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REFERENDUM E LEGGE ELETTORALE

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Mancano ormai pochi giorni all’appuntamento elettorale di fine settembre per il rinnovo di tanti consigli regionali e comunali. Sono chiamati alle urne anche tutti i veneti, compresi i cittadini di Portogruaro. Ci sarà consegnata una terza scheda, di cui poco si parla, perché forse si dà per scontato il risultato. Trattasi del referendum

SACRIFICIO E CONDIZIONE UMANA

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Tenersi per mano

Nel corso della fase acuta della pandemia da Sars Cov-2  le RSA ( Residenze sanitarie assistite ) sono state al centro di una particolare attenzione da parte delle autorità sanitarie ed istituzionali, nonché di cronaca quotidiana su tutti i quotidiani e social media. Non solo dati epidemiologici e statistici, ma anche accorati appelli da parte dei familiari e parenti, impossibilitati nel visitare i propri cari, isolati nelle strutture per paura di eventuali contagi. I fatti sono ben noti e le conseguenze pratiche assai pesanti con tanti morti “ in solitudine “, come avvenuto anche all’ IPAB Francescon di Portogruaro. La Regione del Veneto ha istituito una apposita commissione d’inchiesta per accertare quali possibili falle

GLI HOSPICE DI PORTOGRUARO E DI S.DONA’ DI PIAVE MINACCIATI DA DELIBERA DELLA REGIONE VENETO

“Nei servizi territoriali e di prossimità bisogna investire e non ridurre dotazioni e servizi!”

Marco Terenzi
Marco Terenzi

Dichiarazione di MARCO TERENZI candidato al Consiglio Regionale del Veneto nelle liste del Partito Democratico:

“GLI HOSPICE DI PORTOGRUARO E DI S.DONA’ DI PIAVE RISORSE PER LA RETE DEI SERVIZI SOCIO-SANITARI TERRITORIALI MINACCIATI DALLA RECENTE DELIBERA SULLE CURE INTERMEDIE DELLA REGIONE VENETO

La Deliberazione 90/CR del 28 luglio a firma del Presidente Zaia all’esame della Commissione Consiliare Regionale rivede le dotazioni di posti letto delle strutture per le cure intermedie (es. Ospedale di comunità ed Hospice).

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ESTATE 2020: UNA TRINCEA APERTA!

robert-collins-tvc5imo5pxk-unsplashAnimare per educare
Davvero un grande plauso a quanti, di fronte alle tante difficoltà e limiti imposti dalla pandemia, si sono rimboccati le maniche ed indossato il grembiule per rispondere, nei tempi e modalità più consone possibili, ad alcune esigenze che, forse, sono state poco analizzate ed evidenziate. Infatti il lockdown ha colpito alcune categorie in maniera più dura di altre.

DIRITTI E NUOVE SCHIAVITU’

 

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Le sanatorie a posteriori
Se ne parla poco, forse perché – dalle nostre parti – il fenomeno non si è ancora largamente diffuso, anche se approfondite indagini potrebbero far emergere risultati inaspettati in alcuni settori della nostra economia locale. Il riferimento va alla regolarizzazione del lavoro, in particolare degli immigrati irregolari. Le lacrime in televisione della ministra Bellanova hanno fatto breccia riguardo ad un provvedimento contenuto nel Decreto Rilancio che, se anche parziale, ha dato una prima risposta ad un problema che da anni veniva invocato, ma che era sempre stato disatteso da un parlamento largamente ostile ad ogni apertura a favore di “ chi viene da fuori “. Ci sarà tempo fino al prossimo 15 luglio per inviare al Ministero dell’Interno le richieste per l’emersione dei rapporti irregolari di lavoro.

SENZA ONERI PER LO STATO

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Parità nella libertà
Potrà sembrare strano ammettere che se qualche soldino in più arriverà alla scuole paritarie, lo dobbiamo alle conseguenze causate dal Covid-19. Infatti, dopo anni di promesse e di rinvii, di convegni e seminari sull’ argomento, hanno trovato qualche certezza proprio nelle recenti misure governative di rilancio ai danni provocati dal coronavirus. E’ un primo passo importante, un buon segnale che va nella direzione giusta, anche in previsione di possibili miglioramenti nei prossimi passaggi parlamentari. Miglioramenti che dovranno essere sostanziali, in termini di risorse economiche, perché ormai, come dimostrato anche da alcune esperienze presenti nel nostro territorio, è “ allarme rosso “ per i mancati introiti dovuti all’emergenza sanitaria. In pratica significa che si corre davvero il rischio di limitare l’attività o peggio di non riaprire più a settembre, mettendo in serio pericolo un patrimonio culturale che è di tutto il Paese.

L’ULTIMO TRENO

Il grido delle famiglie

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E’ arrivata un’altra bella notizia, in questo tempo davvero assai complicato e difficile. Ancor più positiva perché viene dalla nostra terra. Infatti il Consiglio regionale del Veneto, con il voto unanime di tutte le forze politiche rappresentate, ha approvato nei giorni scorsi una legge quadro che mette al centro “ la famiglia “. Sono stati ufficialmente introdotti il “ fattore famiglia “ per i servizi regionali, l’assegno di natalità per le future mamme, già dai primi mesi di gravidanza, una sperimentazione della gratuità dei servizi di nido per le coppie meno abbienti, ed altro ancora.

 

25 Maggio 2020 ( Città per l’Uomo )

VOGLIA DI RIPARTIRE

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Una “ visione “ sul nostro futuro

Non siamo ancora al “ tutti fuori “, ma stiamo riconquistando – con fatica – buona parte delle nostre libertà, sospese dal covid-19. Sarà ancora lunga e difficile, ma si sa che la speranza è l’ultima a morire, anche se dobbiamo essere consapevoli che il nostro Paese è sempre un malato, in condizioni migliori di prima, certo, ma pur sempre un malato che non può permettersi ricadute.

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La prudenza non è mai troppa, ma stando ai recenti sondaggi, nel Nord Est, il 75% concorda che – con le dovute misure igienico sanitarie – si riaprano da subito negozi, parrucchieri, bar e ristoranti. Il dato che però deve far riflettere riguarda la motivazione che ha comportato questa determinazione. Più della metà degli intervistati teme più gli effetti della crisi economica e sociale che gli effetti per il contagio da coronavirus, per sé e per la sua famiglia.

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D’altro canto i numeri evidenziano una situazione pesantissima con 550 mila posti di lavoro che – secondo stime Inail – si perderanno nel corrente 2020, con oltre 3 milioni di lavoratori attualmente ancora in cassa integrazione, tenendo conto che continua ad allargarsi il popolo degli inattivi, ovvero gli inoccupati che non lavorano e non cercano lavoro. Proviamo ad immaginare, inoltre, cosa possa significare una riduzione del Pil che si aggiri attorno al 10 per cento su base annua, come ipotizzato. Non sono certo un economista, ma potrebbe orientativamente comportare la chiusura del 10% di aziende e di negozi, oggi registrati, con altrettanta percentuale di lavoratori senza più occupazione.

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Qualcuno va sostenendo che tutto tornerà come prima, compresi bullismo, violenza sulle donne, microcriminalità, corruzione ed evasione fiscale comprese, tranne l’economia. Peggior profezia non si potrebbe davvero pronunciare, se non augurarci tutti che questo non accada. Pensiamo solo al “comparto turistico”, una delle principali voci di attrazione e di reddito per l’intero Triveneto, a partire dai nostri borghi e città d’arte, alle nostre montagne e alle nostre spiagge.

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Eppure c’è in giro tanta voglia di riprendere, di ripartire. Sul come fare e su quali misure adottare tante voci si sono levate, anche in occasione della Festa del Lavoro, celebrata sotto tono, causa la pandemia, lo scorso 1 maggio. Politici, economisti, industriali e sindacalisti non hanno mancato di fornire, sollevando anche polemiche e critiche, suggerimenti e proposte che, a seconda delle parti in causa, contengono ricette non sempre verificabili ed attuabili. Giusto in questi giorni il governo centrale ha varato “il decreto rilancio” mettendo sul piatto ben 55 mld di euro, una cifra enorme pari a due “finanziarie”. Quasi 26 mld per i lavoratori, 16 mld per le imprese, 3,5 mld per rinforzare la santà, e tanto altro, con il preciso impegno di snellire al massimo i tempi di erogazione. Finora non è andata così, basti vedere cosa è successo con i pagamenti della cassa integrazione. Non sono un esperto, ma credo si possa concordare con chi ritiene che in diversi piani e programmi, suggeriti per favorire le varie strategie per ripartire, ci si limiti spesso a richiedere solo ulteriori iniezioni di liquidità “ a parità di struttura produttiva “.

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Per usare una metafora, come dire: non si può trattare il sistema industriale di un Paese come fosse un televisore, che si accende e si spegne. Invece questa pandemia globale porterà con sé e richiederà una profonda riorganizzazione delle produzioni, sollecitando il mondo imprenditoriale ad offrire nuovi prodotti e a cercare nuovi mercati. Ecco allora che è arrivato il momento di interrogarsi sul come organizzare il ciclo produttivo, non solo tra le mura della propria fabbrica, ma anche come ridisegnare quelle catene di subforniture composte da tante aziende, piccole e medie, che realizzano parti e componenti fondamentali per la competitività del nostro Paese, anche nel sistema europeo. C’è un’altra sfida da vincere. Riguarda le modalità con cui rivolgersi ai mercati internazionali, diventati improvvisamente lontani, che in tutti questi anni hanno costituito, per moltissime imprese italiane, forse l’unico traino per quella scarsa crescita che ci ha contraddistinto.

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Forse abbiamo imparato che non c’è più bisogno che alcuni prodotti vengano realizzati in Cina o in India, ma tornare a produrre nel vecchio continente beni che, nel tempo, erano stati delocalizzati per risparmiare pochi euro. D’ora in poi, facendo tesoro anche di quanto successo, bisognerà fare più di un salto innovativo in avanti, perché ripartire efficacemente richiede non solo soluzioni finanziarie, ma strategie di produzione e di lavoro che vedano come aree di sviluppo anche quei “ beni comuni “, che richiedono nuove tecnologie e nuove competenze per divenire reali fattori di crescita.

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Per questo, mai come oggi, sono ormai in molti a credere che sia necessario tonare a considerare – ad esempio – la salute, l’ambiente e la sicurezza, vere occasioni per ripensare tutta la nostra economia, ritrovando anche un ruolo per lo Stato che non deve essere solo di surrogazione delle imprese, ma di garanzia dei cittadini. E’ una sfida anche per l’intera Europa, giusto a settant’anni dalla “ Dichiarazione Schuman “, che non può più perdersi nelle vaghe ingegnerie della finanza, ma dare finalmente pratica attuazione a quelle parole: “ L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da  realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto “. E’ questa davvero l’occasione giusta per dimostrarlo e per ripartire, in l’Italia e in Europa.

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P.S.  A proposito di ripartire, ci vuole anche coraggio. Tutti dovranno fare la propria parte, comprese le amministrazioni comunali, non limitandosi solo a rinviare le imposte di competenza, o aiutando le famiglie in difficoltà, ma dimostrando di aver “ una visione “ sul futuro delle nostre comunità. Quello che abbiamo vissuto e che stiamo percependo deve farci comprendere che su alcune scelte di fondo non è più possibile rinviare, o peggio far finta di niente. Un solo esempio: i nostri centri storici rappresentano davvero un importante patrimonio non solo da conservare, ma soprattutto da valorizzare. Devono ritornare, al più presto, ad essere ancora un privilegiato e vero “ luogo d’incontro “.

 

Gigi Villotta

14 Maggio 2020 ( Città per l’Uomo )

LA LIBERTA’ AL TEMPO DEL CORANOVIRUS

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Perso l’uomo, persa la libertà

L’ultimo è stato un 25 Aprile del tutto nuovo e particolare. Dopo 75 anni dalla sua istituzione, non era mai accaduto che, a causa della perdurante epidemia da covid-19, niente manifestazioni e cortei nelle città, né discorsi ufficiali e così la Festa della Liberazione è stata celebrata soprattutto sul Web, in un’immensa piazza virtuale che comprende idealmente case, balconi, finestre addobbate dal tricolore degli italiani in quarantena. Anche nei nostri comuni cerimonie brevi ed essenziali con la deposizione di corone d’alloro, semplici mazzi di fiori ai monumenti e alle lapidi che ricordano i caduti o la Resistenza, cui hanno partecipato una sola autorità civile ed un unico rappresentante delle associazioni partigiane o combattentistiche.

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Lo è stato anche per me, chiuso in casa. Una novità assoluta se penso al lungo periodo (55anni) durante il quale non ho mai mancato di presenziare in piazza della Repubblica a Portogruaro alla cerimonia ufficiale del 25 Aprile. Eccezione il 1970 festeggiato a Venezia sfilando come lagunare in piazza S.Marco. La prima volta era il 1965 quando, studente al quarto anno delle superiori, assieme ad alcuni compagni di classe decidemmo di parteciparvi, dopo una stimolante lezione in aula del compianto prof. Ezio Marchesan, nostro insegnante di italiano. Ricordo anche la suggestiva cerimonia del 25 aprile 1978 che vide la partecipazione in riva al Lemene dell’allora presidente della Camera dei Deputati on. Sandro Pertini, divenuto successivamente Capo dello Stato. Sono sempre convinto che il 25 Aprile rappresenti il Natale della nostra democrazia, ma le polemiche – anche stavolta, seppur in forma ridotta rispetto agli anni precedenti – non sono mancate e quindi per niente messe da parte, malgrado il particolare momento che sta attraversando il nostro Paese. Non sono mancati i tentativi di inventarsi ricorrenze intermedie che vadano bene per ognuno, tipo una Festa per tutti gli italiani. Addirittura qualcuno ha ipotizzato pure una Festa per i guariti di Covid, come se chi sostiene la Liberazione non sostenesse le guarigioni dal virus.

Quel che peggio si sono verificati ancora, purtroppo sempre numerosi, alcuni atti di vandalismo a monumenti e lapidi in ricordo di partigiani uccisi, come successo alla periferia di Roma. Come si può dire che il 25 Aprile è morto? Chi lo afferma è ben lontano dal capire che non si celebra solo la liberazione dell’Italia dal flagello nazifascista, ma si celebrano anche i nobili ideali che hanno dato vita alla nostra Costituzione.

Oggi ci troviamo tutti in un isolamento forzato e forse possiamo capire ed apprezzare meglio cosa sia la libertà per la quale si sono battuti i partigiani e l’esercito regolare, schierati al fianco degli alleati. Per non parlare delle tante vittime civili, vittime innocenti di rastrellamenti e rappresaglie. Rimane sempre il massimo rispetto per tutti i morti, di entrambe i fronti in una guerra spesso fratricida. Ecco perché il “ 25 Aprile “ deve risuonare oggi, più che mai, come l’occasione per un’autentica riflessione sulla parola libertà. Bisogna però avere l’accortezza di non confondere il significato di questa Festa che, non va dimenticato, deve sempre rappresentare l’uscita dalla guerra ed il riscatto nazionale dal giogo nazifascista, con una sorta di liberazione, universalmente auspicata, dalla epidemia in corso. Anche le parole hanno un loro preciso significato. Tanto più oggi, devono venir sempre più misurate, chiarite ed approfondite, pena il rischio di non capirsi. Infatti, in questo periodo di lutti e sofferenze per la pandemia, diventa persino azzardato fare paragoni con la guerra, quella tradizionale, figurarsi con la lotta di liberazione. Semmai una triste constatazione. L’attuale malattia si sta portando via gran parte degli ultimi testimoni di quel lontano giorno di settantacinque anni fa. Stanno andandosene i nostri vecchi – quelli che più di tutti pagano il prezzo più alto per aver casualmente incrociato il Covid-19 – che sono parte della generazione sopravissuta al secondo conflitto mondiale e che, con grandi sacrifici, ha portato il nostro Paese dalla fame al benessere. Ecco perché, ora, tocca proprio alle nuove generazioni di essere testimoni dei testimoni, quindi non disperare mai, sperare sempre. Ripensare alla propria vita con coraggio e si torni, perché no, anche a sognare. Per questo servono ancora e sempre nuovi e buoni   “resistenti “. Quelli che, oggi come ieri, non dimenticano e non la fanno facile, e sanno dire grazie a chi si è battuto ieri e a chi si batte oggi. Quelli che vogliono pensare un’Italia, un’Europa ed un mondo più onesti, partecipi e giusti.

E’ davvero possibile, come ripete papa Francesco, anche se siamo uomini e donne che vengono da strade differenti, ma che non devono aver paura di camminare insieme, di tenere la stessa direzione sforzandosi di essere solidali e allo stesso tempo sodali. Sì è proprio vero, se si perde l’uomo si perde anche la libertà, il rispetto della vita. Per questo non posso trovar di meglio che concludere questo contributo riportando quanto ha scritto recentemente il poeta Roberto Mussapi: “ La resistenza è l’antivirus: il coronavirus è dannoso, tremendo, fa tanti morti, ma il virus che non ci salva, che ci abbatte ed ammorba, è una malattia dell’anima “. Questo, auspico e spero, sia stato e sarà il 25 Aprile di una nuova, impensata quanto drammatica, Resistenza.

Gigi Villotta

27 Aprile 2020 ( Città per l’Uomo )

TUTTI PROMOSSI

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Prima dei tablet, vengono i contenuti

Tra le diverse incognite aperte dalla attuale emergenza sanitaria, quella della scuola pare essere quella meno drammatica, anche se non si possono conoscere appieno, oggi, i risvolti e i futuri effetti pratici. Sono interessati ben 7,6 milioni di alunni iscritti alle statali, cui si aggiungono 867 mila alle paritarie. E’ stata affrontata dalle famiglie e dalle istituzioni scolastiche, non senza difficoltà, ma almeno una “ via di fuga “ è stata trovata per raggiungere il male minore, mitigando così l’assenza obbligata dalle aule.

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Grazie alle moderne tecnologie informatiche e alla buona volontà di tanti dirigenti ed insegnanti, il dialogo educativo e didattico, seppur limitato e circoscritto, non è stato interrotto, anche se appena il 17% delle scuole (dati del Ministero) aveva già fatto in precedenza esperienza di didattica digitale. Il tutto un po’ a macchia di leopardo.

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Meglio alle superiori, meno alle medie e con la fascia materno–elementare che fa capitolo a sé. Rimane comunque sempre un solco profondo tra chi segue le lezioni virtuali con tanto di verifiche e voti e chi si accontenta dei compiti per casa. Resta aperto il discorso relativo alla situazione di carenza in molti istituti dovuta al tipo di utenza, soprattutto quelli con alta incidenza di studenti stranieri o ragazzi con difficoltà economiche che non possiedono adeguati supporti tecnologici. Con la didattica a distanza, dunque, le diseguaglianze già oggi presenti, alle varie latitudini, sono destinate ad aumentare, se non si decide di interviene subito, in maniera organica, con un preciso piano di interventi tecnico-finanziari. La didattica on-line non è cosa fatta e scontata, anche perché il 33% delle famiglie ( dato Istat ) non possiede un computer. Comunque non si potrà mai parlare di una piena alternativa alle lezioni frontali in aula. Certo quello che si è perso, soprattutto sotto il profilo dello stare assieme, della formazione e dell’apprendimento collettivo, è davvero notevole. Senza contare l’aggravio di lavoro per le famiglie, le mamme in particolare (se non lavorano) o i nonni e parenti (se ci sono e se possibile) che si sono trovati a sdoppiarsi nel ruolo anche di insegnanti, nel seguire soprattutto i più giovani. Non si sa ancora quando, o meglio, se torneranno ad aprire le scuole, ma intanto si sta già lavorando per far concludere i vari cicli scolastici ( tutti promossi ?) fornendo e lasciando in contempo in eredità, soprattutto agli insegnanti, la possibilità di sperimentare – in maniera più approfondita – con il mondo digitale nuove modalità per la propria docenza. I fatidici 200 giorni effettivi di lezione non costituiranno un limite invalicabile per rendere comunque valido il corrente anno scolastico, ma quanto accaduto è destinato sicuramente ad aprire una fase nuova.

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Serviranno al riguardo adeguati fondi, invertendo necessariamente la linea finora seguita che vede il nostro Paese investire pochissimo in istruzione e ricerca, contrariamente al resto dell’Europa. Questa è la scarna cronaca di quanto successo, ma alcune riflessioni di merito e di contenuto si impongono e vanno fatte, altrimenti si è portati a credere che tutto sia semplice, tutto si possa risolvere, attraverso magari facili soluzioni. Innanzitutto è necessario, se non indispensabile che il mondo della scuola e dell’università torni ad occupare un ruolo centrale per lo sviluppo del Paese, pena un inesorabile declino. Per quanto si possano avere opinioni politiche diverse, in realtà è difficile non convenire sul fatto che la principale ricchezza di una nazione è oggi l’insieme di conoscenze e competenze diffuse nella società. Infatti qualsiasi problema da affrontare richiede la capacità di elaborare dati, informazioni e saperi complessi. Anche l’esperienza produttiva deve giocare un ruolo importante, perché consente di misurarsi con la soluzione di problemi pratici, come quotidianamente avviene all’interno di un’impresa. Un tipo di esperienza che, per essere accumulata e condivisa, richiede anche l’uso di linguaggi astratti che solo l’istruzione può trasmettere, tanto più quando trattasi di produzioni complesse, servizi sofisticati, tecnologie innovative, cioè tutte le componenti fondamentali di un’economia moderna. Insomma bisognerà impegnarsi meglio e a fondo, con risorse adeguate, se si vorrà puntare davvero ad una istruzione e formazione di qualità. Un obiettivo che non può più prescindere da una “ rivoluzione mancata “ che giusto 20 anni fa trovava spazio ed attualità in una normativa di alto valore costituzionale, dove – per la prima volta – si parlò anche del diritto all’istruzione che nella nostra Carta non è esplicitato. Infatti nei primi mesi del 2000 venne varata dal Parlamento la legge n°62, meglio conosciuta come legge sulla parità scolastica, che diede vita ad un unico sistema nazionale d’istruzione. Un solo articolo con ben 17 commi, tra cui il riconoscimento di diversi gestori: lo Stato, gli Enti locali ed il privato sociale. In gioco il diritto dei genitori in campo educativo, purtroppo rimasto inattuato ed irrisolto per i mancati finanziamenti a favore di quelle famiglie che scelgono di iscrivere i propri figli alle scuole paritarie, tra cui quelle cattoliche, senza sottoporle ad ulteriori oneri economici. Richiesta più che legittima in forza del fatto che trattasi di un servizio pubblico, quindi dovrebbe comportare equità nell’accesso al sistema sia per gli alunni che per il personale. Purtroppo non è così, respingendo di fatto la concreta applicazione di un diritto fondamentale della persona e della famiglia, senza dimenticare il prezioso contributo che offrono alla realizzazione del vero pluralismo. Chissà che tra le “ riflessioni “ conseguenti alla gestione della emergenza sanitaria, con una opportuna digitalizzazione della scuola, non si trovino anche tutti gli strumenti che portino ad una parità vera, non più dimezzata e perchè no, anche tradita.

Gigi Villotta

14 Aprile 2020 ( Città per l’ Uomo )