietà, una ricchezza mal digerita a livello europeo se rapportata ai nostri 2.450 miliardi di deficit pubblico, un fardello pesantissimo a carico delle prossime generazioni. Come è potuto succedere ? Sono tre, secondo il sociologo piemontese, i pilastri su cui ci si è basati. La grande ricchezza accumulata negli anni cinquanta e sessanta, durante il cosiddetto boom industriale, da parte dei nostri nonni e padri; la distruzione dell’università con una disoccupazione volontaria crescente di fronte ad un lavoro non all’altezza delle aspettative; una struttura para- schiavistica con quasi 4 milioni di persone che lavorano 3-4 mila ore l’anno e sono pagate malissimo. Non sono mancati i richiami alla giustizia sociale, per ricadere nell’ambito di “ economia e diritti “, nel senso che lo stock di ricchezza del nostro Paese viene intaccato non solo perchè i flussi di reddito sono fermi, ma anche perchè , guarda caso, la forbice delle diseguaglianze diventa sempre più grande. Qui si apre un grande discorso che inevitabilmente porta alla non mai sopita diatriba tra nord e sud, con un’appendice particolare dedicata al centralismo statale che sembra rivendicare sempre più forza rispetto alle diverse forme di federalismo ed autonomia. Sono ormai passati anni da quando (22 ottobre 2017)  noi veneti siamo andati alle urne chiedendo più poteri decisionali per la nostra regione. Siamo ancora convinti che parte del gettito fiscale vada gestito dalle comunità locali perché così si controllano i centri di spesa? Personalmente credo proprio di sì, ma se non c’è consapevolezza da parte di tutti sul che cosa concretamente significhi coniugare la politica con la economia e la giustizia sociale, corriamo il rischio serio che tutto resti pura teoria e finisca per restare un perenne slogan elettorale. Ecco perché diventa fondamentale conoscere per poter capire dove va il nostro Paese. Le occasioni non mancano, basta saperle cogliere.

Monastero Marango Caorle- Convegno Clima ed economia-18 01 2020
Monastero Marango Caorle- Convegno Clima ed Economia-18 01 2020

Proprio nei giorni scorsi presso il monastero del Marango di Caorle è iniziata una serie di incontri su “ Economia e Clima “, organizzati da “ Fare Comune “ , un forum di associazioni del Sandonatese e del Portogruarese, nato proprio per favorire il dialogo e l’approfondimento di tematiche urgenti ed attuali che ci toccano da vicino. Avremo modo di parlarne più avanti.

Gigi Villotta

25 Gennaio 2020

VITE SPEZZATE

marc-schaefer-0vscjn87syc-unsplash

Non è una questione privata. Politica assente.
Non è possibile rimanere insensibili, o peggio estranei, ad un fenomeno che sta diventando ogni giorno più pesante e pressante, con costi umani e sociali davvero dirompenti. Intendiamo riferirci alle tante vite, spezzate in giovane età, dovute principalmente sì ad incidenti stradali, ma anche ad altre cause riferibili sempre più allabuso di alcool e droghe di vario genere. Anche dalle nostre parti non cè fine settimana che non ci riporti la triste cronaca di amici che perdono la vita schiantandosi da qualche parte al termine di una nottata da sballo. Che sia arrivato il momento, dopo il continuo ripetersi di questi eventi, di fermarsi e domandarci cosa stia succedendo?

matthew-t-rader-mhrc8ydlg3c-unsplash

Questo allarme era già stato lanciato lo scorso luglio, in occasione del terribile incidente di Jesolo, in cui in un solo week end furono ben 12 i giovani morti sulla strada. Non è solo una questione di numeri, ma sta sempre più preoccupando laumentato uso e abuso di sostanze psicotrope e di alcool, come testimoniato anche dai responsabili del SERD dell ASL n°4 Veneto Orientale. E cronaca di qualche giorno fa che, anche a Portogruaro, è arrivata la droga gialla e tre giovanissimi hanno rischiato di morire per overdose. Quindi laumento dei giovani morti sulle strade sta facendo il paio con quello della commercializzazione e spaccio di droga, un business che sta andando a gonfie vele per tutte le sostanze, dallhashish alleroina. Consumare cocaina sta diventando sempre più facile, come mangiare una pizza. Anche a domicilio, basta una telefonata per la ordinazione. Così nessuno vede nulla, la sostanza passa di mano senza spaccio per strada, senza creare dunque alcun allarme sociale. Tutti indici che convergono nel dimostrare come la lotta allabuso di sostanze non stia certo in cima alla lista delle priorità di chi, anche attualmente, ci governa. Sembra arrivato il momento che non ci sia quasi più nessuno che si interroghi sul perché succeda oppure cominci a domandarsi se assumere una sostanza psicotropa possa rientrare negli scopi, che potremmo definire, ricreativi.

dan-meyers-hluojzjlvxc-unsplash9

Possiamo accettare lidea che si tratti di una questione privata, di chi si droga o beve e delle relative famiglie, oppure rilanciare lidea che, invece, esiste un nesso tra la cultura del Paese e questa rinnovata emergenza, quindi deve rappresentare e diventare una questione pubblica, culturale e sociale e perciò politica? Nessuno si deve sentire assolto ed abbiamo tutti il dovere di sconfiggere la tendenza sociale e culturale di tendere a normalizzare tutto, ad accettare questo clima di resa generalizzata che finisce per certificare, di fatto, la sconfitta contro le dipendenze ed il disagio, che altro non è che lanticamera del disimpegno. Riguarda in primis tutto il mondo degli adulti, anche se non mancano, anche da noi, esempi e testimonianze di persone e gruppi che, accanto alle forze dellordine, alla magistratura e al personale socio-sanitario, apertamente si danno da fare per Iimitare i danni. I modelli di cura finora seguiti, forse, non sono più in grado di rispondere con efficacia, soprattutto perché si continua a puntare più sulla sostanza che sulla persona. Ecco allora il rischio concreto di non saper leggere e monitorare il disagio dei nostri ragazzi, sempre più giovani, e la politica sembra avere abdicato al proprio ruolo, considerando luso e labuso di sostanze e dipendenze come un male, quasi inevitabile, del nostro tempo. Chissà, se trovando ormai in svariati modi la pasticca giusta al momento giusto, ci si sente più liberi o più schiavi di un mercato che sollecita ed invoglia sempre più, presentando una vasta gamma di prodotti. Forse qualcuno non si rende conto fino in fondo di cosa significano certi numeri. Nel nostro Paese sono abbondantemente oltre i 4 milioni gli italiani che utilizzano almeno una sostanza stupefacente illegale e di questi, più di mezzo milione, ne fa un uso frequente. Fortunatamente possiamo contare e vantare su una rete nazionale di assistenza tra le più efficienti e strutturate in Europa, ma, al dire il vero, oggi il valore dei nostri servizi è ancora poco riconosciuto, anche perché costretti a lavorare con una normativa che risale ad alcuni decenni fa. Esiste davvero, oggi, il rischio concreto di smettere di combattere la battaglia contro la droga e lalcol? Purtroppo è da registrarsi già una prima nota negativa che riguarda le famiglie interessate. Non mi pare siano più in prima linea, come ricordo negli anni 80, anche qui, in questo spaccato di terra friulveneta. Vite spezzate, si diceva. Sarebbe grave se ci si arrendesse, troppo facile chiudere ogni tragedia come fosse una singola fatalità, imprudenza o singolo errore. Ecco la nuova sfida: dovremmo sentirci tutti convolti cominciando a trasformare questi funerali da evento di disgrazia a momento di trincea, dove la vita umana deve tornare a conquistare il primato sulla morte. Nessuno può tirarsi indietro, ma la politica e le istituzioni, scuola e parrocchia comprese, devono essere in prima fila in questa quotidiana battaglia, certo consapevoli tutti dei propri limiti e della propria fragilità, ma anche contando su adeguati fondi e programmi che consentano di tornare ad investire in efficaci percorsi educativi e di prevenzione.

Gigi Villotta

09 Gennaio 2020

LA VIOLENZA SULLE DONNE

power-and-equality-_obey
power-and-equality-_obey

Un’ emergenza, una svolta culturale

Anche dalle nostre parti, alla fine di novembre, numerose sono le iniziative per dar senso e significato alla Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Un fenomeno assai complesso e diffuso. Bastano pochi numeri per far capire la portata di un macigno umano e sociale, che, anche nel nostro Paese, sta andando ben oltre le minacce e le intimidazioni. Ben 88 al giorno, una ogni quarto d’ora, sono le donne vittime di violenza, secondo i dati della Polizia di Stato. L’ 80,2% delle vittime è italiano, come il 74% dei carnefici. Nell ’82% dei casi la violenza è familiare. Stabile negli ultimi dieci anni il numero dei femminicidi ( nel 2018 le donne uccise sono state 142 ) che rappresentano il 34% di tutti gli omicidi. In sei casi su dieci l’assassino è il partner o l’ex. Gelosia e possesso restano il movente principale (32,8%), mentre sono in aumento le denunce per violenza sessuale (+ 5,4%), stalking (+ 4,4%) e maltrattamenti in famiglia (+11,7%). Questi sono i dati statistici con cui confrontarsi, soprattutto inserendoli e monitorandoli bene all’interno delle azioni concrete che – oggi e da più parti – si stanno attuando per porvi rimedio e così venire efficacemente incontro alle donne in pericolo.

ratto-di-proserpina-bernini-galleria-borghese-roma
ratto-di-proserpina-bernini-galleria-borghese-roma

Nel nostro Veneto ci sono state, lo scorso anno, ben 8400 richieste di soccorso, raccolte dalle 44 strutture dedicate, tra cui 22 Centri antiviolenza e 22 case rifugio. A queste strutture fanno riferimento i servizi sociali e i consultori familiari anche dei nostri comuni, le forze dell’ordine, i centri di ascolto e antiviolenza, presenti in diverse parti del territorio, con numeri di telefono e sedi sempre funzionanti e disponibili. L’aumento delle segnalazioni sono un indizio da seguire con attenzione perché, da un lato, sono la spia di un dramma sociale dagli esiti spesso tragici, dall’altro, conferma la valenza di una rete di servizi pubblici e privati sempre più diffusa sul territorio e capace di dare risposte a quante sono sotto minaccia. Grazie anche all’opera di sensibilizzazione da parte di queste strutture, fortunatamente sempre più donne trovano il coraggio di uscire allo scoperto, perchè, da sole, le vittime non possono farcela a sottrarsi al loro aguzzino. Diventa ancor più complicato e difficile il percorso soprattutto quando c’è di mezzo la gestione dei figli. I centri infatti seguono la donna – per anni – non solo dal punto di vista psicologico e familiare, ma anche legale, per non parlare di quando si palesa la necessità di accoglierla, spesso con i bimbi, nelle case protette. Purtroppo questa preziosa rete di aiuto sconta ancora troppe diseguaglianze territoriali, con regioni – soprattutto al sud – ancora del tutto prive di strutture idonee. C’è molto da fare ancora anche da noi, nell’ avanzato ed opulento Nord Est, con un’offerta ancora insufficiente. La legge di ratifica della Convenzione di Istanbul del 2013 individua come obiettivo quello di avere un CAV ( Centro antiviolenza ) ogni 10mila abitanti. Un obiettivo lontanissimo se si pensa che al 31 dicembre 2017, nel nostro Paese, erano invece attivi 281 Centri, pari a 0,05 strutture per 10 mila abitanti. Un abisso drammatico. Pensare invece che, dove ci sono, funzionano bene tanto da venir considerati dei veri fiori all’occhiello del nostro sistema di welfare, con un valore aggiunto impagabile, rappresentato dalla informazione e dalla formazione all’esterno rivolta ad operatori sociali, sanitari, avvocati e forze dell’ordine. Senza contare che, per gestire le situazioni di emergenza, l’86% dei Cav è collegato con una casa rifugio, dove le donne possono, concretamente e da subito, trovare protezione per se stesse e per i loro bimbi. Un’attività variegata e complessa, come ben si può capire, che costa ed è dunque lecito anche chiedersi come si fa fronte, tra pubblico e privato, a queste forti e pesanti necessità. Va detto subito che più della metà di quanti lavorano in un Centro antiviolenza lo fa senza essere retribuito.

murales_power and equality e altro
murales_power and equality e altro

Risulta infatti che il 56% di tutto il personale specializzato ( stimato a livello nazionale in 4.400 unità ) risulti volontario, con una maggiore quota rappresentata da operatrici ed avvocatesse, ma molte sono anche altre donne che aiutano le donne in difficoltà, professioniste come infermiere, psicologhe, mediatrici culturali ed educatrici che volontariamente prestano la propria opera e sono in trincea. Possiamo considerarlo un vero e proprio esercito del bene, purtroppo quasi sempre dimenticato dalle istituzioni. Infatti è utile precisare subito che l’ente promotore di queste strutture, vale a dire la persona giuridica pubblica o privata che ha la titolarità del servizio in quanto lo finanzia, è prevalentemente un soggetto privato. Questo accade in quasi tutte le Regioni, rappresentando ben il 61,3% dei casi. Sembra incredibile, ma purtroppo vero, che nel 2017 i fondi pubblici per i CAV siano stati 12 milioni di euro, che se divisi per il numero di donne accolte ( secondo dati Istat ) danno un risultato imbarazzante pari a 76 centesimi, quindi meno di 1 euro.

sorelle-mirabal_nazioni-unite_25-novembre-giornata-internazionale-contro-la-violenza-sulle-donne
sorelle-mirabal_nazioni-unite_25-novembre-giornata-internazionale-contro-la-violenza-sulle-donne

Un quadro preoccupante che non fa che confermare la preoccupazione di tanti, a cominciare dal presidente Mattarella che nel suo messaggio – in occasione della Giornata del 25 novembre – ha ribadito come la violenza sulle donne non deve smettere di essere una emergenza pubblica e la coscienza della gravità del fenomeno deve continuare a crescere, ma molto resta da fare. Restano una serie di domande: da cosa nasce tanta violenza, tanta inumanità, tanto odio verso le donne? Come è possibile che dopo tanto cammino morale, politico, psicologico e spirituale che abbiamo fatto si debba ancora ripresentare questo fenomeno che, troppo spesso, riguarda il sangue della propria carne? Non so rispondere, lasciando agli specialisti di settore l’affrontare la delicata e complessa problematica. Certo, umanamente parlando, non possiamo disinteressarci di certe arroganti pretese, di certi smarrimenti, di quelle malvagità, di quei vuoti, disperazioni e solitudini che, magari, ci toccano da vicino perché toccano, sotto tante forme, circostanze e distanze, proprio la carne di qualcuno a noi vicino.

Gigi Villotta

26 Novembre 2019

TRISTEZZA E PREOCCUPAZIONE

1280px-mattarella_segre_2019

Contrastare “ l’odio concreto “
La notizia che Liliana Segre, scampata alla Shoah, sia costretta a girare con la scorta per difendersi da tante minacce incitanti all’odio razziale, non può non provocare un senso di scoramento ed anche di disgusto. Non solo messaggi via Facebook da parte di vigliacchi che si nascondono dietro falsi profili, ma anche manifesti pubblici in bella vista. Contro chi? Una donna che, non solo è testimone degli orrori del passato, ma che sa spiegare i motivi che hanno portato alla tragedia dell’Olocausto e i pericoli che la società moderna corre ignorando il passato, o dimenticandolo o giustificandolo o anche solo ridimensionandolo. Se è necessario dare alla Segre una scorta, vuol dire allora che molti interrogativi non sono astratti, ma molto concreti!

1280px-auschwitz_i_22_may_2010

I segnali sono tanti e vengono da più parti, comprese le nostre terre. “ La Segre dovrebbe vergognarsi, forse qualche ebreo dovrebbe ricordarle che non tutti hanno avuto la fortuna di salvarsi e strumentalizzare fa schifo”: così si è espressa l’ex coordinatrice di Forza Italia a Portogruaro. “ Tornatevene a casetta “ con accanto l’immagine di un camino: questo il commento su Facebook partito da Mogliano Veneto. E si potrebbe continuare, includendo anche i treni della memoria, definiti “ faziosi “ perché trasportano centinaia di studenti – ogni anno – solo nei luoghi dove si consumò l’Olocausto. Non mancano, per fortuna, anche quanti – apertamente – hanno fatto sentire la propria voce, ritenendo necessario fare qualcosa riguardo questo pesante clima d’odio e di intolleranza. Infatti una sessantina di cittadini portogruaresi, impegnati nella vita sociale e civile, hanno sottoscritto una lettera indirizzata al presidente del consiglio comunale e al sindaco chiedendo che venga approvato un documento di solidarietà e stima nei confronti della senatrice Liliana Segre, da condividere con tutte le rappresentanze sociali, culturali ed istituzionali del territorio, perché va accolto l’invito della comunità ebraica di “ rispondere al razzismo. Portogruaro ha una significativa storia di convivenza ed ospitalità con gli ebrei che vi abitarono fin dal 1500, con diversi episodi di riparo e protezione durante le persecuzioni nazi-fasciste. Basti citare la signora Elsa Poianella Bellio, dichiarata nel 1998 da Israele “ Giusta tra le Nazioni “ per aver ospitato nella sua casa di borgo S.Giovanni una famiglia ebrea, i Falk. La lettera non fa riferimento alla mancata adesione di alcune parti del Parlamento alla “ Commissione Segre “, ma unicamente al rispetto che tutti devono a questa straordinaria donna. Una protagonista, una voce autentica che punzecchia la nostra coscienza collettiva, così sulla scena italiana che europea dove dilaga l’odio ed il linguaggio che ne sgorga. Non si può non essere d’accordo con il presidente Mattarella quando afferma che per contrastare proprio questo “ odio concreto “ servono prioritariamente solidarietà e senso di responsabilità. Quello che è difficile capire, e sono in molti a chiederselo, come su certi valori sia possibile spaccarsi, perché, rifacendosi proprio ai principi costituzionali, o l’Italia è democratica o non lo è, o è antifascista o non lo è. Eppure c’è stato un tempo in cui certi valori erano condivisi. Tempi anche di grandi contrapposizioni ideologiche, dove però finivano per emergere alcuni principi basilari sul cui consenso di fondo, perchè incardinati nella Carta costituzionale, non ci si divideva. Tra questi il rifiuto del fascismo con i suoi corollari di razzismo, antisemitismo e nazionalismo aggressivo. Ricordo le aspre contrapposizioni nei comizi o nelle stesse aule parlamentari, ma rimanevano sempre dei paletti invalicabili, delle parole impronunciabili, dei gesti non ammissibiliOggi sembra tutto sdoganato ed anche i linguaggi sono diventati sempre più inappropriati, per non dire inopportuni, perché troppo spesso pesanti e volgari. Ad essere chiamata in causa, in primis, la politica che, anziché guidare i processi sociali, non solo li rincorre ma li amplifica, in un gioco perverso di tutti contro tutti, alla ricerca ossessiva di un consenso peraltro effimero. Molte volte, poi, con la forzata invocazione della difesa della libertà di espressione e con la malcelata evocazione di pericolose derive, si finisce per rompere quel basilare consenso costituzionale attorno ad alcuni valori fondanti della nostra convivenza sociale e politica. Manca, poi, nel nostro Paese – solo per fare un esempio e per rimanere in tema – una seria strategia di raccolta di informazioni e dati sul razzismo, di approfondimento delle sue cause e manifestazioni di elaborazione di strategie di prevenzione e contrasto. Tutto questo richiede investimenti, legittimazione pubblica e, ancora una volta, una precisa volontà politica. Servono quindi, al più presto, azioni incisive ed articolate che vanno dallo studio dei fenomeni a tutta una serie di azioni positive che devono comprendere anche ben calibrate sanzioni civili e penali verso chi scambia la libertà di espressione con il diritto di propagandare intolleranza e discriminazione. Forse così la violenza del linguaggio e dei gesti finirà di avvelenare la convivenza civile e provocare l’eclissi della ragione.
Gigi Villotta
11 Novembre 2019

I CONFINI DEI VALORI

aleppo rep

Puntare alla convivenza umana e sociale
Ancora una strage di migranti, l’ennesima, con il ritrovamento ai primi di ottobre, a poche miglia da Lampedusa, di decine di corpi annegati, in gran parte donne. Tra loro anche una mamma, abbracciata al figlio di pochi mesi. Immagini emblematiche di persone di questo nostro disgraziato presente che, non avendo più nulla in vita, resta solo un corpo da tramandare. Come non provare una grande commozione nel vedere i loro vestiti dondolare come alghe. Tanti visi e storie cancellate per sempre, restando invisibili nel nostro mondo di superficie, come quando erano in vita.

jim-beaudoin-9p7bnmdpalq-unsplash

Sono già più di mille, in questo 2019, le persone morte solo nel tentativo di attraversare il Mediterraneo. Abbiamo dimenticato ed archiviato in fretta le immagini di quel padre e bimbo di due anni, avvinghiati sotto la stessa maglietta, ripresi faccia in giù ed immersi nelle acque di un canneto del Rio Grande, ai confini tra il Messico e gli Stati Uniti.

barbara-zandoval-hjffnywg0nu-unsplash

Come del corpo di un altro bambino diventato simbolo della crisi dei rifugiati siriani, fotografato senza vita in un tratto di mare antistante la Turchia. Un’altra tragedia destinata ad essere presto dimenticata ed archiviata. Siamo davvero degli illusi se pensiamo di chiudere gli occhi per fermare il mare, serrando i porti o issando divieti ai continenti, mentre – tutt’intorno – i mondi di superficie moltiplicano guerre, paure, fame, deserti, malattie e diseguaglianze. Scafi marci su cui salire che stanno accatastati a centinaia come muti testimoni di tragedie inenarrabili, come le tante scarpe spaiate, i quaderni dei bambini, le sacche e gli zaini che arrivano galleggiando sulle nostre spiagge. Tutti elementi che connotano tracce di corpi senza più identità, protagonisti di una identica storia che continuiamo a raccontarci e che facciamo finta di ascoltare. Possiamo ancora permetterci di dire: Se non partono, non affogano? Quale donna, quale mamma sarebbe così pazza da imbarcarsi su un guscio di noce con la propria creatura se quello da cui cerca di scappare non fosse peggiore del rischio di morire affogati? Non ci sono allora più colori in fondo al mare, perché non siamo più in grado di percepirli e così, magari nel nostro rimorso in bianco e nero, finire per rinfacciarci quel poco di umanità che ancora ci resta. Se guardiamo un mappamondo, il mar Mediterraneo quasi scompare nell’immensità delle acque che ricoprono il nostro pianeta. Sembra poco più di un laghetto, quasi chiuso e collegato col resto degli oceani solo da uno strettissimo passaggio. Eppure in questo bacino è cominciato tutto, da queste coste hanno preso le mosse culture che hanno plasmato la terra. In questo mare si sono incrociate le grandi civiltà che, pur combattendosi, si sono anche contaminate, determinando lo sviluppo di tutte le arti. La storia ce lo insegna, ma purtroppo viviamo in un tempo in cui l’ignoranza è assai diffusa e così tutto sembra venir dimenticato. Il Mediterraneo ha perso la sua naturale vocazione unitiva per diventare un muro, una frontiera, una trincea. Manca una concreta volontà di dialogo e di apertura, anche a livello europeo, lasciando terreno fertile alla cultura dell’odio continuamente alimentato, agitando lo spettro della paura. Un problema complesso che tocca molteplici aspetti che dipendono sì principalmente dalla politica e dall’economia, ma che devono necessariamente puntare al superamento dei confini e degli egoismi di parte attraverso la salvaguardia e la promozione di quei valori che stanno alla base della convivenza umana e sociale. E’ proprio il caso di cominciare a pensare che i veri confini a rischio non sono quelli tracciati sulla carta geografica, ma quelli legati ai valori che connotano la vita umana nei suoi diversi aspetti ! Alcune riflessioni, allora, si impongono. La nuova enfasi di blindare i confini non ha basi obiettive. E’ solo simbolica ed emotiva, oltre che selettiva, perché trasforma piccoli numeri di persone in stato di necessità, in funeste minacce per la sicurezza nazionale e l’ordine sociale.

jakob-braun-vpsprd_rz-a-unsplash

L’insistenza sulla cosiddetta industria delle migrazioni, ossia sui vari attori legali ed illegali che lucrano su chi, soprattutto dal Sud del mondo, chiede di attraversare delle frontiere in teoria inaccessibili, tende al far dimenticare i robusti interessi che si muovono alle spalle del fronte opposto, non ultimi le tecnologie e gli armamenti militari. Ciò che, però, deve più preoccupare è il fatto che si stia profilando una battaglia culturale decisiva per l’identità, i valori guida, il futuro stesso della nostra civiltà. Ormai le persone in cerca di scampo vengono sempre più identificate come indesiderati, pericolosi invasori, visti come nemici. Chi li soccorre poi è malvisto, perseguito in alcuni casi, proprio perchè ritenuti colpevoli di aiutare “ i clandestini “ a varcare i patri confini. Accoglienza, solidarietà, diritti umani stanno sempre più diventando disvalori per una buona parte del pensiero prevalente, non solo politico. Siamo ben distanti dall’appello di papa Bergoglio “ per Dio nessuno è straniero “.

agatha-depine-vqseaxur7dy-unsplash

Una evidenza comunque deve rimanere certa: non si tratta solo di accogliere, ma di definire bene i criteri e i valori su cui intendiamo fondare la nostra convivenza ed il nostro futuro.
Gigi Villotta

24 Ottobre 2019

COMPRARSI IL FUTURO

markus-spiske-xh8_bsnph5q-unsplash1

Confronto aperto dove si decide

Di recente, sono state davvero tante le occasioni che hanno riportato il tema ambientale al centro dell’attenzione da parte della pubblica opinione, ben oltre i confini nazionali. Diverse le forme impiegate e le iniziative messe in cantiere, anche a livello locale: dal “ Fridays for future “ alla celebrazione della 14^ Giornata per la custodia del Creato.

mika-baumeister-gpzztjddksc-unsplash1

L’orizzonte ecologico è molto importante e lo sarà sempre di più. Un tema decisivo ed essenziale, come dimostra la “ Laudato Sì” che continua ad essere non solo citata, ma oggetto di dibattito ed approfondimento in tutto il mondo, compresi i recenti incontri organizzati nella Diocesi di Concordia-Pordenone da parte della Commissione della Pastorale Sociale. Per non parlare del Sinodo sull’Amazzonia, in corso a Roma fino al prossimo 27 ottobre, proprio a testimonianza che soltanto chi abbia letto attentamente il documento di papa Bergoglio possa davvero capire che non si tratta di una enciclica “ verde “, ma di valenza “ sociale “.Insomma non si tratta di una sorta di “ manuale dell’ambientalista cattolico “, ma di una vera presa di coscienza nel rispondere da cristiani al ruolo di custodi della creazione di Dio, un patrimonio di cui possiamo godere, ma non abusare.

markus-spiske-rn14pbitnnm-unsplash1

Una prospettiva che coinvolge tutti, personalmente, a partire dalle piccole cose quotidiane che incidono davvero, proprio perché trattasi di azioni concrete. Occasioni ed iniziative che vanno prese sul serio, perché, forse persino al di là della consapevolezza dei suoi attori ( da Greta Thumberg agli studenti di casa nostra), stanno comunicando qualcosa di importante al mondo, portando alla luce una critica di cui, chi sta all’interno dell’ordine normale delle cose, sembra non riuscire a cogliere portata ed urgenza. Come rimanere estranei, “ sordi e ciechi “, di fronte ai diversi allarmi lanciati sui cambiamenti climatici da parte di tante autorevoli fonti scientifiche, in tutto il mondo. Entro il 2050 più di 1 miliardo di persone vivranno in zone soggette ad inondazioni su vasta scala, cicloni ed altri eventi estremi.

amar-adestiempo-tvxczgiwlbu-unsplash

All’inizio del XXI sec. il livello dei mari è aumentato 2,5 volte più velocemente che nel XX sec. e continuerà ad aumentare soprattutto per la riduzione delle calotte di ghiaccio. L’estate 2019 è stata la più calda per gli oceani in 140 anni: + 0,82 gradi sopra la media del XX sec. “ Abbiamo l’acqua alla gola “ questa la scritta riportata da uno striscione che campeggiava sul ponte di Rialto a Venezia, issato l’ultimo venerdì di settembre dagli studenti che, in tanti ( come da tempo non se ne vedevano ), hanno manifestato per il clima. Credo sia stata, in assoluto, la prima azione globale, e davvero mondiale, promossa da ragazze e ragazzi per cambiare il mondo. Forse lo capiremo meglio in futuro, ma intanto non sarebbe davvero male se ci fermassimo tutti a riflettere in profondità sui molti dei suoi significati.

fab-lentz-qghriw6rwbi-unsplash2

Già un primo passo potrebbe essere quello di cominciare a considerare l’infanzia e l’adolescenza come veri patrimoni dell’umanità e quindi della Terra, una sorta di bene comune globale, perché in sé contengono la possibilità stessa della continuazione della vita umana. Non possiamo negare che, a loro modo, i ragazzi e le ragazze scesi nelle piazze hanno un loro punto di vista sul mondo, cambiandone ogni giorno le prospettive con le loro azioni. Non sanno solo fare, ma anche pensare, perché non occorre diventare adulti per iniziare a pensare veramente. Forse dovremmo ascoltarli di più per saper apprezzare e capire meglio il loro pensiero sul mondo. E’ lo stesso mondo dei loro genitori, ma lo guardano e lo vivono diversamente, e quindi lo pensano diversamente. Avremmo una società, una economia e una politica migliori se avessimo preso sul serio anche il pensiero dei ragazzi, un dono per la società intera. Bisognerà cominciare a non considerarli più come assenti, apatici, disinteressati alla politica e alle questioni sociali. Purtroppo la realtà quotidiana si presenta in modo diverso e contro l’impegno dei giovani continuano a muoversi e ad agire vecchie strategie. Anche recentemente sono emersi diversi meccanismi che tendono a delegittimare ciò che di buono c’è nel loro pensiero, nelle loro proposte e nelle loro azioni. I comportamenti dei ragazzi sono stati, in buona parte, etichettati in modo da sminuirli. Sono stati colpevolizzati, definiti ipocriti e incoerenti, per sentirsi a posto, per continuare tranquillamente a vivere come se niente fosse. Forse che dietro a questa campagna mediatica denigratoria si celino interessi economici da parte di chi non vuole che lo stato attuale delle cose si modifichi? Si sta forse cercando di manipolare e strumentalizzare l’opinione pubblica nei confronti del movimento dei ragazzi e delle ragazze? D’altronde altri gruppi cercano di tirarlo dalla propria parte, a seconda degli interessi che si perseguono. Sarà anche vero che la protesta mondiale e i comportamenti rispettosi dell’ambiente e della Terra possono presentare tutta una serie di incongruenze da parte dei giovani protagonisti. Però un adulto che desidera educare, un adulto generativo, non deve fermarsi a queste possibili evidenze, non può andare a sminuire i tentativi di apertura, la presa di coscienza e di responsabilità dei giovani. Un vero adulto deve saper guardare oltre, saper partire dal positivo, incoraggiandoli facendosi accanto e sentendosi , persino, orgoglioso e felice che i ragazzi dimostrino più coraggio delle generazioni precedenti. Vanno educati nella fiducia. Credo siano queste le vere chiavi per far crescere persone responsabili. Mi piacerebbe tanto che si cominciasse a chiamarli a dire la loro, al pari degli adulti, nei luoghi dove si prendono decisioni, dal parlamento ai consigli comunali. Un’utopia? Forse sì, ma la speranza di lavorare insieme per una causa comune, come – ad esempio – il bene della Terra, non è solo un segno di alleanza, ma la strada giusta per la costruzione di un mondo migliore per il futuro di tutti.

Gigi Villotta

09 Ottobre 2019

SCUOLA E SAPERI

 

Serve un nuovo alfabeto istituzionale

scuola-2

Aumentano i giovani laureati, ma anche quanti, ragazze in buona parte, che non studiano e non lavorano. Il tasso di piena scolarizzazione è già raggiunto solo nella scuola dell’infanzia, ma abbiamo la classe docente più anziana in assoluto e dovremo sostituire la metà degli insegnanti entro i prossimi dieci anni. Le donne presentano un livello di istruzione più elevato rispetto agli uomini, ma hanno stipendi inferiori, a parità di titolo. Una fotografia che conferma mali antichi, ma nel contempo indica anche possibili piste di lavoro. Anche l’ inverno demografico che incombe sull’Italia avrà, nel breve, ricadute importanti in diversi settori della nostra vita quotidiana. Intanto da pochi giorni si sono riaperte scuole ed università. Un mondo, quello dell’istruzione, formazione e della ricerca, che, se da una parte richiede grande attenzione, dall’altra non ha ricevuto ancora adeguate risposte da parte dei governi che si sono fin qui succeduti.

scuola-1

Si ricomincia, tra l’altro, proprio con l’ennesimo cambio per l’inquilino di Viale Trastevere, è arrivato un nuovo ministro, che tenterà di mettere mano – ancora una volta – ad un sistema che fa fatica a riformarsi, anche nella consapevolezza generale che rimane, pur sempre, il luogo privilegiato per la crescita umana, culturale e sociale del Paese. Anche dalle nostre parti ( ricordiamo che Venezia e provincia sommano 120 mila studenti, se si aggiungono anche le scuole paritarie, con il distretto di Portogruaro che ne conta 11.400 ), si è ricominciato con i problemi di sempre, legati principalmente alle cattedre vacanti, ai presidi ancora a scavalco, alla mancanza di insegnanti di sostegno, di personale ausiliario, ma anche senza aver trovato la quadra riguardo incresciosi episodi balzati all’onore della cronaca nei precedenti anni scolastici.

scuola-3

Maestre che maltrattano bambini, insegnanti minacciati e picchiati da genitori dei loro alunni. Professori che insultano e che vengono pesantemente insultati dai propri studenti. Docenti che chiedono la sospensione dei ragazzi e docenti che vengono sospesi dall’insegnamento. E potremmo continuare. A dire il vero, niente è del tutto nuovo. Certo, oggi, questi fenomeni ci colpiscono di più, se non altro perché vengono subito mediatizzati. Che si tratti di telecamere messe di nascosto dagli investigatori nel caso di indagini, o di studenti che girano video all’interno della classe, tutto finisce immancabilmente nel tritacarne della comunicazione e dei social network.

scuola-4-cortile-marconi

Insegnanti, studenti e genitori sempre più impreparati a vivere in una società complessa, plurale che vive in una condizione di mutamento continua ed accelerata. Anche la scuola, intesa come istituzione formativa, finisce dunque per esser sottoposta ad una duplice pressione. La prima riguarda il demandare completamente da parte della famiglia alla scuola il compito educativo primario, incluse le competenze di base che toccano da vicino il saper stare in società e in relazione con gli altri. La seconda rimanda ad una constatazione, sempre più percepita, che la stessa scuola stia sempre più diventando una agenzia educativa tra le altre, perdendo il suo sostanziale monopolio, soprattutto quando si sale di complessità, verso l’insegnamento superiore e universitario. Si pensi al “ professor Google “, grazie al quale tutti possono sentirsi legittimati a ritenersi onniscienti, preparati al pari di chi esercita il ruolo di docente. Ecco perché la scuola ha oggi più che mai bisogno di essere ripensata! Ovviamente con investimenti finanziari ben maggiori di quanto finora riservato dal bilancio nazionale, anche per avvicinarci agli standard europei. Non riguarda solo “ la scuola “ intesa come struttura edilizia con tanto di certificazioni previste dalla normativa vigente, ma di strumenti al passo con i tempi e soprattutto di contenuti che guardino in modo particolare al senso civico, alla centralità dell’etica, e della ragione. Tutti strumenti, da sempre, alla base della evoluzione dell’umanità. Insomma puntare ad un nuovo alfabeto istituzionale. C’è però un alto rischio ed un esempio può venire proprio dalla recente riammissione in Italia dell’Educazione civica, con tanto di voto in pagella. Materia che, per definizione, riflette il costume della “ polis “ e che invita tutti a seguire le regole della concordia e del bene collettivo. Vien legittimo allora chiedersi: Che senso ha insegnare l’educazione civica se i primi diseducatori sono i nostri governanti? Che senso ha invitare i giovani a questa formazione se poi l’educazione è vilipesa, quasi dileggiata proprio da chi ne dovrebbe essere il promotore? Questa riflessione si fa più amara se si fa riferimento alle nuove generazioni, le prime vittime dalla attuale crisi morale. Tutto questo non deve indurci al pessimismo, ma ad un impegno forte per recuperare il senso della “ civitas “ , perché non possiamo davvero rinunciare al diritto di avere istituzioni serie, oneste e vicine ai cittadini. Tutti ci teniamo alla “ casa comune “ ed allora, concretamente, non possiamo non salutare con grande gioia e soddisfazione i “ Fridays For Future”, la mobilitazione di un movimento informale, cresciuto con il passaparola in rete. La provocazione dello sciopero scolastico, che in questi giorni sta alimentando la cronaca tra regolamenti e giustificazioni, fa quasi star male se rapportata alla richiesta di più sapere, di intelligenza, di conoscenza, di scuola ed innovazione per affrontare le sfide globali. Ecco perché, anzitutto, i giovani devono esser motivati sul perché studiare. La politica ne deve prendere atto ed agire di conseguenza, ne va del futuro delle nostre comunità, del nostro Paese e dell’Europa intera.
Gigi Villotta
24 09 2019

VERDE – GIALLO – ROSSO

 

palazzo_montecitorio_roma1

Dal “ vaffa “ al “ nuovo umanesimo “

Il titolo non tragga in inganno, non è il gioco delle tre carte o i classici colori di un semaforo, ma la simbologia cromatica che – nella dialettica politica degli ultimi tempi – fa riferimento a dei mondi e a delle posizioni partitico-programmatiche ben precise. La cronaca è nota e quanto successo nell’arco degli ultimi giorni ferragostani può lasciare lo spazio a tutta una serie di considerazioni, osservazioni, dubbi che ben si prestano in queste particolari occasioni.

roma_palazzo_madama1

La politica – si sa – è anche l’arte del possibile, ma quanti – alla vigilia della crisi – avrebbero scommesso su una rapida soluzione della stessa e soprattutto con questa ipotesi di governo che, per quanto azzardata, non aveva certo i prodromi ( se non altro sul piano delle precedenti reciproche “offese “ , spesso attraverso linguaggi piuttosto pesanti) di essere presa in considerazione. Ha vinto lo stato di necessità? Non lo so! Sarebbe comodo sospendere il giudizio sul nuovo governo in attesa di vedere cosa succederà, ma questa nuova alleanza, anche se “ tatticamente “ può trovare mille giustificazioni e motivazioni, come cittadino poco mi convince e come elettore non mi sento molto rappresentato. Non vuole essere solo un distinguo o una negazione della necessità del “ comunque “ fare, ma contribuire a capire, o meglio definire, come non basti un contratto (prima) o un accordo (adesso), per mettere insieme saldamente ideali, storie, contenuti e progetti che toccano così da vicino l’uomo e l’intera società, i mondi che li connotano nelle loro diverse specificità. Siamo davvero sicuri che solo governando un Paese, lo si cambi? Non siamo più – in oratorio o in qualche spazio verde di periferia – quando un tempo, da ragazzi, ci si scambiava la squadra per rincorrere un pallone. L’esperimento giallorosso, rispetto alla possibile “svolta “ dell’uomo forte o solo al comando, può e saprà davvero anche convertire il “ vaffa “ al “ nuovo umanesimo “, come enunciato dal riconfermato capo del governo? Me lo auguro, ma faccio tanta fatica ad intravedere, almeno a breve, dei concreti percorsi pronti ad essere intrapresi per incarnare politiche autenticamente “ popolari “, parole quanto mai abusate, deformate e travolte da una ondata di “ populismo “ che ha pesantemente caratterizzato i trascorsi mesi di governo giallo verde. Senza voler dimenticare o sminuire le grandi questioni legate all’economia, all’ambiente, al fenomeno migratorio che oggi il nostro Paese deve affrontare , anche a livello internazionale, non nascondo di essere preoccupato soprattutto su temi importanti come lavoro, giovani, educazione e famiglia.

famiglia-219

Per un semplice motivo. La politica risponde sempre in ritardo alle domande di protezione sociale che stanno diventando laceranti. La povertà, ad esempio, non è soltanto mancanza di reddito da lavoro: è isolamento, fragilità, paura del futuro, tocca dunque molteplici aspetti della nostra vita sociale.

famiglia-11

Uscire da un esperimento fallito per cogliere un’opportunità seria e difficile al fine di impostare una politica di medio lungo periodo che finalmente rimedi ai trend negativi di questo Paese, in un mondo che cambia repentinamente, può essere davvero una sfida esaltante, ma i presupposti da cui si parte lasciano ancora aperti troppi interrogativi, non ultime le sempre possibili lacerazioni e contrapposizioni interne ai partiti di governo. C’ è un’altra doverosa premessa da fare, che difficilmente, non so quanto riuscirà ad essere soddisfatta. Speriamo davvero finiscano, si mettano da parte le attuali modalità con cui la comunicazione – a tutti i livelli – viene usata per accendere gli animi, screditare e far prevalere le paure. Un clima d’odio e di preclusione che – se perpetuato – non può che strozzare il bisogno assoluto di dialogo e di confronto per trovare – a cascata – le soluzioni migliori per il bene del Paese e delle nostre comunità. Purtroppo riusciamo ancora a dividerci su tutto, a contrapporre le piazze, persino su temi fondamentali come quello della famiglia sul quale stiamo pagando un ritardo tanto incredibile, quanto ingiusto. Accolgo con soddisfazione che nella formazione del nuovo governo ci sia un dicastero proprio ad hoc, con un ministro donna, ma non vorrei rimanesse solo un segnale di buona volontà, come già avvenuto più volte in passato. Le istituzioni pubbliche, tutte, non possono più fare finta che la famiglia sia solo un fatto privato, perché invece rappresenta davvero – in ogni tempo – il termometro più sensibile dei cambiamenti sociali. Se non vogliamo rassegnarci al declino demografico e diventare inevitabilmente un Paese di vecchi, dobbiamo ripartire proprio da una attenzione reale alla natalità, prendendosi cura delle mamme lavoratrici, imparando a riconoscere la loro funzione sociale, soprattutto confrontandoci con quanto già sperimentato positivamente in altre realtà europee per assumere in maniera convinta le opportune misure economiche e fiscali. Sono più che mai urgenti e necessarie un insieme di azioni che abbiano la loro cornice di rifermento in politiche familiari e di welfare davvero innovative, se – sul serio – si vuol puntare a ribaltare gli attuali limiti che impediscono di riadattare il nostro sistema sociale a esigenze differenti e complessità crescenti. Sono consapevole che nessuno ha la bacchetta magica, ma proprio sui fatti, sui risultati potremo misurare il grado di incisività di una seria azione di governo, sempre che non finisca per prevalere – ancora una volta – una eccessiva ideologizzazione su determinati temi e problemi, ma puntando sempre ai capisaldi della libertà e della responsabilità, così ben richiamati dalla nostra Costituzione. Il tutto, guardando con convinzione ad una rinnovata Europa, la nostra (indispensabile) casa comune dove – da protagonisti attivi – continuare a difendere, rivendicare e promuovere i principi fondamentali della centralità dell’uomo.

Gigi Villotta
08 Settembre 2019

LA PROVA DELLA MALATTIA

nadia-toffa
nadia-toffa

 

Attenzione alla parola “ dono “

Visto ormai che gli sbarchi clandestini non fanno più cronaca, l’ultimo nostro periodo ferragostano ha trovato nella repentina crisi del governo giallo verde la principale fonte di comunicazione. Non certo per ordine di importanza, ma almeno per lo spessore etico sociale assai stimolante che ha comportato, c’è stata, però, un’altra notizia che è finita su tutte le prime pagine dei giornali. E’ morta a 40 anni, Nadia Toffa. Conduttrice televisiva, molto conosciuta con il programma d’inchiesta “Le Iene”. La sua vicenda è nota essendo sempre stata seguita da vicino sui social e sui media, dopo il suo annuncio in diretta di avere un cancro. In Italia muoiono circa 500 persone al giorno per tumori. Lo scorso anno sono stati 369mila i casi diagnosticati, con il Friuli prima regione per incidenza e con il Veneto con ben 31.750 nuovi ammalati, in leggera prevalenza uomini. Nella nostra regione si parla di 87 nuove diagnosi di cancro ogni giorno. Credo non esista persona o famiglia che, direttamente o indirettamente, non abbia vissuto questo dramma. Si contemperano valori, sentimenti ed emozioni che quando toccano “ il fine vita”, possono portare a prese di posizione e distinguo non sempre condivisibili e dunque diventano spesso oggetto di discussioni ed interpretazioni non facili da accettare. I casi – nel tempo – non sono mancati e spesso è stata la magistratura a dover supplire a quanto, nel merito, il parlamento non ha provveduto. Basti pensare al 24 settembre prossimo quando la Corte Costituzionale, accertata ormai l’assenza di una decisione da parte dei partiti, terrà un’udienza ed emetterà una sentenza sul fine vita ed il suicidio assistito, che “ di fatto “ sostituirà il legislatore. Un pronunciamento che, per il momento, rappresenta un rebus per tutti. Infatti è proprio il suo valore definitivo, al contrario di una legge che è sempre modificabile, che spaventa non pochi, soprattutto chi teme una “ deriva eutanasica “. Un’altra storia non bella della nostra storia parlamentare. Una complessa problematica che periodicamente torna alla ribalta e che magari avremo modo di affrontare in altra occasione. Tornando a Nadia Toffa, proprio il giorno dei funerali, sui social delle Iene si scriveva: “ Qualcuno potrebbe pensare che hai perso, ma chi ha vissuto come te, non perde mai. Hai combattuto a testa alta, col sorriso, con dignità e sfoderando tutta la tua forza, fino all’ultimo respiro”. L’ennesima dimostrazione di come la protagonista abbia trasformato la sua malattia in un’esperienza pubblica, con il nobile scopo di convincere gli altri che le cose brutte della vita non sono baratri, ma trampolini. Un particolare non secondario se si pensa che dopo l’operazione, la chemio e la radio, la simpatica conduttrice aveva scritto un libro “ Fiorire d’ inverno” dove ha raccontato il cancro e la sua esperienza, anche ricevendo critiche per averlo definito “ un dono, un’occasione, una opportunità”. Proprio qui, su questo particolare passaggio, che vorrei soffermarmi e portare alcune riflessioni. Premessa doverosa è riaffermare che la malattia, come la vita, rimane sempre un’esperienza individuale condizionata da una miriade di variabili, quasi mai riconducibili ad una ricetta collettiva. Infatti chi ha già sperimentato i limiti della condizione umana, sa bene che le parole sono importanti anche in virtù del fatto che non sono tutte uguali. In particolare in bocca a chi fa delle parole la sua professione, come succede per un giornalista, ad esempio. Ancor di più se dispone di un palcoscenico mediatico molto ampio in televisione e sui social, condividendo le fotografie scattate durante le cure a cui si è sottoposta. Ha sempre raccolto ed stata seguita con tanta simpatia ed affetto. C’è pero un vulnus, che mi permetto di evidenziare, contenuto in uno dei passaggi chiave riportati nel libro citato. “ Ecco qui, ragazzi, in questo libro vi spiego come sono riuscita  a trasformare quello che tutti considerano un sfiga, il cancro, in un dono, un’occasione, una opportunità”. Non sono d’accordo, pur ritenendo legittimo scrivere pubblicamente della propria esperienza da malata, senza dover pensare ad una sorta di tendenza che porta a riflettere di questi nostri tempi in cui niente è privato e tutto è pubblico. Certo la questione è altamente soggettiva, ma credo che il termine dono possa sposarsi e completarsi bene con altri termini.  La vita è un dono, un figlio è un dono, come per l’amore e l’amicizia. Ho cercato di capire: perché un tumore? Ci sono stati tempi in cui la malattia era tenuta nascosta, non se ne parlava, considerata una sorta di castigo per chissà quali colpe. Ricordo, fin da bambino, quando in casa, in ambito familiare, si faceva riferimento solo al “ brutto male “. Oggi fortunatamente se ne discute, se ne scrive ( tante anche le autobiografie ) e lo stesso mondo del volontariato, attivo nei diversi luoghi di terapia e cura, ne è una concreta testimonianza. Tutto questo è un bene perché credo aiuti moltissimo altri a non sentirsi soli o stigmatizzati nella malattia. Definire però un cancro un dono, a mio parere, sembra eccessivo anche se – sottolineo nuovamente – lo può essere stato soggettivamente per Nadia Toffa. Dicevo prima che ognuno di noi conosce storie di dolore, di sconfitta, di delusione, di lotta anche strenua verso orizzonti oscuri e mi chiedo se davvero definiremmo un tumore un dono, dopo aver perso un amico, una madre o aver condiviso il tormento di una chemioterapia, di un intervento, di una serie di ricadute. Ancora di più le parole, come già evidenziato, diventano importanti, anche perché le esperienze sono diverse, molto diverse e i tumori non proprio tutti uguali. Compresi gli stessi ammalati. Sì proprio loro con le diverse diagnosi, diverse le possibilità di cura e soprattutto diverse le relazioni da cui trarre coraggio e forza. Alcuni non ce la fanno, altri si aggrappano alla normalità, altri ancora non depongono mai le armi. Altri affidano a un Altro la propria sofferenza. Davvero non c’è un modo giusto ed uno sbagliato per affrontare una dura prova, come quella di un cancro. Ognuno di noi sa che, alla fine, ne esiste solo uno: il proprio.

Gigi Villotta

22 Agosto 2019