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DIRITTI E NUOVE SCHIAVITU’

 

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Le sanatorie a posteriori
Se ne parla poco, forse perché – dalle nostre parti – il fenomeno non si è ancora largamente diffuso, anche se approfondite indagini potrebbero far emergere risultati inaspettati in alcuni settori della nostra economia locale. Il riferimento va alla regolarizzazione del lavoro, in particolare degli immigrati irregolari. Le lacrime in televisione della ministra Bellanova hanno fatto breccia riguardo ad un provvedimento contenuto nel Decreto Rilancio che, se anche parziale, ha dato una prima risposta ad un problema che da anni veniva invocato, ma che era sempre stato disatteso da un parlamento largamente ostile ad ogni apertura a favore di “ chi viene da fuori “. Ci sarà tempo fino al prossimo 15 luglio per inviare al Ministero dell’Interno le richieste per l’emersione dei rapporti irregolari di lavoro.

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Al via dunque la regolarizzazione da parte di lavoratori extracomunitari, italiani e dell’Unione Europea, oltre che la presentazione delle domande di permesso di soggiorno temporaneo. Ad oggi le presenze irregolari nel nostro Paese che lavorano in diversi settori economici ( soprattutto agricoltura e servizi alla persona ( colf e badanti ), ma anche allevamenti, pesca, artigianato, industria e collegati ) si aggirano attorno alle 600mila unità, mentre il numero dei richiedenti asilo, in attesa di conoscere l’esito delle richieste, è attorno alle 50 mila unità. La presenza di questi “invisibili “ è diventata ancora più problematica alla luce della recente pandemia da covid19, soprattutto nelle aree più a rischio.

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Oltre a queste dirimenti motivazioni di carattere sanitario, è ben noto che gli irregolari costituiscono un potenziale bacino di manovalanza per la criminalità con rischi che aumentano quando, in momenti come questi, condizioni di vita decente sono ulteriormente precluse. C’è poi chi lamenta, dal punto di vista economico, come i lavoratori irregolari e poco qualificati sottrarrebbero opportunità occupazionali a lavoratori italiani, determinando nel contempo una concorrenza al ribasso sul costo del lavoro ed un peggioramento della dignità lavorativa e le stesse condizioni di vita. Il recente provvedimento governativo punta ad un potenziale doppio beneficio.

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Rendere più facile lo spostamento tra diverse aree di chi già si trova nel nostro Paese, ma soprattutto, attraverso la sanatoria e la regolarizzazione, ridurre quelle condizioni di scarsa dignità e precarietà – già documentate ed evidenziate in diverse occasioni – che purtroppo rendono il lavoro degli immigrati irregolari più “competitivo “ rispetto a quello di lavoratori italiani che, giustamente, non accettano quelle condizioni. Secondo qualcuno il problema, addirittura, non esisterebbe se si fosse proceduto nel tempo alla espulsione degli irregolari. A parole è facile affermarlo, ma i dati più recenti hanno dimostrato che le politiche di rimpatrio sono di fatto impraticabili per onerosità e altre varie difficoltà. Certo la logica della norma approvata si presta a tutta una serie di considerazioni che meriterebbero davvero un reale approfondimento di merito.

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Anzitutto deve far pensare il come si sia arrivati a questo primo importante risultato. Semplificando, possiamo dire che dove non è arrivata la tutela dei diritti umani c’è riuscita la raccolta degli ortaggi nei campi? E’ esagerato pensare che, dove non ha fatto breccia la protezione dal contagio di persone prive di accesso ai servizi, è passata invece una stentata accoglienza delle braccia necessarie a certi settori? Forse si poteva approfittare dell’occasione per tentare di risanare le incongruenze e i risultati pratici dei “decreti sicurezza “ ed anche mettere mano ad un mercato nero del lavoro, senza garanzie. Un’altra volta è emerso il limite vero di questo modo di procedere, già abbondantemente sperimentato: le sanatorie a posteriori. Se ne sono viste davvero tante dal 1986, sempre rimanendo nel campo delle politiche relative alla regolazione dell’immigrazione, che guarda caso sono quasi sempre state dettate dal “mercato “. Un passo in avanti, è giusto riconoscerlo, è però stato fatto. Diventa importante adesso non svuotarlo di senso e di significato. Questa mezza vittoria civile deve essere ora attuata ed è quindi indispensabile che i soggetti interessati ( italiani e stranieri ) e i datori di lavoro (comprese le famiglie ) si mobilitino per produrre la documentazione necessaria ed inviarla agli “sportelli “ riconosciuti ed affidabili . Questo importante appello è stato lanciato, giorni fa, anche dall’ AMVO “Associazione Migranti del Veneto Orientale “ con una lettera ai sindaci e ai sindacati del Portogruarese per chiedere l’attivazione di un servizio dedicato all’emersione del lavoro irregolare. Non è possibile quantificare quanti siano i lavoratori irregolari che operano nel nostro comprensorio, tanto meno ipotizzare quanti saranno coloro che beneficeranno di questa specifica normativa di legge.

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Si stima che le situazioni sanabili, riguardanti in particolare gli stranieri extra EU, siano almeno un centinaio, nella maggioranza riguardanti il lavoro domestico e di assistenza. Da parte AMVO vengono pure evidenziati tentativi di estorsione o ricatto nei confronti di quanti intendono regolarizzare la propria posizione nel nostro Paese. Non mancano nemmeno i datori di lavoro “ fittizi “ che si mettono a disposizione, a pagamento, per facilitare le pratiche. Ecco perchè sarebbe importante, per tutti, poter contare su una adeguata rete locale di servizi di informazione e di assistenza. Un passaggio davvero doveroso, anche perché la recente pandemia ha fatto emergere in maniera prorompente la diseguaglianza delle persone. Occorre dunque una risposta forte. Si parla tanto di diritti delle persone, quindi le distinzioni sono dolorosissime. Considerare le persone in base alla loro utilità, solo come braccia, provoca una ulteriore ingiustizia che rischia davvero di diventare insopportabile, perché questi “ invisibili “ fanno parte – a tutti gli effetti – della nostra società e, tra l’altro, contribuiscono al nostro Pil in maniera rilevante. Senza dimenticare un altro particolare importante: è la prima occasione in cui si accomunano, simbolicamente ancor prima che nei fatti, lavoratori italiani e migranti irregolari, gli uni e gli altri ugualmente sfruttati. Un passo dal valore straordinario.
Gigi Villotta
28 Giugno 2020 ( Città per l’Uomo )

SENZA ONERI PER LO STATO

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Parità nella libertà
Potrà sembrare strano ammettere che se qualche soldino in più arriverà alla scuole paritarie, lo dobbiamo alle conseguenze causate dal Covid-19. Infatti, dopo anni di promesse e di rinvii, di convegni e seminari sull’ argomento, hanno trovato qualche certezza proprio nelle recenti misure governative di rilancio ai danni provocati dal coronavirus. E’ un primo passo importante, un buon segnale che va nella direzione giusta, anche in previsione di possibili miglioramenti nei prossimi passaggi parlamentari. Miglioramenti che dovranno essere sostanziali, in termini di risorse economiche, perché ormai, come dimostrato anche da alcune esperienze presenti nel nostro territorio, è “ allarme rosso “ per i mancati introiti dovuti all’emergenza sanitaria. In pratica significa che si corre davvero il rischio di limitare l’attività o peggio di non riaprire più a settembre, mettendo in serio pericolo un patrimonio culturale che è di tutto il Paese.

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Da tempo e da più parti, con grande forza, si sono levate tante voci affinchè vengano colmate le vistose disparità delle risorse e definite bene le condizioni per un effettivo sostegno a famiglie e scuole paritarie. Il principale interlocutore è il Parlamento, perché unico in grado di legiferare in materia. Sicuramente, è auspicabile, in maniera più chiara di quanto avvenuto in passato, partendo dalla scrittura della Costituzione repubblicana fino alla legge 62/2000 sul sistema pubblico scolastico. La materia, assai complessa ed articolata, non si presta certo a facili semplificazioni, ma trattando temi di ampio respiro, come l’educazione e la formazione, da sempre risente di forti richiami valoriali e di non pochi presupposti, spesso di tipo ideologico. Un retaggio duro a morire, ieri ed oggi, come dimostrato anche dalle recenti affermazioni del segretario nazionale della Flc-Cgil Francesco Sinopoli che al giornale Avvenire, esprimendo una posizione piuttosto inusuale, dichiarava che servono più fondi al mondo della scuola, comprese le paritarie. Sul tema della parità scolastica, però, teneva a precisare: “ Per noi esistono i paletti costituzionali”.

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Ecco, qui sta il punto da cui partire. Se anche i politici, i sindacalisti, gli opinionisti, gli intellettuali, oltre ai curiosi, andassero a rileggersi attentamente i resoconti-verbali dei lavori della “ costituente “, uscita dalle elezioni politiche del’46, forse aiuterebbe tutti a capire di più e meglio l’art. 33 della nostra Carta, in cui al terzo comma compare la tanto citata ed evocata frase “ senza oneri per lo Stato “. E’ passato alla storia come “ l’inciso corbiniano “, dal suo autore l’on. liberale Epicarmo Corbino. Ecco allora le necessità di capire bene perché, in attesa di una precisa proposta di modifica costituzionale, vadano approfonditi alcuni aspetti per una sua corretta interpretazione ai fini del finanziamento pubblico delle scuole non statali ( paritarie e private ) che svolgono un pubblico servizio nel campo della istruzione e dell’educazione, come ribadito nel 2000 dalla legge n°62, voluta dall’allora ministro Luigi Berlinguer. Sono almeno quattro gli elementi che connotano la questione relativa ai “ senza oneri per lo Stato. Anzitutto va detto, come si può leggere dagli atti ufficiali della costituente, che lo stesso on. Corbino aveva precisato “ Noi non diciamo che lo Stato non potrà mai intervenire, in aiuto agli istituti privati, ma che nessun istituto privato potrà sorgere con il diritto di avere aiuti da parte dello Stato”. E’ dunque una cosa diversa: si tratta della facoltà di dare o di non dare. Una precisazione, tra l’altro, che fu accolta dai padri costituenti, compresi i componenti dei partiti della sinistra, in primis dal socialista Alcide Malagugini. Se poi si guarda all’equazione Scuola paritaria = pubblico servizio = pubblico finanziamento, le scuole non statali non sono tutte quelle che vengono istituite da “ enti e privati “, se svolgono una libera attività privata, ma quelle che esplicitamente vengono citate al comma 4 dello stesso art. 33, quindi quelle “ che chiedono la parità, cioè un trattamento scolastico equipollente a quello delle statali “, dove il termine scolastico va riferito ad ogni aspetto della attività svolta da queste scuole, compreso quello economico, come sono le tasse o le rette scolastiche per la frequenza ed il termine “equipollente” significa di uguale valore ed efficacia a tutti gli effetti. Queste scuole con il riconoscimento alla parità, avendone i requisiti, svolgono un servizio pubblico, come quello delle scuole istituite dallo Stato. Da qui si può applicare ad esse l’equiparazione “ pubblico servizio = pubblico finanziamento”, se tale è il finanziamento dell’istruzione per le scuole statali. Va poi anche rimarcato che da molti decenni il bilancio dello Stato contiene già appositi capitoli per contributi alle scuole non statali con importi che, per quanto insufficienti, trovano fondamento proprio nel “ pubblico servizio “ che la legge 62/2000 viene espressamente riconosciuto. Va altresì rimarcato che la stessa legge è stata approvata con alcuni aspetti ambigui ed insufficienti che attendono una ulteriore fase legislativa per il loro superamento nello spirito e nel rispetto di quanto la stessa Costituzione proclama con estrema chiarezza riguardo la piena libertà, l’equipollenza di trattamento scolastico, senza oneri per lo Stato che viene superato con la precisazione del comma 4 nei riguardi degli alunni di scuole paritarie che “ chiedono la parità “. Significa, in definitiva, uguaglianza di tutti i cittadini difronte al dovere dello Stato di rimuovere gli ostacoli e le cause che impediscono l’effettivo esercizio di tale libertà a parità di condizioni. Al riguardo ben chiara è la Risoluzione del Parlamento europeo del marzo ’84 sul “ diritto alla libertà di insegnamento ”, anche sotto il profilo finanziario. Si tratta dunque di un diritto, quello della gratuità della scuola obbligatoria ( vedasi l’art. 34 della Costituzione ), di cui non si può supporre la rinuncia solo per il fatto di scegliere una scuola non statale paritaria, che svolge – come detto – un servizio pubblico come già espressamente riconosciuto dalla normativa vigente. Vi è poi un ultima ragione, molto importante, per cui bisognerà al più presto intervenire a livello legislativo. Per raggiungere il sacrosanto principio della “ Parità nella libertà “, credo non sia solo possibile ma doveroso intervenire, affinchè le famiglie possano esercitare nel nostro Paese il diritto civile alla libera scelta del percorso formativo dei propri figli e le scuole che svolgono un pubblico servizio di adempiere ai loro obblighi in condizioni uguali a quelle di cui beneficiano gli istituti statali corrispondenti e senza discriminazioni.
Gigi Villotta
12 Giugno 2020 ( Città per l’Uomo )

L’ULTIMO TRENO

Il grido delle famiglie

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E’ arrivata un’altra bella notizia, in questo tempo davvero assai complicato e difficile. Ancor più positiva perché viene dalla nostra terra. Infatti il Consiglio regionale del Veneto, con il voto unanime di tutte le forze politiche rappresentate, ha approvato nei giorni scorsi una legge quadro che mette al centro “ la famiglia “. Sono stati ufficialmente introdotti il “ fattore famiglia “ per i servizi regionali, l’assegno di natalità per le future mamme, già dai primi mesi di gravidanza, una sperimentazione della gratuità dei servizi di nido per le coppie meno abbienti, ed altro ancora.

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Lo stanziamento economico è di circa 10 milioni di euro per il corrente anno, destinato ad aumentare nei prossimi bilanci. Ora, sempre a livello regionale, si tratterà di fare una legge ad hoc, per tradurre i principi del fattore famiglia in buone prassi. C’è da sperare che non si impieghi tanto tempo ad attuare praticamente tutti gli aspetti della relativa pianificazione amministrativa, tenendo anche conto che si andrà  – il prossimo autunno – al rinnovo del consiglio regionale veneto.

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Molto merito per il risultato raggiunto va anche alle numerose associazioni del Forum che, da tanto tempo, si battono per sostenere e promuovere una maggiore equità fiscale proprio per le famiglie. Ora, grazie a questa legge quadro regionale, sarà più facile convincere i Comuni veneti ad adottare lo stesso criterio, nella consapevolezza di quante difficoltà, già oggi, debbano affrontare gli enti locali periferici in materia di bilancio. Sono pochi (una ventina) gli esempi dove si sia già concretamente sperimentato il “ fattore famiglia “, traducendo in numeri e criteri economici la centralità sociale e culturale del nucleo familiare.

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Tra gli strumenti operativi contemplati dalla legge quadro regionale c’è la conferma degli “sportelli per la famiglia “, già avviati sperimentalmente nel 2016, che facilitano la conoscenza e l’accesso ai servizi del territorio, oltre alla “ certificazione di riconoscimento familiare “, una sorta di “ bollino di qualità” per individuare le organizzazioni pubbliche e private che si impegnano, su base volontaria, ad erogare servizi a misura di famiglia.

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Finalmente si fa sul serio, dopo anni di silenzio, ancor più assordante se pensiamo alle mancate politiche nazionali, tanto sbandierate da decenni e mai incisivamente affrontate e varate nel loro complesso, malgrado l’istituzione di un apposito ministero ad esse dedicato. Dal Veneto arriva dunque un segnale forte e chiaro per coloro che al Governo e in Parlamento hanno la responsabilità di proporre e legiferare in materia, sapendo bene – come dimostrato nella recente pandemia – che è stata proprio “ la famiglia “ , ancora una volta, a rappresentare la vera diga alle tante difficoltà di ordine sociale, educativo ed economico posteci davanti.

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Mai come in questi mesi la stragrande maggioranza è stata chiamata a stringere i denti, chiedendo a mamme, papà, nonni di improvvisarsi insegnanti, tecnici informatici, infermieri e persino catechisti. Si possono infatti davvero ringraziare le famiglie italiane che hanno retto l’impatto terribile da coronavirus ed è quindi difficile non chiedersi perché, ora, non dovrebbero essere sostenute con politiche adeguate. Ad oggi solo il 6% della spesa pubblica viene riservata ad investimenti sulla famiglia e la natività, mentre gli esborsi per le pensioni superano ormai il 60%. Finora con i provvedimenti governativi relativi alla “ fase rilancio “ si poteva fare di più, non resta che sperare – come da più parti sottolineato – nei miglioramenti sostanziali ai decreti che potranno essere introdotti nei passaggi parlamentari.

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Solo così si potrà prendere atto che le famiglie sono la colonna portante della società, anzi sono il Paese, come ribadito più volte dal presidente Mattarella. E’ veramente auspicabile, al di là delle parole, che queste evidenze si traducano in provvedimenti concreti, anche perché le conseguenze pratiche di questi ultimi mesi rischiano davvero di ripercuotersi con effetti pesantissimi anche sul quadro demografico. Ecco allora aprirsi una grande e complessa questione che deve essere assolutamente affrontata, perché non più rinviabile. Due evidenti realtà si incrociano e finiranno per pesare sul futuro di tutti: la drammatica crisi demografica e l’evidente processo di invecchiamento della popolazione.

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Sembrano delle considerazioni assurde, eppure è proprio quello che sta capitando, anche a livello europeo. Per rendersene conto bastano un paio di dati che vanno ben al di là della loro valenza statistica. In dieci anni il nostro Veneto ha perso 10 mila neonati e la percentuale di ultrasessantenni si aggira attorno al 27%. E’ di 32 anni l’età media al parto e di 1,32 il tasso di fecondità, ovvero il numero di figli per donna.

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Ormai da tempo il numero dei morti supera di molto quello dei nati. Succede anche a Portogruaro, dove ormai si è raggiunto il rapporto di 2 a 1. Se il trend dovesse continuare, tra non molti anni non ci sarà un numero sufficiente di lavoratori per sostenere, attraverso i contributi, le cure e le pensioni dei più anziani. Si può allora facilmente comprendere che è  “allarme rosso“ a tutto campo ed una riforma strutturale si impone. Mai quanto adesso alle famiglie non servono “elemosine d’emergenza“, ma politiche ed aiuti concreti, perché un Paese senza figli non investe sul proprio futuro.

Gigi Villotta

 

25 Maggio 2020 ( Città per l’Uomo )

VOGLIA DI RIPARTIRE

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Una “ visione “ sul nostro futuro

Non siamo ancora al “ tutti fuori “, ma stiamo riconquistando – con fatica – buona parte delle nostre libertà, sospese dal covid-19. Sarà ancora lunga e difficile, ma si sa che la speranza è l’ultima a morire, anche se dobbiamo essere consapevoli che il nostro Paese è sempre un malato, in condizioni migliori di prima, certo, ma pur sempre un malato che non può permettersi ricadute.

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La prudenza non è mai troppa, ma stando ai recenti sondaggi, nel Nord Est, il 75% concorda che – con le dovute misure igienico sanitarie – si riaprano da subito negozi, parrucchieri, bar e ristoranti. Il dato che però deve far riflettere riguarda la motivazione che ha comportato questa determinazione. Più della metà degli intervistati teme più gli effetti della crisi economica e sociale che gli effetti per il contagio da coronavirus, per sé e per la sua famiglia.

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D’altro canto i numeri evidenziano una situazione pesantissima con 550 mila posti di lavoro che – secondo stime Inail – si perderanno nel corrente 2020, con oltre 3 milioni di lavoratori attualmente ancora in cassa integrazione, tenendo conto che continua ad allargarsi il popolo degli inattivi, ovvero gli inoccupati che non lavorano e non cercano lavoro. Proviamo ad immaginare, inoltre, cosa possa significare una riduzione del Pil che si aggiri attorno al 10 per cento su base annua, come ipotizzato. Non sono certo un economista, ma potrebbe orientativamente comportare la chiusura del 10% di aziende e di negozi, oggi registrati, con altrettanta percentuale di lavoratori senza più occupazione.

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Qualcuno va sostenendo che tutto tornerà come prima, compresi bullismo, violenza sulle donne, microcriminalità, corruzione ed evasione fiscale comprese, tranne l’economia. Peggior profezia non si potrebbe davvero pronunciare, se non augurarci tutti che questo non accada. Pensiamo solo al “comparto turistico”, una delle principali voci di attrazione e di reddito per l’intero Triveneto, a partire dai nostri borghi e città d’arte, alle nostre montagne e alle nostre spiagge.

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Eppure c’è in giro tanta voglia di riprendere, di ripartire. Sul come fare e su quali misure adottare tante voci si sono levate, anche in occasione della Festa del Lavoro, celebrata sotto tono, causa la pandemia, lo scorso 1 maggio. Politici, economisti, industriali e sindacalisti non hanno mancato di fornire, sollevando anche polemiche e critiche, suggerimenti e proposte che, a seconda delle parti in causa, contengono ricette non sempre verificabili ed attuabili. Giusto in questi giorni il governo centrale ha varato “il decreto rilancio” mettendo sul piatto ben 55 mld di euro, una cifra enorme pari a due “finanziarie”. Quasi 26 mld per i lavoratori, 16 mld per le imprese, 3,5 mld per rinforzare la santà, e tanto altro, con il preciso impegno di snellire al massimo i tempi di erogazione. Finora non è andata così, basti vedere cosa è successo con i pagamenti della cassa integrazione. Non sono un esperto, ma credo si possa concordare con chi ritiene che in diversi piani e programmi, suggeriti per favorire le varie strategie per ripartire, ci si limiti spesso a richiedere solo ulteriori iniezioni di liquidità “ a parità di struttura produttiva “.

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Per usare una metafora, come dire: non si può trattare il sistema industriale di un Paese come fosse un televisore, che si accende e si spegne. Invece questa pandemia globale porterà con sé e richiederà una profonda riorganizzazione delle produzioni, sollecitando il mondo imprenditoriale ad offrire nuovi prodotti e a cercare nuovi mercati. Ecco allora che è arrivato il momento di interrogarsi sul come organizzare il ciclo produttivo, non solo tra le mura della propria fabbrica, ma anche come ridisegnare quelle catene di subforniture composte da tante aziende, piccole e medie, che realizzano parti e componenti fondamentali per la competitività del nostro Paese, anche nel sistema europeo. C’è un’altra sfida da vincere. Riguarda le modalità con cui rivolgersi ai mercati internazionali, diventati improvvisamente lontani, che in tutti questi anni hanno costituito, per moltissime imprese italiane, forse l’unico traino per quella scarsa crescita che ci ha contraddistinto.

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Forse abbiamo imparato che non c’è più bisogno che alcuni prodotti vengano realizzati in Cina o in India, ma tornare a produrre nel vecchio continente beni che, nel tempo, erano stati delocalizzati per risparmiare pochi euro. D’ora in poi, facendo tesoro anche di quanto successo, bisognerà fare più di un salto innovativo in avanti, perché ripartire efficacemente richiede non solo soluzioni finanziarie, ma strategie di produzione e di lavoro che vedano come aree di sviluppo anche quei “ beni comuni “, che richiedono nuove tecnologie e nuove competenze per divenire reali fattori di crescita.

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Per questo, mai come oggi, sono ormai in molti a credere che sia necessario tonare a considerare – ad esempio – la salute, l’ambiente e la sicurezza, vere occasioni per ripensare tutta la nostra economia, ritrovando anche un ruolo per lo Stato che non deve essere solo di surrogazione delle imprese, ma di garanzia dei cittadini. E’ una sfida anche per l’intera Europa, giusto a settant’anni dalla “ Dichiarazione Schuman “, che non può più perdersi nelle vaghe ingegnerie della finanza, ma dare finalmente pratica attuazione a quelle parole: “ L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da  realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto “. E’ questa davvero l’occasione giusta per dimostrarlo e per ripartire, in l’Italia e in Europa.

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P.S.  A proposito di ripartire, ci vuole anche coraggio. Tutti dovranno fare la propria parte, comprese le amministrazioni comunali, non limitandosi solo a rinviare le imposte di competenza, o aiutando le famiglie in difficoltà, ma dimostrando di aver “ una visione “ sul futuro delle nostre comunità. Quello che abbiamo vissuto e che stiamo percependo deve farci comprendere che su alcune scelte di fondo non è più possibile rinviare, o peggio far finta di niente. Un solo esempio: i nostri centri storici rappresentano davvero un importante patrimonio non solo da conservare, ma soprattutto da valorizzare. Devono ritornare, al più presto, ad essere ancora un privilegiato e vero “ luogo d’incontro “.

 

Gigi Villotta

14 Maggio 2020 ( Città per l’Uomo )

LA LIBERTA’ AL TEMPO DEL CORANOVIRUS

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Perso l’uomo, persa la libertà

L’ultimo è stato un 25 Aprile del tutto nuovo e particolare. Dopo 75 anni dalla sua istituzione, non era mai accaduto che, a causa della perdurante epidemia da covid-19, niente manifestazioni e cortei nelle città, né discorsi ufficiali e così la Festa della Liberazione è stata celebrata soprattutto sul Web, in un’immensa piazza virtuale che comprende idealmente case, balconi, finestre addobbate dal tricolore degli italiani in quarantena. Anche nei nostri comuni cerimonie brevi ed essenziali con la deposizione di corone d’alloro, semplici mazzi di fiori ai monumenti e alle lapidi che ricordano i caduti o la Resistenza, cui hanno partecipato una sola autorità civile ed un unico rappresentante delle associazioni partigiane o combattentistiche.

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Lo è stato anche per me, chiuso in casa. Una novità assoluta se penso al lungo periodo (55anni) durante il quale non ho mai mancato di presenziare in piazza della Repubblica a Portogruaro alla cerimonia ufficiale del 25 Aprile. Eccezione il 1970 festeggiato a Venezia sfilando come lagunare in piazza S.Marco. La prima volta era il 1965 quando, studente al quarto anno delle superiori, assieme ad alcuni compagni di classe decidemmo di parteciparvi, dopo una stimolante lezione in aula del compianto prof. Ezio Marchesan, nostro insegnante di italiano. Ricordo anche la suggestiva cerimonia del 25 aprile 1978 che vide la partecipazione in riva al Lemene dell’allora presidente della Camera dei Deputati on. Sandro Pertini, divenuto successivamente Capo dello Stato. Sono sempre convinto che il 25 Aprile rappresenti il Natale della nostra democrazia, ma le polemiche – anche stavolta, seppur in forma ridotta rispetto agli anni precedenti – non sono mancate e quindi per niente messe da parte, malgrado il particolare momento che sta attraversando il nostro Paese. Non sono mancati i tentativi di inventarsi ricorrenze intermedie che vadano bene per ognuno, tipo una Festa per tutti gli italiani. Addirittura qualcuno ha ipotizzato pure una Festa per i guariti di Covid, come se chi sostiene la Liberazione non sostenesse le guarigioni dal virus.

Quel che peggio si sono verificati ancora, purtroppo sempre numerosi, alcuni atti di vandalismo a monumenti e lapidi in ricordo di partigiani uccisi, come successo alla periferia di Roma. Come si può dire che il 25 Aprile è morto? Chi lo afferma è ben lontano dal capire che non si celebra solo la liberazione dell’Italia dal flagello nazifascista, ma si celebrano anche i nobili ideali che hanno dato vita alla nostra Costituzione.

Oggi ci troviamo tutti in un isolamento forzato e forse possiamo capire ed apprezzare meglio cosa sia la libertà per la quale si sono battuti i partigiani e l’esercito regolare, schierati al fianco degli alleati. Per non parlare delle tante vittime civili, vittime innocenti di rastrellamenti e rappresaglie. Rimane sempre il massimo rispetto per tutti i morti, di entrambe i fronti in una guerra spesso fratricida. Ecco perché il “ 25 Aprile “ deve risuonare oggi, più che mai, come l’occasione per un’autentica riflessione sulla parola libertà. Bisogna però avere l’accortezza di non confondere il significato di questa Festa che, non va dimenticato, deve sempre rappresentare l’uscita dalla guerra ed il riscatto nazionale dal giogo nazifascista, con una sorta di liberazione, universalmente auspicata, dalla epidemia in corso. Anche le parole hanno un loro preciso significato. Tanto più oggi, devono venir sempre più misurate, chiarite ed approfondite, pena il rischio di non capirsi. Infatti, in questo periodo di lutti e sofferenze per la pandemia, diventa persino azzardato fare paragoni con la guerra, quella tradizionale, figurarsi con la lotta di liberazione. Semmai una triste constatazione. L’attuale malattia si sta portando via gran parte degli ultimi testimoni di quel lontano giorno di settantacinque anni fa. Stanno andandosene i nostri vecchi – quelli che più di tutti pagano il prezzo più alto per aver casualmente incrociato il Covid-19 – che sono parte della generazione sopravissuta al secondo conflitto mondiale e che, con grandi sacrifici, ha portato il nostro Paese dalla fame al benessere. Ecco perché, ora, tocca proprio alle nuove generazioni di essere testimoni dei testimoni, quindi non disperare mai, sperare sempre. Ripensare alla propria vita con coraggio e si torni, perché no, anche a sognare. Per questo servono ancora e sempre nuovi e buoni   “resistenti “. Quelli che, oggi come ieri, non dimenticano e non la fanno facile, e sanno dire grazie a chi si è battuto ieri e a chi si batte oggi. Quelli che vogliono pensare un’Italia, un’Europa ed un mondo più onesti, partecipi e giusti.

E’ davvero possibile, come ripete papa Francesco, anche se siamo uomini e donne che vengono da strade differenti, ma che non devono aver paura di camminare insieme, di tenere la stessa direzione sforzandosi di essere solidali e allo stesso tempo sodali. Sì è proprio vero, se si perde l’uomo si perde anche la libertà, il rispetto della vita. Per questo non posso trovar di meglio che concludere questo contributo riportando quanto ha scritto recentemente il poeta Roberto Mussapi: “ La resistenza è l’antivirus: il coronavirus è dannoso, tremendo, fa tanti morti, ma il virus che non ci salva, che ci abbatte ed ammorba, è una malattia dell’anima “. Questo, auspico e spero, sia stato e sarà il 25 Aprile di una nuova, impensata quanto drammatica, Resistenza.

Gigi Villotta

27 Aprile 2020 ( Città per l’Uomo )

TUTTI PROMOSSI

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Prima dei tablet, vengono i contenuti

Tra le diverse incognite aperte dalla attuale emergenza sanitaria, quella della scuola pare essere quella meno drammatica, anche se non si possono conoscere appieno, oggi, i risvolti e i futuri effetti pratici. Sono interessati ben 7,6 milioni di alunni iscritti alle statali, cui si aggiungono 867 mila alle paritarie. E’ stata affrontata dalle famiglie e dalle istituzioni scolastiche, non senza difficoltà, ma almeno una “ via di fuga “ è stata trovata per raggiungere il male minore, mitigando così l’assenza obbligata dalle aule.

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Grazie alle moderne tecnologie informatiche e alla buona volontà di tanti dirigenti ed insegnanti, il dialogo educativo e didattico, seppur limitato e circoscritto, non è stato interrotto, anche se appena il 17% delle scuole (dati del Ministero) aveva già fatto in precedenza esperienza di didattica digitale. Il tutto un po’ a macchia di leopardo.

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Meglio alle superiori, meno alle medie e con la fascia materno–elementare che fa capitolo a sé. Rimane comunque sempre un solco profondo tra chi segue le lezioni virtuali con tanto di verifiche e voti e chi si accontenta dei compiti per casa. Resta aperto il discorso relativo alla situazione di carenza in molti istituti dovuta al tipo di utenza, soprattutto quelli con alta incidenza di studenti stranieri o ragazzi con difficoltà economiche che non possiedono adeguati supporti tecnologici. Con la didattica a distanza, dunque, le diseguaglianze già oggi presenti, alle varie latitudini, sono destinate ad aumentare, se non si decide di interviene subito, in maniera organica, con un preciso piano di interventi tecnico-finanziari. La didattica on-line non è cosa fatta e scontata, anche perché il 33% delle famiglie ( dato Istat ) non possiede un computer. Comunque non si potrà mai parlare di una piena alternativa alle lezioni frontali in aula. Certo quello che si è perso, soprattutto sotto il profilo dello stare assieme, della formazione e dell’apprendimento collettivo, è davvero notevole. Senza contare l’aggravio di lavoro per le famiglie, le mamme in particolare (se non lavorano) o i nonni e parenti (se ci sono e se possibile) che si sono trovati a sdoppiarsi nel ruolo anche di insegnanti, nel seguire soprattutto i più giovani. Non si sa ancora quando, o meglio, se torneranno ad aprire le scuole, ma intanto si sta già lavorando per far concludere i vari cicli scolastici ( tutti promossi ?) fornendo e lasciando in contempo in eredità, soprattutto agli insegnanti, la possibilità di sperimentare – in maniera più approfondita – con il mondo digitale nuove modalità per la propria docenza. I fatidici 200 giorni effettivi di lezione non costituiranno un limite invalicabile per rendere comunque valido il corrente anno scolastico, ma quanto accaduto è destinato sicuramente ad aprire una fase nuova.

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Serviranno al riguardo adeguati fondi, invertendo necessariamente la linea finora seguita che vede il nostro Paese investire pochissimo in istruzione e ricerca, contrariamente al resto dell’Europa. Questa è la scarna cronaca di quanto successo, ma alcune riflessioni di merito e di contenuto si impongono e vanno fatte, altrimenti si è portati a credere che tutto sia semplice, tutto si possa risolvere, attraverso magari facili soluzioni. Innanzitutto è necessario, se non indispensabile che il mondo della scuola e dell’università torni ad occupare un ruolo centrale per lo sviluppo del Paese, pena un inesorabile declino. Per quanto si possano avere opinioni politiche diverse, in realtà è difficile non convenire sul fatto che la principale ricchezza di una nazione è oggi l’insieme di conoscenze e competenze diffuse nella società. Infatti qualsiasi problema da affrontare richiede la capacità di elaborare dati, informazioni e saperi complessi. Anche l’esperienza produttiva deve giocare un ruolo importante, perché consente di misurarsi con la soluzione di problemi pratici, come quotidianamente avviene all’interno di un’impresa. Un tipo di esperienza che, per essere accumulata e condivisa, richiede anche l’uso di linguaggi astratti che solo l’istruzione può trasmettere, tanto più quando trattasi di produzioni complesse, servizi sofisticati, tecnologie innovative, cioè tutte le componenti fondamentali di un’economia moderna. Insomma bisognerà impegnarsi meglio e a fondo, con risorse adeguate, se si vorrà puntare davvero ad una istruzione e formazione di qualità. Un obiettivo che non può più prescindere da una “ rivoluzione mancata “ che giusto 20 anni fa trovava spazio ed attualità in una normativa di alto valore costituzionale, dove – per la prima volta – si parlò anche del diritto all’istruzione che nella nostra Carta non è esplicitato. Infatti nei primi mesi del 2000 venne varata dal Parlamento la legge n°62, meglio conosciuta come legge sulla parità scolastica, che diede vita ad un unico sistema nazionale d’istruzione. Un solo articolo con ben 17 commi, tra cui il riconoscimento di diversi gestori: lo Stato, gli Enti locali ed il privato sociale. In gioco il diritto dei genitori in campo educativo, purtroppo rimasto inattuato ed irrisolto per i mancati finanziamenti a favore di quelle famiglie che scelgono di iscrivere i propri figli alle scuole paritarie, tra cui quelle cattoliche, senza sottoporle ad ulteriori oneri economici. Richiesta più che legittima in forza del fatto che trattasi di un servizio pubblico, quindi dovrebbe comportare equità nell’accesso al sistema sia per gli alunni che per il personale. Purtroppo non è così, respingendo di fatto la concreta applicazione di un diritto fondamentale della persona e della famiglia, senza dimenticare il prezioso contributo che offrono alla realizzazione del vero pluralismo. Chissà che tra le “ riflessioni “ conseguenti alla gestione della emergenza sanitaria, con una opportuna digitalizzazione della scuola, non si trovino anche tutti gli strumenti che portino ad una parità vera, non più dimezzata e perchè no, anche tradita.

Gigi Villotta

14 Aprile 2020 ( Città per l’ Uomo )

MALATTIE SOCIALI

Corruzione, una ferita aperta

In tempi particolarmente gravi e difficili, come gli attuali, caratterizzati anche da martellanti  informazioni ed appelli, tutti incentrati sul covid-19, concentrarsi su altri virus ed epidemie, pare forse inopportuno.

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https://www.difesapopolo.it/Fatti/Sport-e-sagre-cosi-la-mafia-si-e-presa-il-Veneto.-Parla-Maurizio-Dianese

Talvolta però è necessario andare fuori tema, pur restando sempre nello stesso ambito, non più attinente la sanità pubblica, ma che riguarda un altro tipo di salute, quella della giustizia sociale e dei comportamenti, anche singoli, che ne conseguono. Intendiamo occuparci di un argomento dibattuto in tutto il Nord Est, in particolare nel Veneto Orientale, per quanto attiene un fenomeno che, fino a pochi anni fa, pareva aver risparmiato questo lembo di terra, ma che invece si è manifestato in tutta la sua complessità e gravità, al pari di tante situazioni analoghe sparse a livello nazionale.

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corriere-del -veneto-20-03-2020

Riguarda il rapporto tra affari ed infiltrazioni mafiose scoppiato circa un anno fa lungo il litorale dell’Alto Adriatico, particolarmente interessando la località di Eraclea e coinvolgendo anche la pubblica amministrazione. Era la mattina del 19 febbraio 2019, quando un centinaio di uomini e donne di polizia e guardie di finanza hanno fatto scattare l’atto finale di un’indagine che, partita molti anni prima, aveva di fatto scoperchiato una vicenda di interessi ed intrallazzi, con possibili ramificazioni anche ad altre località balneari viciniori.  Cinquanta arresti, la stragrande maggioranza finiti in carcere. Tutti a vario titolo accusati di aver agevolato o di far parte di un’organizzazione criminale legata al “clan dei casalesi”. Il bilancio di un blitz che, per la prima volta, faceva dire ad un procuratore antimafia che “ la mafia a Nord Est non era solo un’ipotesi”.

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LA NUOVA VENEZIA 19 03 2020

Usura, estorsioni, rapine, truffe, illeciti fiscali, droga ed uso di armi da guerra per compiere atti intimidatori: queste le prime ipotesi di reato, cui si aggiungeva successivamente il voto di scambio, con le indagini che finivano per coinvolgere anche le massime autorità politico-amministrative del Comune di Eraclea. Mentre il processo continua presso l’aula bunker del tribunale a Mestre, non senza distinguo e larvate polemiche, proprio nei giorni scorsi il ministro dell’Interno ha deciso di non procedere allo scioglimento del consiglio comunale della cittadina balneare. Di conseguenza tutto resta in piedi, sotto la guida di un commissario straordinario e si andrà dunque ad elezioni normali, probabilmente in autunno, nello stesso turno di Venezia e Portogruaro.

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Cereser-e-<Tallon-4-12-2019

Ricordiamo, solo per amore di statistica, che in Italia dal 1991 quando fu istituita la prima apposita legge ad oggi, sono ben 287 gli enti locali coinvolti nella procedura di verifica per infiltrazioni della criminalità organizzata, di cui 256 effettivamente sciolti. Un fenomeno dunque ben presente, a tutte le latitudini della penisola. In fatto di corruzione, di lobbyng e di conflitti di interesse, il nostro Paese è al 51° posto nel mondo, siamo al pari di Ruanda ed Arabia Saudita e sotto Malta, ben davanti agli altri Paesi europei. Che dire se ben otto italiani su dieci sono convinti che la situazione non sia cambiata rispetto ai tempi di Tangentopoli. Si ha la sensazione che in Italia la lotta alla corruzione vada come ad ondate, malgrado l’impegno delle forze e i mezzi messi in campo, cominciando dall’ANAC. Non bastano più le parole d’ordine.

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31-07-2019-corriere-del-veneto

Mi rendo conto quanto sia difficile capire come cambino nel tempo gli scenari relativi al “pane sporco“, come lo definisce papa Bergoglio, ma il rischio di perdere di vista quanto sta accadendo diventa sempre più probabile. Certo le mazzette sono ancora all’ordine del giorno, ma sempre di più pesano altre merci di scambio come regalie, crociere, escort, consulenze a qualche società “giusta” oppure assunzioni di parenti ed affini. I magistrati dicono che, malgrado gli sforzi fatti per debellare il problema, la corruzione negli anni si è fatta più subdola, come a dire – per parafrasare l’attuale emergenza sanitaria – che i ceppi virali si sono fatti più resistenti, più difficili da individuare, anche perché tendono a diffondersi sempre di più.

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il gazzettino-19-07-2019

Ancora una volta, malgrado le retate e le manette, quella che davvero manca è una svolta di ordine culturale. Non è la prima volta che si lancia questa constatazione, come già capitato – ad esempio in occasione dell’ 8 Marzo – per la condizione della donna, ma se ancora l’aggettivo culturale ha un senso, allora bisognerà convenire che se non cogliamo, oggi, fino in fondo l’avvertimento di queste insidie, il futuro ci apparirà davvero più buio e sconfortante. Come abbiamo visto, purtroppo, anche dalle nostre parti. Non possiamo certo abdicare davanti a questi “ bulli “ che, come avviene per certi adolescenti a scuola, esercitano nella società la violenza di gruppo per intimidire e soggiogare il territorio ai loro desideri, gerarchizzando i ruoli in cui pochi comandano e tanti obbediscono. Spesso guadagnano terreno e non solo come spazi di influenza, non tanto perché siano dei “ superman “, ma perché, anche nella nostra società – che definiamo civile – essi sanno di poter contare su due fattori di base. La paura di tanti che preferiscono subire piuttosto che denunciare e le connivenze, se non addirittura le complicità, di diversi soggetti che appartengono a quell’area “ grigia “ che si mette al loro servizio ed è composta – il più delle volte – da insospettabili imprenditori, liberi professionisti, banchieri, politici , dipendenti pubblici e persino qualche mela marcia tra le forze dell’ordine. Da qui il pericolo di fertilizzare per bene quell’humus di consenso sociale di cui il malaffare, anche da noi, si nutre da svariati decenni. Non sono certo pochi quanti si rivolgono alla criminalità organizzata per ogni tipo di problematica economica o privata, venendone così assoggettati. Per avere un prestito o recuperare un credito, per smaltire rifiuti, per l’emissione di fatture false al fine di coprire la corruzione, per non parlare del riciclaggio del denaro sporco. Non mancano anche le mafie straniere, nigeriana ed albanese in particolare, che si occupano principalmente di traffico di stupefacenti, sfruttamento della prostituzione e tratta di esseri umani, oltre al favoreggiamento della immigrazione clandestina.

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DIA RELAZIONE AL PARAMENTO ITALIANO PRIMO SEMESTRE 2019 – PAGINE DEDICATE AL VENETO

Un panorama davvero completo, per cui si deve ormai parlare di radicamento, non di sola ed isolata infiltrazione. Non c’è dunque più spazio per il negazionismo, come accaduto da parte di qualcuno anche riguardo le recenti vicende che hanno contraddistinto il Veneto Orientale, o la semplice sottovalutazione, anche se qualche segnale positivo sta emergendo. Secondo la DIA, infatti, negli ultimi anni sono cresciute del 114% le denunce per associazione mafiosa in Veneto e l’apparato investigativo e giudiziario ha cambiato decisamente passo nella nostra Regione con risultati lusinghieri che lasciano ben sperare. Dipenderà molto anche dal comportamento di tanti semplici cittadini che non si lasceranno più intrappolare da organizzazioni malavitose che hanno quali unici scopi il potere ed il denaro. Non sarà facile, ma educare alla legalità rimane sempre un obiettivo prioritario cui puntare ed affidarsi. Ecco perché è e rimane una questione culturale ancora aperta!

Gigi Villotta

24 Marzo 2020 ( CITTA’ PER L’UOMO )

LIBERE DI VOLARE ?

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Un 8 marzo sotto tono, ma intriso di impegno civile e sociale

Dentro nuvole cariche di paure e di preoccupazioni e sotto una narcosi mediatica non priva di pressioni psicologiche, pochi giorni fa, si è celebrata la Giornata internazionale della Donna. Un 8 Marzo diverso con poche mimose in giro e con tanti appuntamenti ed iniziative annullate, causa l’emergenza sanitaria legata al coronavirus. Uno spirito di festa, ridotto al minimo, ma profondamente intriso di impegno civile e sociale, che speriamo rappresenti anche un forte richiamo alla responsabilità e alla riflessione.

Tante attenzioni a questa particolare giornata, ma esistono tanti modi di fare violenza alle donne, non solo quella fisica, come spesso si è portati ad evidenziare, riportando statistiche davvero impressionanti al riguardo. La violenza si esprime e concretizza in forme diverse, anche sotterranee e sottili, ed è per questo che, oggi, non dovrebbe più venir considerata un’emergenza, ma elemento strutturale della società, non una sorta di stagione che va a spegnersi. Infatti, dopo una lunga e faticosa sequenza di passi avanti e indietro, è davvero difficile non riconoscere che poco – nella sostanza – è cambiato, anche se non mancano timidi segnali di equità. Per questo l’8 marzo deve diventare un’occasione per festeggiare le battaglie vinte e ricordare quelle ancora da combattere, maschi e femmine insieme.

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Forse pubblicamente siamo più consapevoli, ma intimamente no. Diventa allora sempre più necessario interrogarci sulla presenza femminile nella società, puntando non solo sulla quantità, ma soprattutto sulla qualità.

Pensiamo, ad esempio, alle donne in magistratura e in medicina, per non parlare della politica. Nonostante la parità sancita dalla nostra Costituzione, secondo gli ultimi dati forniti dal CSM, le donne magistrato ordinario sono quasi il 60%, ma quelle che rivestono incarichi direttivi non arrivano neanche al 28%. Stesso discorso nella carriera ospedaliera, dove sempre più donne vincono i concorsi come medico, ma solo il 15% oggi riveste l’incarico di primario. E’ davvero difficile smentire chi sostiene che, il più delle volte, le donne sono la maggioranza nel mestiere, ma netta minoranza nelle “stanze dei bottoni “.

Ursula von der Leyen e Christine Lagarde
Ursula von der Leyen e Christine Lagarde

Anche su questa particolare questione, merita soffermarsi per capire come la si pensi in giro, visto che ormai si fanno sondaggi ad ogni piè sospinto. Secondo una recentissima indagine svolta dall’Osservatorio del Nord Est, l’idea di uguaglianza di genere è condivisa solo dal 35% degli interpellati, mentre la maggioranza – oltre il 55% – ritiene che gli uomini continuino ancora ad avere dei vantaggi legati al solo fatto di essere maschi. Sotto il 10% la quota di chi ritiene che le donne abbiano ormai più importanza degli uomini.

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Certo sono solo numeri, ma la problematica si apre a dismisura se si toccano alcuni aspetti particolari, che fanno capire bene come nel nostro Paese sia più che mai necessaria una profonda svolta culturale che affronti un fenomeno che, ripetiamo, non è più emergenziale. Pensiamo, ad esempio, alle donne che tornano al lavoro dopo la gravidanza. Siamo agli ultimi posti in questa particolare classifica, come se tenere insieme vita fuori e dentro casa fosse ancora un privilegio di poche.

Non facciamo certo una bella figura, anche se nei programmi elettorali – ai diversi livelli – si continua a parlare sempre di tutelare “ la famiglia “. In questo campo si è fatto davvero poco, guardiamo solo all’estensione del congedo di paternità per rafforzare una nuova cultura della famiglia. Nel nostro Paese la domanda di riduzione dell’orario di lavoro, una volta che si è diventati genitori, viene chiesta dal 25% delle madri, a fronte del 3% dei padri di figli minori di 14 anni. Va detto inoltre che l’11 % delle madri non ha mai lavorato, contro una media europea del 3,7%.

Si diceva prima che trattasi di una questione culturale, di educazione e formazione insieme, per riuscire a cambiare anche i pregiudizi e gli stereotipi diffusi nella società, allo scopo primario di promuovere, unitamente donne e uomini, un nuovo modello di convivenza fondato sul rispetto.

Un argomento complesso e delicato nell’ambito delle politiche familiari che varrà la pena di approfondire in altra occasione. Consapevoli di essere comunque parziali, rimane però un aspetto che poche volte viene affrontato riguardo l’universo femminile. Intendo riferirmi alla condizione delle donne nella Chiesa. Al di là delle rivendicazioni ideologiche della parità di ruolo, che potrebbero sconfinare nella tentazione di clericalizzare la condizione femminile, la questione riveste un’indubbia attualità ed urgenza. Lo stesso papa Bergoglio ha sottolineato più volte come non si tratti tanto di occupare posti, ma iniziare processi. Lascio agli esperti, preti e laici, monitorare e dibattere lo stimolante argomento, sempre tenendo conto che, ancora oggi, le donne nella Chiesa, parimenti ad altri ruoli femminili nella nostra società, hanno un ruolo di fatto, ma non altrettanto di diritto.

Il mio pensiero va alle suore, alle religiose. Figure di consacrate che mi riportano alla mia infanzia, quando frequentavo l’asilo, ma che ho imparato a conoscere meglio in tempi successivi, negli ospedali e nelle case di riposo. La cura dei piccoli, dei poveri, dei malati, dei più vulnerabili, ancora oggi seppur in piena crisi vocazionale, è nelle mani di tante donne umili, generose e sorridenti, che nulla chiedono e tutto donano, spendendo la vita senza clamore. Mi sono chiesto tante volte perché nella formazione sanitaria delle religiose, generalmente le suore studino da infermiere e non da medico e nella formazione teologica ci si limita ad un piano di studi ridotto, nelle università pontificie? Sono convinto che non è sempre così, ma tendenzialmente, credo, si punti di più a valorizzarne le braccia che la mente. Chissà che anche in questo particolare mondo qualcosa non si stia muovendo, prendendo sul serio proprio questa considerazione. Ne sono certo, ancor di più dopo aver letto una recente intervista rilasciata da una suora australiana, componente dell’Unione internazionale delle superiori generali, al settimanale femminile “ Donne, Chiesa , Mondo “ dell’Osservatore Romano.

Complimenti ed auguri a tutte le donne, comprese le suore, con piena libertà di “ volare, volare alto “ .

Gigi Villotta

10 marzo 2020 ( Città per l’Uomo )

CANDIDATI … CERCANSI !

 

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Avanti c’è posto

Mancano tre mesi alle prossime elezioni amministrative. Il 24 maggio si voterà per il nuovo Consiglio regionale del Veneto, ma in molte località, tra cui Venezia e Portogruaro, si rinnoverà anche il Consiglio comunale. Si stanno definendo le liste, ma l’attenzione maggiore è riservata ai candidati sindaci, in quanto figura più vicina ai cittadini, ma anche perché più sono conosciuti, più saranno in grado di convincere i potenziali elettori ai fini della vittoria elettorale, magari al primo turno.

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Non sempre la scelta riesce facile, perché le contrapposizioni e i distinguo sono sempre molto forti, ma lo sforzo maggiore sarà “ reclutare “ le persone da mettere in lista che, come accaduto in passato, dovranno essere davvero tante.

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C’è chi si metterà a disposizione ed accetterà per dichiarata appartenenza politica, chi vorrà fare un’esperienza nuova, chi si lascerà convincere inseguendo “ sogni di gloria “, ma ci sarà anche chi lo farà convintamente per dare una mano alla propria comunità, mettendoci la faccia. Non sarà facile trovare adesioni, non tanto perché c’è consapevolezza che molti saranno i candidati, ma pochi gli eletti, ma perché finisce per prevalere una certa ritrosia nel presentarsi, ritenendosi poco adatti o preparati all’impegno amministrativo, se non addirittura contrari per chiara delusione e poca fiducia nel nostro sistema politico/partitico.

 

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Tutte realtà e posizioni che vanno rispettate, ma prima che la campagna elettorale si faccia sentire, anche nelle sue forme meno positive, alcune considerazioni di fondo vanno poste ed evidenziate.

Cominciamo con il riaffermare che ogni elezione democratica dovrebbe essere orientata, come si dice da sempre, al bene comune. Questo basilare concetto, però, non è una sorta di formula che ognuno interpreta come vuole. Bisogna sempre saper guardare dentro a questa espressione ed interpretarne un aspetto che credo debba risultare fondamentale, direi quasi una condizione di presupposto: il rispetto delle istituzioni. Intendo riferirmi principalmente al valore della partecipazione, quindi della democrazia. Il tutto senza eludere una chiara richiesta di onestà, competenza e spirito di servizio da parte di chi sarà legittimato titolare di autorità, proprio in quanto democraticamente eletto.

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Per non correre il rischio di rimanere astratti, occorre aggiungere che altrettanto basilare sarà il riconoscere il diritto-dovere di tutti di dire le proprie opinioni, senza ricorrere a linguaggi fuorvianti, offensivi o volgari. Spero davvero la si smetta di fare campagna elettorale con il clamore, la confusione, il cattivo gusto. Basterà ragionare un po’ e si arriverà a capire che ciascuno di noi può avere la responsabilità di certe opinioni personali senza che le debba sempre mutuare da altri. Fare dunque particolare attenzione ai moderni “ pifferai “ o incantatori che non aiutano certo a pensare, non favorendo profondità, consapevolezza e riflessione. Sono molte le opportunità che ci vengono offerte per irrobustirci nell’approfondire le personali convinzioni.

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Acquisiremo così maggiore autostima riguardo le nostre energie interiori che finirà per conferirci anche una migliore autorevolezza nelle scelte e nei giudizi. Sarebbe davvero tutta linfa per un’autentica partecipazione alla vita democratica del nostro Paese e della nostra comunità, un’autentica democrazia dal basso. Molte volte ci domandiamo come e che fare concretamente. Va anzitutto vinta la tentazione, seppur grande, di cedere all’avvilimento, perché talora sembra di battere la testa contro il muro, soprattutto quando si avanza qualche critica costruttiva o qualche proposta alternativa.

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Elezioni Amministrative 2015 -Presentazione Candidati

Non bisogna demordere, anzi rimanere fedeli a quello che crediamo, pur senza essere così presuntuosi da non saper accettare suggerimenti e supporti che possono aiutarci a progredire in meglio. Così facendo si raggiungerà anche l’obiettivo di favorire e riuscire a coinvolgere più forze possibili per obiettivi di bene comune anche nel nostro territorio, sempre nel reciproco massimo rispetto. Non è che manchino i problemi o le omissioni, soprattutto riguardo chi non ha voce o si trova in difficoltà, non solo materiali. Si impone dunque l’esigenza di una duplice dinamica dentro le persone e le comunità.

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Bisogna guardare avanti con fiducia, perché così non si abbasserà la nostra soglia di resistenza e ancor più quella della partecipazione alla sforzo comune di risalire la corrente e tentare di dare soluzione alle questioni più urgenti e pressanti. Fiducia in sé, nel prossimo e nel futuro. L’altro elemento fondamentale sarà il coraggio, cioè la grinta di una volontà che deve portare a sentirsi protagonisti, non semplici gregari senza responsabilità.

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E’ importante, alla fine, che ciascuno faccia la propria parte, senza tentennamenti e, se necessario, anche superando paure di vario genere, nella consapevolezza che i grandi risultati si ottengono con i piccoli apporti di ogni giorno. Vale nella vita privata, nel sociale ed anche nella politica. Il 24 maggio è vicino. Un’occasione da non perdere, per chi sa e vuole mettersi in gioco.

Gigi Villotta

26 Febbraio 2020

VIRUS CONTAGIOSI

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La paura, un sentimento irrazionale

Ci sono materie troppo importanti, proprio perché toccano da vicino la “ carne “ dell’uomo, che non possono, anzi non dovrebbero mai costituire motivo di divisione o peggio di polemica politica o distinguo strumentale, in quanto – sono convinto – che il senso di responsabilità debba sempre prevalere soprattutto per evitare l’allarmismo ed il panico sociale. La salute è una di queste e proprio recentemente, con l’improvviso affacciarsi dell’epidemia di coronavirus scoppiata in Cina agli inizi del dicembre scorso, ne abbiamo avuto la riprova. Non è il caso di ridurre il tutto alla  “querelle“, di cui tanto si è scritto e detto, tra il governo centrale e la richiesta specifica sulle modalità di prevenzione a scuola anche da parte dei governatori regionali di Veneto e Friuli Venezia Giulia. Al riguardo, però, mi permetto un’unica osservazione.

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Perché ci sono voluti così tanti giorni per stabilire che siano i medici a decidere se gli studenti rientrati dalla Cina debbano restare a casa o tornare in classe? Ci voleva tanto a capire che la questione è medico-sanitaria e non scolastica? Perchè non si è pensato subito, proprio per evitare contrasti, ingerenze di campo e libere interpretazioni di affidare alle ALSS territoriali il compito di monitorare e seguire i vari casi su diretta segnalazione delle famiglie e dei dirigenti scolastici?

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Ovviamente le stesse famiglie, su base volontaria, possono sempre decidere di tenere a casa lo studente, anche se asintomatico, per 14 giorni, con assenza automaticamente giustificata. Sappiamo tutti invece come è andata e quante polemiche ne sono scaturite. Non sempre, da parte di chi detiene il potere ed il dovere politico, sono uscite reazioni lucide e giuste. Speriamo serva di lezione, anche per evitare che su problemi così delicati si finisca, ancora una volta, per spaccare in due il Paese. D’altro canto piena chiarezza va fatta per identificare le svariate voci false sul virus e sulla sua diffusione, perché anche queste possono danneggiare la salute. D’altronde non va mai dimenticato che la paura è un sentimento irrazionale, come lo sono gli stessi esseri umani. Altre considerazioni di carattere generale ( quelle specifiche e scientifiche vanno lasciate ai tecnici ed agli specialisti ) si impongono, se non altro per contribuire ad approfondire alcune tematiche che rischierebbero, forse, di rimanere sottotraccia e non essere adeguatamente messe in risalto.

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Ognuno di noi, credo, abbia delle domande da farsi, perché la complessa problematica che ci si prospetta davanti non può lasciarci estranei o impassibili. Vorrei partire da una premessa. Non so quanti ricorderanno che, non più tardi di due anni fa, senza che nessuno pensasse di acquistare mascherine in farmacia o a chiudersi in casa improvvisando inutili quarantene, metà del nostro Pianeta si trovò a fronteggiare un’altra grave epidemia, quella del morbillo. L’infezione, che conta un tasso di contagiosità nove volte più alto del coronavirus, alla fine del 2018 presentò un bilancio drammatico, perché i morti furono 140 mila. E pensare che contro il morbillo esiste già un vaccino, gratuito e reperibile almeno nei Paesi occidentali che consente di seguire una determinata profilassi e così evitare la malattia per sempre.  Allora attenzione a non fare del coronavirus una sorta di nuova linfa di chi vive con il terrore di ciò che non può controllare, né prevedere. In queste ore di allerta mondiale sono in molti a tramutare la sacrosanta attenzione che si deve alla questione in panico insensato, che finisce per comprendere anche un rinnovato malanimo verso chi arriva da terre lontane, in questo caso da chi ha gli occhi a mandorla. Con tutto quello che ne consegue anche in termini di abitudini quotidiane, smettendo non solo di frequentare mercati e ristoranti orientali, ma anche interrompendo rapporti umani già consolidati in ambienti e quartieri frequentati dagli asiatici in generale. Intravedo un unico antidoto che non vale solo contro il pregiudizio. Bisogna trovare la forza ed il coraggio di sfidare la paura, togliendo dalle fauci proprio di chi vive di paura la vittima di turno.

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Tra gli strumenti da adoperare bisognerà senz’altro investire di più e meglio nella comunicazione, costruendo vere e proprie realtà parallele che devono diventare più incisive ed influenti nel contrastare le deformazioni che derivano dal rimbombo e dai commenti della società globale su fatti reali o anche inventati, spesso artatamente messi in campo per interessi sociali, economici e politici di parte. Nella realtà dei social dobbiamo allora diventare ogni giorno più consapevoli ed anche più esigenti, perché non dovremmo mai dimenticare che tutti noi siamo soggetti attivi e passivi nel mondo dell’informazione. Dobbiamo, in definitiva, diventare più saggi, cosa che non sempre siamo. Per capire, capirci meglio e reagire efficacemente, allora, non dobbiamo più rivolgerci solo a Facebook, WhatApp e Twitter, ma anche andare a rileggere alcune illuminanti pagine dei Promessi Sposi del Manzoni, sapendo bene le sostanziali ed enormi differenze tra quanto successo nel 1630 e quanto accade oggi. Ecco perché dobbiamo guardare con grande fiducia e speranza ad un “ arma “ fondamentale che abbiamo a disposizione: la ricerca scientifica, ovvero le conoscenze di chi studia e le competenze di chi ne applica le scoperte. Va però superato l’aperto ostracismo populista che anche recentemente ha voluto distinguersi sulla decisione riguardo la validità di un vaccino o di una cura. Fiducia e razionalità si conquistano nel lungo periodo con la trasparenza, con informazioni chiare e decisioni tempestive soprattutto da parte delle istituzioni. E’ il tempo delle responsabilità, perché la posta in gioco è davvero troppo alta, ne va di mezzo la vita stessa delle persone.

Gigi Villotta

11 Febbraio 2020