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LA VIOLENZA SULLE DONNE

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Un’ emergenza, una svolta culturale

Anche dalle nostre parti, alla fine di novembre, numerose sono le iniziative per dar senso e significato alla Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Un fenomeno assai complesso e diffuso. Bastano pochi numeri per far capire la portata di un macigno umano e sociale, che, anche nel nostro Paese, sta andando ben oltre le minacce e le intimidazioni. Ben 88 al giorno, una ogni quarto d’ora, sono le donne vittime di violenza, secondo i dati della Polizia di Stato. L’ 80,2% delle vittime è italiano, come il 74% dei carnefici. Nell ’82% dei casi la violenza è familiare. Stabile negli ultimi dieci anni il numero dei femminicidi ( nel 2018 le donne uccise sono state 142 ) che rappresentano il 34% di tutti gli omicidi. In sei casi su dieci l’assassino è il partner o l’ex. Gelosia e possesso restano il movente principale (32,8%), mentre sono in aumento le denunce per violenza sessuale (+ 5,4%), stalking (+ 4,4%) e maltrattamenti in famiglia (+11,7%). Questi sono i dati statistici con cui confrontarsi, soprattutto inserendoli e monitorandoli bene all’interno delle azioni concrete che – oggi e da più parti – si stanno attuando per porvi rimedio e così venire efficacemente incontro alle donne in pericolo.

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Nel nostro Veneto ci sono state, lo scorso anno, ben 8400 richieste di soccorso, raccolte dalle 44 strutture dedicate, tra cui 22 Centri antiviolenza e 22 case rifugio. A queste strutture fanno riferimento i servizi sociali e i consultori familiari anche dei nostri comuni, le forze dell’ordine, i centri di ascolto e antiviolenza, presenti in diverse parti del territorio, con numeri di telefono e sedi sempre funzionanti e disponibili. L’aumento delle segnalazioni sono un indizio da seguire con attenzione perché, da un lato, sono la spia di un dramma sociale dagli esiti spesso tragici, dall’altro, conferma la valenza di una rete di servizi pubblici e privati sempre più diffusa sul territorio e capace di dare risposte a quante sono sotto minaccia. Grazie anche all’opera di sensibilizzazione da parte di queste strutture, fortunatamente sempre più donne trovano il coraggio di uscire allo scoperto, perchè, da sole, le vittime non possono farcela a sottrarsi al loro aguzzino. Diventa ancor più complicato e difficile il percorso soprattutto quando c’è di mezzo la gestione dei figli. I centri infatti seguono la donna – per anni – non solo dal punto di vista psicologico e familiare, ma anche legale, per non parlare di quando si palesa la necessità di accoglierla, spesso con i bimbi, nelle case protette. Purtroppo questa preziosa rete di aiuto sconta ancora troppe diseguaglianze territoriali, con regioni – soprattutto al sud – ancora del tutto prive di strutture idonee. C’è molto da fare ancora anche da noi, nell’ avanzato ed opulento Nord Est, con un’offerta ancora insufficiente. La legge di ratifica della Convenzione di Istanbul del 2013 individua come obiettivo quello di avere un CAV ( Centro antiviolenza ) ogni 10mila abitanti. Un obiettivo lontanissimo se si pensa che al 31 dicembre 2017, nel nostro Paese, erano invece attivi 281 Centri, pari a 0,05 strutture per 10 mila abitanti. Un abisso drammatico. Pensare invece che, dove ci sono, funzionano bene tanto da venir considerati dei veri fiori all’occhiello del nostro sistema di welfare, con un valore aggiunto impagabile, rappresentato dalla informazione e dalla formazione all’esterno rivolta ad operatori sociali, sanitari, avvocati e forze dell’ordine. Senza contare che, per gestire le situazioni di emergenza, l’86% dei Cav è collegato con una casa rifugio, dove le donne possono, concretamente e da subito, trovare protezione per se stesse e per i loro bimbi. Un’attività variegata e complessa, come ben si può capire, che costa ed è dunque lecito anche chiedersi come si fa fronte, tra pubblico e privato, a queste forti e pesanti necessità. Va detto subito che più della metà di quanti lavorano in un Centro antiviolenza lo fa senza essere retribuito.

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Risulta infatti che il 56% di tutto il personale specializzato ( stimato a livello nazionale in 4.400 unità ) risulti volontario, con una maggiore quota rappresentata da operatrici ed avvocatesse, ma molte sono anche altre donne che aiutano le donne in difficoltà, professioniste come infermiere, psicologhe, mediatrici culturali ed educatrici che volontariamente prestano la propria opera e sono in trincea. Possiamo considerarlo un vero e proprio esercito del bene, purtroppo quasi sempre dimenticato dalle istituzioni. Infatti è utile precisare subito che l’ente promotore di queste strutture, vale a dire la persona giuridica pubblica o privata che ha la titolarità del servizio in quanto lo finanzia, è prevalentemente un soggetto privato. Questo accade in quasi tutte le Regioni, rappresentando ben il 61,3% dei casi. Sembra incredibile, ma purtroppo vero, che nel 2017 i fondi pubblici per i CAV siano stati 12 milioni di euro, che se divisi per il numero di donne accolte ( secondo dati Istat ) danno un risultato imbarazzante pari a 76 centesimi, quindi meno di 1 euro.

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Un quadro preoccupante che non fa che confermare la preoccupazione di tanti, a cominciare dal presidente Mattarella che nel suo messaggio – in occasione della Giornata del 25 novembre – ha ribadito come la violenza sulle donne non deve smettere di essere una emergenza pubblica e la coscienza della gravità del fenomeno deve continuare a crescere, ma molto resta da fare. Restano una serie di domande: da cosa nasce tanta violenza, tanta inumanità, tanto odio verso le donne? Come è possibile che dopo tanto cammino morale, politico, psicologico e spirituale che abbiamo fatto si debba ancora ripresentare questo fenomeno che, troppo spesso, riguarda il sangue della propria carne? Non so rispondere, lasciando agli specialisti di settore l’affrontare la delicata e complessa problematica. Certo, umanamente parlando, non possiamo disinteressarci di certe arroganti pretese, di certi smarrimenti, di quelle malvagità, di quei vuoti, disperazioni e solitudini che, magari, ci toccano da vicino perché toccano, sotto tante forme, circostanze e distanze, proprio la carne di qualcuno a noi vicino.

Gigi Villotta

26 Novembre 2019

TRISTEZZA E PREOCCUPAZIONE

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Contrastare “ l’odio concreto “
La notizia che Liliana Segre, scampata alla Shoah, sia costretta a girare con la scorta per difendersi da tante minacce incitanti all’odio razziale, non può non provocare un senso di scoramento ed anche di disgusto. Non solo messaggi via Facebook da parte di vigliacchi che si nascondono dietro falsi profili, ma anche manifesti pubblici in bella vista. Contro chi? Una donna che, non solo è testimone degli orrori del passato, ma che sa spiegare i motivi che hanno portato alla tragedia dell’Olocausto e i pericoli che la società moderna corre ignorando il passato, o dimenticandolo o giustificandolo o anche solo ridimensionandolo. Se è necessario dare alla Segre una scorta, vuol dire allora che molti interrogativi non sono astratti, ma molto concreti!

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I segnali sono tanti e vengono da più parti, comprese le nostre terre. “ La Segre dovrebbe vergognarsi, forse qualche ebreo dovrebbe ricordarle che non tutti hanno avuto la fortuna di salvarsi e strumentalizzare fa schifo”: così si è espressa l’ex coordinatrice di Forza Italia a Portogruaro. “ Tornatevene a casetta “ con accanto l’immagine di un camino: questo il commento su Facebook partito da Mogliano Veneto. E si potrebbe continuare, includendo anche i treni della memoria, definiti “ faziosi “ perché trasportano centinaia di studenti – ogni anno – solo nei luoghi dove si consumò l’Olocausto. Non mancano, per fortuna, anche quanti – apertamente – hanno fatto sentire la propria voce, ritenendo necessario fare qualcosa riguardo questo pesante clima d’odio e di intolleranza. Infatti una sessantina di cittadini portogruaresi, impegnati nella vita sociale e civile, hanno sottoscritto una lettera indirizzata al presidente del consiglio comunale e al sindaco chiedendo che venga approvato un documento di solidarietà e stima nei confronti della senatrice Liliana Segre, da condividere con tutte le rappresentanze sociali, culturali ed istituzionali del territorio, perché va accolto l’invito della comunità ebraica di “ rispondere al razzismo. Portogruaro ha una significativa storia di convivenza ed ospitalità con gli ebrei che vi abitarono fin dal 1500, con diversi episodi di riparo e protezione durante le persecuzioni nazi-fasciste. Basti citare la signora Elsa Poianella Bellio, dichiarata nel 1998 da Israele “ Giusta tra le Nazioni “ per aver ospitato nella sua casa di borgo S.Giovanni una famiglia ebrea, i Falk. La lettera non fa riferimento alla mancata adesione di alcune parti del Parlamento alla “ Commissione Segre “, ma unicamente al rispetto che tutti devono a questa straordinaria donna. Una protagonista, una voce autentica che punzecchia la nostra coscienza collettiva, così sulla scena italiana che europea dove dilaga l’odio ed il linguaggio che ne sgorga. Non si può non essere d’accordo con il presidente Mattarella quando afferma che per contrastare proprio questo “ odio concreto “ servono prioritariamente solidarietà e senso di responsabilità. Quello che è difficile capire, e sono in molti a chiederselo, come su certi valori sia possibile spaccarsi, perché, rifacendosi proprio ai principi costituzionali, o l’Italia è democratica o non lo è, o è antifascista o non lo è. Eppure c’è stato un tempo in cui certi valori erano condivisi. Tempi anche di grandi contrapposizioni ideologiche, dove però finivano per emergere alcuni principi basilari sul cui consenso di fondo, perchè incardinati nella Carta costituzionale, non ci si divideva. Tra questi il rifiuto del fascismo con i suoi corollari di razzismo, antisemitismo e nazionalismo aggressivo. Ricordo le aspre contrapposizioni nei comizi o nelle stesse aule parlamentari, ma rimanevano sempre dei paletti invalicabili, delle parole impronunciabili, dei gesti non ammissibiliOggi sembra tutto sdoganato ed anche i linguaggi sono diventati sempre più inappropriati, per non dire inopportuni, perché troppo spesso pesanti e volgari. Ad essere chiamata in causa, in primis, la politica che, anziché guidare i processi sociali, non solo li rincorre ma li amplifica, in un gioco perverso di tutti contro tutti, alla ricerca ossessiva di un consenso peraltro effimero. Molte volte, poi, con la forzata invocazione della difesa della libertà di espressione e con la malcelata evocazione di pericolose derive, si finisce per rompere quel basilare consenso costituzionale attorno ad alcuni valori fondanti della nostra convivenza sociale e politica. Manca, poi, nel nostro Paese – solo per fare un esempio e per rimanere in tema – una seria strategia di raccolta di informazioni e dati sul razzismo, di approfondimento delle sue cause e manifestazioni di elaborazione di strategie di prevenzione e contrasto. Tutto questo richiede investimenti, legittimazione pubblica e, ancora una volta, una precisa volontà politica. Servono quindi, al più presto, azioni incisive ed articolate che vanno dallo studio dei fenomeni a tutta una serie di azioni positive che devono comprendere anche ben calibrate sanzioni civili e penali verso chi scambia la libertà di espressione con il diritto di propagandare intolleranza e discriminazione. Forse così la violenza del linguaggio e dei gesti finirà di avvelenare la convivenza civile e provocare l’eclissi della ragione.
Gigi Villotta
11 Novembre 2019

I CONFINI DEI VALORI

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Puntare alla convivenza umana e sociale
Ancora una strage di migranti, l’ennesima, con il ritrovamento ai primi di ottobre, a poche miglia da Lampedusa, di decine di corpi annegati, in gran parte donne. Tra loro anche una mamma, abbracciata al figlio di pochi mesi. Immagini emblematiche di persone di questo nostro disgraziato presente che, non avendo più nulla in vita, resta solo un corpo da tramandare. Come non provare una grande commozione nel vedere i loro vestiti dondolare come alghe. Tanti visi e storie cancellate per sempre, restando invisibili nel nostro mondo di superficie, come quando erano in vita.

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Sono già più di mille, in questo 2019, le persone morte solo nel tentativo di attraversare il Mediterraneo. Abbiamo dimenticato ed archiviato in fretta le immagini di quel padre e bimbo di due anni, avvinghiati sotto la stessa maglietta, ripresi faccia in giù ed immersi nelle acque di un canneto del Rio Grande, ai confini tra il Messico e gli Stati Uniti.

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Come del corpo di un altro bambino diventato simbolo della crisi dei rifugiati siriani, fotografato senza vita in un tratto di mare antistante la Turchia. Un’altra tragedia destinata ad essere presto dimenticata ed archiviata. Siamo davvero degli illusi se pensiamo di chiudere gli occhi per fermare il mare, serrando i porti o issando divieti ai continenti, mentre – tutt’intorno – i mondi di superficie moltiplicano guerre, paure, fame, deserti, malattie e diseguaglianze. Scafi marci su cui salire che stanno accatastati a centinaia come muti testimoni di tragedie inenarrabili, come le tante scarpe spaiate, i quaderni dei bambini, le sacche e gli zaini che arrivano galleggiando sulle nostre spiagge. Tutti elementi che connotano tracce di corpi senza più identità, protagonisti di una identica storia che continuiamo a raccontarci e che facciamo finta di ascoltare. Possiamo ancora permetterci di dire: Se non partono, non affogano? Quale donna, quale mamma sarebbe così pazza da imbarcarsi su un guscio di noce con la propria creatura se quello da cui cerca di scappare non fosse peggiore del rischio di morire affogati? Non ci sono allora più colori in fondo al mare, perché non siamo più in grado di percepirli e così, magari nel nostro rimorso in bianco e nero, finire per rinfacciarci quel poco di umanità che ancora ci resta. Se guardiamo un mappamondo, il mar Mediterraneo quasi scompare nell’immensità delle acque che ricoprono il nostro pianeta. Sembra poco più di un laghetto, quasi chiuso e collegato col resto degli oceani solo da uno strettissimo passaggio. Eppure in questo bacino è cominciato tutto, da queste coste hanno preso le mosse culture che hanno plasmato la terra. In questo mare si sono incrociate le grandi civiltà che, pur combattendosi, si sono anche contaminate, determinando lo sviluppo di tutte le arti. La storia ce lo insegna, ma purtroppo viviamo in un tempo in cui l’ignoranza è assai diffusa e così tutto sembra venir dimenticato. Il Mediterraneo ha perso la sua naturale vocazione unitiva per diventare un muro, una frontiera, una trincea. Manca una concreta volontà di dialogo e di apertura, anche a livello europeo, lasciando terreno fertile alla cultura dell’odio continuamente alimentato, agitando lo spettro della paura. Un problema complesso che tocca molteplici aspetti che dipendono sì principalmente dalla politica e dall’economia, ma che devono necessariamente puntare al superamento dei confini e degli egoismi di parte attraverso la salvaguardia e la promozione di quei valori che stanno alla base della convivenza umana e sociale. E’ proprio il caso di cominciare a pensare che i veri confini a rischio non sono quelli tracciati sulla carta geografica, ma quelli legati ai valori che connotano la vita umana nei suoi diversi aspetti ! Alcune riflessioni, allora, si impongono. La nuova enfasi di blindare i confini non ha basi obiettive. E’ solo simbolica ed emotiva, oltre che selettiva, perché trasforma piccoli numeri di persone in stato di necessità, in funeste minacce per la sicurezza nazionale e l’ordine sociale.

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L’insistenza sulla cosiddetta industria delle migrazioni, ossia sui vari attori legali ed illegali che lucrano su chi, soprattutto dal Sud del mondo, chiede di attraversare delle frontiere in teoria inaccessibili, tende al far dimenticare i robusti interessi che si muovono alle spalle del fronte opposto, non ultimi le tecnologie e gli armamenti militari. Ciò che, però, deve più preoccupare è il fatto che si stia profilando una battaglia culturale decisiva per l’identità, i valori guida, il futuro stesso della nostra civiltà. Ormai le persone in cerca di scampo vengono sempre più identificate come indesiderati, pericolosi invasori, visti come nemici. Chi li soccorre poi è malvisto, perseguito in alcuni casi, proprio perchè ritenuti colpevoli di aiutare “ i clandestini “ a varcare i patri confini. Accoglienza, solidarietà, diritti umani stanno sempre più diventando disvalori per una buona parte del pensiero prevalente, non solo politico. Siamo ben distanti dall’appello di papa Bergoglio “ per Dio nessuno è straniero “.

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Una evidenza comunque deve rimanere certa: non si tratta solo di accogliere, ma di definire bene i criteri e i valori su cui intendiamo fondare la nostra convivenza ed il nostro futuro.
Gigi Villotta

24 Ottobre 2019

COMPRARSI IL FUTURO

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Confronto aperto dove si decide

Di recente, sono state davvero tante le occasioni che hanno riportato il tema ambientale al centro dell’attenzione da parte della pubblica opinione, ben oltre i confini nazionali. Diverse le forme impiegate e le iniziative messe in cantiere, anche a livello locale: dal “ Fridays for future “ alla celebrazione della 14^ Giornata per la custodia del Creato.

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L’orizzonte ecologico è molto importante e lo sarà sempre di più. Un tema decisivo ed essenziale, come dimostra la “ Laudato Sì” che continua ad essere non solo citata, ma oggetto di dibattito ed approfondimento in tutto il mondo, compresi i recenti incontri organizzati nella Diocesi di Concordia-Pordenone da parte della Commissione della Pastorale Sociale. Per non parlare del Sinodo sull’Amazzonia, in corso a Roma fino al prossimo 27 ottobre, proprio a testimonianza che soltanto chi abbia letto attentamente il documento di papa Bergoglio possa davvero capire che non si tratta di una enciclica “ verde “, ma di valenza “ sociale “.Insomma non si tratta di una sorta di “ manuale dell’ambientalista cattolico “, ma di una vera presa di coscienza nel rispondere da cristiani al ruolo di custodi della creazione di Dio, un patrimonio di cui possiamo godere, ma non abusare.

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Una prospettiva che coinvolge tutti, personalmente, a partire dalle piccole cose quotidiane che incidono davvero, proprio perché trattasi di azioni concrete. Occasioni ed iniziative che vanno prese sul serio, perché, forse persino al di là della consapevolezza dei suoi attori ( da Greta Thumberg agli studenti di casa nostra), stanno comunicando qualcosa di importante al mondo, portando alla luce una critica di cui, chi sta all’interno dell’ordine normale delle cose, sembra non riuscire a cogliere portata ed urgenza. Come rimanere estranei, “ sordi e ciechi “, di fronte ai diversi allarmi lanciati sui cambiamenti climatici da parte di tante autorevoli fonti scientifiche, in tutto il mondo. Entro il 2050 più di 1 miliardo di persone vivranno in zone soggette ad inondazioni su vasta scala, cicloni ed altri eventi estremi.

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All’inizio del XXI sec. il livello dei mari è aumentato 2,5 volte più velocemente che nel XX sec. e continuerà ad aumentare soprattutto per la riduzione delle calotte di ghiaccio. L’estate 2019 è stata la più calda per gli oceani in 140 anni: + 0,82 gradi sopra la media del XX sec. “ Abbiamo l’acqua alla gola “ questa la scritta riportata da uno striscione che campeggiava sul ponte di Rialto a Venezia, issato l’ultimo venerdì di settembre dagli studenti che, in tanti ( come da tempo non se ne vedevano ), hanno manifestato per il clima. Credo sia stata, in assoluto, la prima azione globale, e davvero mondiale, promossa da ragazze e ragazzi per cambiare il mondo. Forse lo capiremo meglio in futuro, ma intanto non sarebbe davvero male se ci fermassimo tutti a riflettere in profondità sui molti dei suoi significati.

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Già un primo passo potrebbe essere quello di cominciare a considerare l’infanzia e l’adolescenza come veri patrimoni dell’umanità e quindi della Terra, una sorta di bene comune globale, perché in sé contengono la possibilità stessa della continuazione della vita umana. Non possiamo negare che, a loro modo, i ragazzi e le ragazze scesi nelle piazze hanno un loro punto di vista sul mondo, cambiandone ogni giorno le prospettive con le loro azioni. Non sanno solo fare, ma anche pensare, perché non occorre diventare adulti per iniziare a pensare veramente. Forse dovremmo ascoltarli di più per saper apprezzare e capire meglio il loro pensiero sul mondo. E’ lo stesso mondo dei loro genitori, ma lo guardano e lo vivono diversamente, e quindi lo pensano diversamente. Avremmo una società, una economia e una politica migliori se avessimo preso sul serio anche il pensiero dei ragazzi, un dono per la società intera. Bisognerà cominciare a non considerarli più come assenti, apatici, disinteressati alla politica e alle questioni sociali. Purtroppo la realtà quotidiana si presenta in modo diverso e contro l’impegno dei giovani continuano a muoversi e ad agire vecchie strategie. Anche recentemente sono emersi diversi meccanismi che tendono a delegittimare ciò che di buono c’è nel loro pensiero, nelle loro proposte e nelle loro azioni. I comportamenti dei ragazzi sono stati, in buona parte, etichettati in modo da sminuirli. Sono stati colpevolizzati, definiti ipocriti e incoerenti, per sentirsi a posto, per continuare tranquillamente a vivere come se niente fosse. Forse che dietro a questa campagna mediatica denigratoria si celino interessi economici da parte di chi non vuole che lo stato attuale delle cose si modifichi? Si sta forse cercando di manipolare e strumentalizzare l’opinione pubblica nei confronti del movimento dei ragazzi e delle ragazze? D’altronde altri gruppi cercano di tirarlo dalla propria parte, a seconda degli interessi che si perseguono. Sarà anche vero che la protesta mondiale e i comportamenti rispettosi dell’ambiente e della Terra possono presentare tutta una serie di incongruenze da parte dei giovani protagonisti. Però un adulto che desidera educare, un adulto generativo, non deve fermarsi a queste possibili evidenze, non può andare a sminuire i tentativi di apertura, la presa di coscienza e di responsabilità dei giovani. Un vero adulto deve saper guardare oltre, saper partire dal positivo, incoraggiandoli facendosi accanto e sentendosi , persino, orgoglioso e felice che i ragazzi dimostrino più coraggio delle generazioni precedenti. Vanno educati nella fiducia. Credo siano queste le vere chiavi per far crescere persone responsabili. Mi piacerebbe tanto che si cominciasse a chiamarli a dire la loro, al pari degli adulti, nei luoghi dove si prendono decisioni, dal parlamento ai consigli comunali. Un’utopia? Forse sì, ma la speranza di lavorare insieme per una causa comune, come – ad esempio – il bene della Terra, non è solo un segno di alleanza, ma la strada giusta per la costruzione di un mondo migliore per il futuro di tutti.

Gigi Villotta

09 Ottobre 2019

SCUOLA E SAPERI

 

Serve un nuovo alfabeto istituzionale

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Aumentano i giovani laureati, ma anche quanti, ragazze in buona parte, che non studiano e non lavorano. Il tasso di piena scolarizzazione è già raggiunto solo nella scuola dell’infanzia, ma abbiamo la classe docente più anziana in assoluto e dovremo sostituire la metà degli insegnanti entro i prossimi dieci anni. Le donne presentano un livello di istruzione più elevato rispetto agli uomini, ma hanno stipendi inferiori, a parità di titolo. Una fotografia che conferma mali antichi, ma nel contempo indica anche possibili piste di lavoro. Anche l’ inverno demografico che incombe sull’Italia avrà, nel breve, ricadute importanti in diversi settori della nostra vita quotidiana. Intanto da pochi giorni si sono riaperte scuole ed università. Un mondo, quello dell’istruzione, formazione e della ricerca, che, se da una parte richiede grande attenzione, dall’altra non ha ricevuto ancora adeguate risposte da parte dei governi che si sono fin qui succeduti.

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Si ricomincia, tra l’altro, proprio con l’ennesimo cambio per l’inquilino di Viale Trastevere, è arrivato un nuovo ministro, che tenterà di mettere mano – ancora una volta – ad un sistema che fa fatica a riformarsi, anche nella consapevolezza generale che rimane, pur sempre, il luogo privilegiato per la crescita umana, culturale e sociale del Paese. Anche dalle nostre parti ( ricordiamo che Venezia e provincia sommano 120 mila studenti, se si aggiungono anche le scuole paritarie, con il distretto di Portogruaro che ne conta 11.400 ), si è ricominciato con i problemi di sempre, legati principalmente alle cattedre vacanti, ai presidi ancora a scavalco, alla mancanza di insegnanti di sostegno, di personale ausiliario, ma anche senza aver trovato la quadra riguardo incresciosi episodi balzati all’onore della cronaca nei precedenti anni scolastici.

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Maestre che maltrattano bambini, insegnanti minacciati e picchiati da genitori dei loro alunni. Professori che insultano e che vengono pesantemente insultati dai propri studenti. Docenti che chiedono la sospensione dei ragazzi e docenti che vengono sospesi dall’insegnamento. E potremmo continuare. A dire il vero, niente è del tutto nuovo. Certo, oggi, questi fenomeni ci colpiscono di più, se non altro perché vengono subito mediatizzati. Che si tratti di telecamere messe di nascosto dagli investigatori nel caso di indagini, o di studenti che girano video all’interno della classe, tutto finisce immancabilmente nel tritacarne della comunicazione e dei social network.

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Insegnanti, studenti e genitori sempre più impreparati a vivere in una società complessa, plurale che vive in una condizione di mutamento continua ed accelerata. Anche la scuola, intesa come istituzione formativa, finisce dunque per esser sottoposta ad una duplice pressione. La prima riguarda il demandare completamente da parte della famiglia alla scuola il compito educativo primario, incluse le competenze di base che toccano da vicino il saper stare in società e in relazione con gli altri. La seconda rimanda ad una constatazione, sempre più percepita, che la stessa scuola stia sempre più diventando una agenzia educativa tra le altre, perdendo il suo sostanziale monopolio, soprattutto quando si sale di complessità, verso l’insegnamento superiore e universitario. Si pensi al “ professor Google “, grazie al quale tutti possono sentirsi legittimati a ritenersi onniscienti, preparati al pari di chi esercita il ruolo di docente. Ecco perché la scuola ha oggi più che mai bisogno di essere ripensata! Ovviamente con investimenti finanziari ben maggiori di quanto finora riservato dal bilancio nazionale, anche per avvicinarci agli standard europei. Non riguarda solo “ la scuola “ intesa come struttura edilizia con tanto di certificazioni previste dalla normativa vigente, ma di strumenti al passo con i tempi e soprattutto di contenuti che guardino in modo particolare al senso civico, alla centralità dell’etica, e della ragione. Tutti strumenti, da sempre, alla base della evoluzione dell’umanità. Insomma puntare ad un nuovo alfabeto istituzionale. C’è però un alto rischio ed un esempio può venire proprio dalla recente riammissione in Italia dell’Educazione civica, con tanto di voto in pagella. Materia che, per definizione, riflette il costume della “ polis “ e che invita tutti a seguire le regole della concordia e del bene collettivo. Vien legittimo allora chiedersi: Che senso ha insegnare l’educazione civica se i primi diseducatori sono i nostri governanti? Che senso ha invitare i giovani a questa formazione se poi l’educazione è vilipesa, quasi dileggiata proprio da chi ne dovrebbe essere il promotore? Questa riflessione si fa più amara se si fa riferimento alle nuove generazioni, le prime vittime dalla attuale crisi morale. Tutto questo non deve indurci al pessimismo, ma ad un impegno forte per recuperare il senso della “ civitas “ , perché non possiamo davvero rinunciare al diritto di avere istituzioni serie, oneste e vicine ai cittadini. Tutti ci teniamo alla “ casa comune “ ed allora, concretamente, non possiamo non salutare con grande gioia e soddisfazione i “ Fridays For Future”, la mobilitazione di un movimento informale, cresciuto con il passaparola in rete. La provocazione dello sciopero scolastico, che in questi giorni sta alimentando la cronaca tra regolamenti e giustificazioni, fa quasi star male se rapportata alla richiesta di più sapere, di intelligenza, di conoscenza, di scuola ed innovazione per affrontare le sfide globali. Ecco perché, anzitutto, i giovani devono esser motivati sul perché studiare. La politica ne deve prendere atto ed agire di conseguenza, ne va del futuro delle nostre comunità, del nostro Paese e dell’Europa intera.
Gigi Villotta
24 09 2019

VERDE – GIALLO – ROSSO

 

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Dal “ vaffa “ al “ nuovo umanesimo “

Il titolo non tragga in inganno, non è il gioco delle tre carte o i classici colori di un semaforo, ma la simbologia cromatica che – nella dialettica politica degli ultimi tempi – fa riferimento a dei mondi e a delle posizioni partitico-programmatiche ben precise. La cronaca è nota e quanto successo nell’arco degli ultimi giorni ferragostani può lasciare lo spazio a tutta una serie di considerazioni, osservazioni, dubbi che ben si prestano in queste particolari occasioni.

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La politica – si sa – è anche l’arte del possibile, ma quanti – alla vigilia della crisi – avrebbero scommesso su una rapida soluzione della stessa e soprattutto con questa ipotesi di governo che, per quanto azzardata, non aveva certo i prodromi ( se non altro sul piano delle precedenti reciproche “offese “ , spesso attraverso linguaggi piuttosto pesanti) di essere presa in considerazione. Ha vinto lo stato di necessità? Non lo so! Sarebbe comodo sospendere il giudizio sul nuovo governo in attesa di vedere cosa succederà, ma questa nuova alleanza, anche se “ tatticamente “ può trovare mille giustificazioni e motivazioni, come cittadino poco mi convince e come elettore non mi sento molto rappresentato. Non vuole essere solo un distinguo o una negazione della necessità del “ comunque “ fare, ma contribuire a capire, o meglio definire, come non basti un contratto (prima) o un accordo (adesso), per mettere insieme saldamente ideali, storie, contenuti e progetti che toccano così da vicino l’uomo e l’intera società, i mondi che li connotano nelle loro diverse specificità. Siamo davvero sicuri che solo governando un Paese, lo si cambi? Non siamo più – in oratorio o in qualche spazio verde di periferia – quando un tempo, da ragazzi, ci si scambiava la squadra per rincorrere un pallone. L’esperimento giallorosso, rispetto alla possibile “svolta “ dell’uomo forte o solo al comando, può e saprà davvero anche convertire il “ vaffa “ al “ nuovo umanesimo “, come enunciato dal riconfermato capo del governo? Me lo auguro, ma faccio tanta fatica ad intravedere, almeno a breve, dei concreti percorsi pronti ad essere intrapresi per incarnare politiche autenticamente “ popolari “, parole quanto mai abusate, deformate e travolte da una ondata di “ populismo “ che ha pesantemente caratterizzato i trascorsi mesi di governo giallo verde. Senza voler dimenticare o sminuire le grandi questioni legate all’economia, all’ambiente, al fenomeno migratorio che oggi il nostro Paese deve affrontare , anche a livello internazionale, non nascondo di essere preoccupato soprattutto su temi importanti come lavoro, giovani, educazione e famiglia.

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Per un semplice motivo. La politica risponde sempre in ritardo alle domande di protezione sociale che stanno diventando laceranti. La povertà, ad esempio, non è soltanto mancanza di reddito da lavoro: è isolamento, fragilità, paura del futuro, tocca dunque molteplici aspetti della nostra vita sociale.

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Uscire da un esperimento fallito per cogliere un’opportunità seria e difficile al fine di impostare una politica di medio lungo periodo che finalmente rimedi ai trend negativi di questo Paese, in un mondo che cambia repentinamente, può essere davvero una sfida esaltante, ma i presupposti da cui si parte lasciano ancora aperti troppi interrogativi, non ultime le sempre possibili lacerazioni e contrapposizioni interne ai partiti di governo. C’ è un’altra doverosa premessa da fare, che difficilmente, non so quanto riuscirà ad essere soddisfatta. Speriamo davvero finiscano, si mettano da parte le attuali modalità con cui la comunicazione – a tutti i livelli – viene usata per accendere gli animi, screditare e far prevalere le paure. Un clima d’odio e di preclusione che – se perpetuato – non può che strozzare il bisogno assoluto di dialogo e di confronto per trovare – a cascata – le soluzioni migliori per il bene del Paese e delle nostre comunità. Purtroppo riusciamo ancora a dividerci su tutto, a contrapporre le piazze, persino su temi fondamentali come quello della famiglia sul quale stiamo pagando un ritardo tanto incredibile, quanto ingiusto. Accolgo con soddisfazione che nella formazione del nuovo governo ci sia un dicastero proprio ad hoc, con un ministro donna, ma non vorrei rimanesse solo un segnale di buona volontà, come già avvenuto più volte in passato. Le istituzioni pubbliche, tutte, non possono più fare finta che la famiglia sia solo un fatto privato, perché invece rappresenta davvero – in ogni tempo – il termometro più sensibile dei cambiamenti sociali. Se non vogliamo rassegnarci al declino demografico e diventare inevitabilmente un Paese di vecchi, dobbiamo ripartire proprio da una attenzione reale alla natalità, prendendosi cura delle mamme lavoratrici, imparando a riconoscere la loro funzione sociale, soprattutto confrontandoci con quanto già sperimentato positivamente in altre realtà europee per assumere in maniera convinta le opportune misure economiche e fiscali. Sono più che mai urgenti e necessarie un insieme di azioni che abbiano la loro cornice di rifermento in politiche familiari e di welfare davvero innovative, se – sul serio – si vuol puntare a ribaltare gli attuali limiti che impediscono di riadattare il nostro sistema sociale a esigenze differenti e complessità crescenti. Sono consapevole che nessuno ha la bacchetta magica, ma proprio sui fatti, sui risultati potremo misurare il grado di incisività di una seria azione di governo, sempre che non finisca per prevalere – ancora una volta – una eccessiva ideologizzazione su determinati temi e problemi, ma puntando sempre ai capisaldi della libertà e della responsabilità, così ben richiamati dalla nostra Costituzione. Il tutto, guardando con convinzione ad una rinnovata Europa, la nostra (indispensabile) casa comune dove – da protagonisti attivi – continuare a difendere, rivendicare e promuovere i principi fondamentali della centralità dell’uomo.

Gigi Villotta
08 Settembre 2019

LA PROVA DELLA MALATTIA

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Attenzione alla parola “ dono “

Visto ormai che gli sbarchi clandestini non fanno più cronaca, l’ultimo nostro periodo ferragostano ha trovato nella repentina crisi del governo giallo verde la principale fonte di comunicazione. Non certo per ordine di importanza, ma almeno per lo spessore etico sociale assai stimolante che ha comportato, c’è stata, però, un’altra notizia che è finita su tutte le prime pagine dei giornali. E’ morta a 40 anni, Nadia Toffa. Conduttrice televisiva, molto conosciuta con il programma d’inchiesta “Le Iene”. La sua vicenda è nota essendo sempre stata seguita da vicino sui social e sui media, dopo il suo annuncio in diretta di avere un cancro. In Italia muoiono circa 500 persone al giorno per tumori. Lo scorso anno sono stati 369mila i casi diagnosticati, con il Friuli prima regione per incidenza e con il Veneto con ben 31.750 nuovi ammalati, in leggera prevalenza uomini. Nella nostra regione si parla di 87 nuove diagnosi di cancro ogni giorno. Credo non esista persona o famiglia che, direttamente o indirettamente, non abbia vissuto questo dramma. Si contemperano valori, sentimenti ed emozioni che quando toccano “ il fine vita”, possono portare a prese di posizione e distinguo non sempre condivisibili e dunque diventano spesso oggetto di discussioni ed interpretazioni non facili da accettare. I casi – nel tempo – non sono mancati e spesso è stata la magistratura a dover supplire a quanto, nel merito, il parlamento non ha provveduto. Basti pensare al 24 settembre prossimo quando la Corte Costituzionale, accertata ormai l’assenza di una decisione da parte dei partiti, terrà un’udienza ed emetterà una sentenza sul fine vita ed il suicidio assistito, che “ di fatto “ sostituirà il legislatore. Un pronunciamento che, per il momento, rappresenta un rebus per tutti. Infatti è proprio il suo valore definitivo, al contrario di una legge che è sempre modificabile, che spaventa non pochi, soprattutto chi teme una “ deriva eutanasica “. Un’altra storia non bella della nostra storia parlamentare. Una complessa problematica che periodicamente torna alla ribalta e che magari avremo modo di affrontare in altra occasione. Tornando a Nadia Toffa, proprio il giorno dei funerali, sui social delle Iene si scriveva: “ Qualcuno potrebbe pensare che hai perso, ma chi ha vissuto come te, non perde mai. Hai combattuto a testa alta, col sorriso, con dignità e sfoderando tutta la tua forza, fino all’ultimo respiro”. L’ennesima dimostrazione di come la protagonista abbia trasformato la sua malattia in un’esperienza pubblica, con il nobile scopo di convincere gli altri che le cose brutte della vita non sono baratri, ma trampolini. Un particolare non secondario se si pensa che dopo l’operazione, la chemio e la radio, la simpatica conduttrice aveva scritto un libro “ Fiorire d’ inverno” dove ha raccontato il cancro e la sua esperienza, anche ricevendo critiche per averlo definito “ un dono, un’occasione, una opportunità”. Proprio qui, su questo particolare passaggio, che vorrei soffermarmi e portare alcune riflessioni. Premessa doverosa è riaffermare che la malattia, come la vita, rimane sempre un’esperienza individuale condizionata da una miriade di variabili, quasi mai riconducibili ad una ricetta collettiva. Infatti chi ha già sperimentato i limiti della condizione umana, sa bene che le parole sono importanti anche in virtù del fatto che non sono tutte uguali. In particolare in bocca a chi fa delle parole la sua professione, come succede per un giornalista, ad esempio. Ancor di più se dispone di un palcoscenico mediatico molto ampio in televisione e sui social, condividendo le fotografie scattate durante le cure a cui si è sottoposta. Ha sempre raccolto ed stata seguita con tanta simpatia ed affetto. C’è pero un vulnus, che mi permetto di evidenziare, contenuto in uno dei passaggi chiave riportati nel libro citato. “ Ecco qui, ragazzi, in questo libro vi spiego come sono riuscita  a trasformare quello che tutti considerano un sfiga, il cancro, in un dono, un’occasione, una opportunità”. Non sono d’accordo, pur ritenendo legittimo scrivere pubblicamente della propria esperienza da malata, senza dover pensare ad una sorta di tendenza che porta a riflettere di questi nostri tempi in cui niente è privato e tutto è pubblico. Certo la questione è altamente soggettiva, ma credo che il termine dono possa sposarsi e completarsi bene con altri termini.  La vita è un dono, un figlio è un dono, come per l’amore e l’amicizia. Ho cercato di capire: perché un tumore? Ci sono stati tempi in cui la malattia era tenuta nascosta, non se ne parlava, considerata una sorta di castigo per chissà quali colpe. Ricordo, fin da bambino, quando in casa, in ambito familiare, si faceva riferimento solo al “ brutto male “. Oggi fortunatamente se ne discute, se ne scrive ( tante anche le autobiografie ) e lo stesso mondo del volontariato, attivo nei diversi luoghi di terapia e cura, ne è una concreta testimonianza. Tutto questo è un bene perché credo aiuti moltissimo altri a non sentirsi soli o stigmatizzati nella malattia. Definire però un cancro un dono, a mio parere, sembra eccessivo anche se – sottolineo nuovamente – lo può essere stato soggettivamente per Nadia Toffa. Dicevo prima che ognuno di noi conosce storie di dolore, di sconfitta, di delusione, di lotta anche strenua verso orizzonti oscuri e mi chiedo se davvero definiremmo un tumore un dono, dopo aver perso un amico, una madre o aver condiviso il tormento di una chemioterapia, di un intervento, di una serie di ricadute. Ancora di più le parole, come già evidenziato, diventano importanti, anche perché le esperienze sono diverse, molto diverse e i tumori non proprio tutti uguali. Compresi gli stessi ammalati. Sì proprio loro con le diverse diagnosi, diverse le possibilità di cura e soprattutto diverse le relazioni da cui trarre coraggio e forza. Alcuni non ce la fanno, altri si aggrappano alla normalità, altri ancora non depongono mai le armi. Altri affidano a un Altro la propria sofferenza. Davvero non c’è un modo giusto ed uno sbagliato per affrontare una dura prova, come quella di un cancro. Ognuno di noi sa che, alla fine, ne esiste solo uno: il proprio.

Gigi Villotta

22 Agosto 2019

CULTURA E POLITICA

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Intellettuali e cittadinanza attiva

Tempo addietro, sempre su queste pagine, ci siamo occupati dell’esigenza manifestata – in riva al Lemene – da un gruppo di persone della società civile, delle arti e delle professioni (della scuola in particolare) di promuovere delle iniziative tendenti a favorire l’incontro di cittadini al fine di discutere ed approfondire le principali questioni che toccano da vicino la nostra città ed il nostro territorio. Si è, in definitiva, voluto avviare un percorso di partecipazione e di confronto, realizzando una sorta di laboratorio sperimentale aperto, attraverso un modo nuovo di stare assieme, tentando così di attuare una forma, da più parti già esperimentata, di “ cittadinanza attiva ”.  

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Recentemente, dopo aver affrontato argomenti molto importanti come l’urbanistica, lo sviluppo economico e la salvaguardia dell’ambiente, è stato promosso un altro incontro – molto partecipato – su un tema altrettanto significativo: il ruolo e la funzione della cultura nel nostro tessuto sociale ed economico. Si è spaziato, attraverso diversi interventi “ stimolatori “, nei mondi della scuola, dell’ università, della musica, dell’arte ed archeologia e di quant’altro interessa da vicino la nostra realtà portogruarese, con particolare attenzione al centro storico. Basti pensare – solo per fare un esempio – a Via Seminario per capire quanto sia giusto e legittimo aprire un dibattito sulla possibilità di costituirne un vero e proprio “ sistema culturale evoluto “.

Palazzo Venenzio ed ex Carceri (già sede del Giudice di Pace)
Palazzo Venenzio ed ex Carceri (già sede del Giudice di Pace)

Il tutto nell’intento di offrire un contributo perché la città diventi sempre più “ civitas “, cioè comunità formata da persone ed istituzioni caratterizzate da identità non solo di produzione, ma di vera condivisione nel segno di una cultura che, più che spettacolo occasionale, diventi impegno quotidiano per far crescere tutta la comunità, partendo da quanto già esiste e non disperdendo un patrimonio frutto di inventiva ed anni di lavoro di tanta gente e di tante risorse messe a disposizione, anche in termini di spazi e strutture. Occasioni che significano concretamente – per chi ne vuole approfittare – non solo incontrarsi, ma anche esprimere i propri bisogni, condividere problemi ed aspirazioni di una comunità al fine di elaborare insieme strategie finalizzate ad un vivere bene a tutto campo e dar vita ad un rinnovamento e ad uno sviluppo fondati sulla qualità delle idee e dei progetti.

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Non bastano più gli slogan tipo “ Portogruaro: da città di cultura a città della cultura” , ” con la cultura non si mangia “, ma una visione politico- programmatica d’insieme che indichi chiaramente quali siano i grandi obiettivi strategici, i mezzi per raggiungerli e che guardi seriamente al governo della comunità, non al governo del consenso. Per comprendere appieno la portata di quest’ultima considerazione diventa necessario ampliare il campo di indagine e di valutazione, andando a fondo proprio sul rapporto tra cultura e politica. Infatti credo sia legittimo chiedersi: Che posto occupa la cultura nella politica? Ce l’ha veramente, o meglio: dov’è oggi la cultura nella politica?  Qui le opinioni possono divergere ed il dibattito farsi assai interessante, per alcuni aspetti anche provocatorio. Qualcuno sostiene sia preferibile che la cultura si tenga fuori, quanto meno ad una certa distanza dai partiti ed organizzazioni similari; altri invece che sarebbe un guaio se artisti, studiosi ed intellettuali si tenessero lontani dai politici, mancando così di influenzarli ed incalzarli.

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A dire il vero, recentemente, si è aggiunta un’altra posizione che ha già creato un certo interesse e ricevuto sostegno, ma anche fomentato più di una polemica. Infatti, più di una voce va sostenendo che – proprio ai nostri giorni – i politici e la politica espellono la cultura, perché – si dice – non la praticano. Non solo, ma nemmeno cercano la sua collaborazione guardandosi bene dal trovare ausilio negli “intellettuali “ e tanto meno dal farsi vedere assieme, tanto sono convinti che questi tengano lontani gli elettori. Forse, aggiunge qualche malalingua, hanno ragione perché ormai – salvo rare eccezioni – la gran parte degli intellettuali sono “ politicizzati “ e quindi non piacciono al grande pubblico. Non piacciono perché palesemente “ schierati “, come tanti giornalisti che conosciamo, o perché finiscono per caricarsi addosso un ” clichè “ elitario, distante dunque dalla dialettica comune, per non dire di quanti hanno una visione astratta, idealistica e puramente moralistica dei problemi sociali oggi sul tappeto.

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Potremmo sintetizzare così: meno c’è cultura nella testa e nei discorsi dei politici e più sono considerati capaci di sentire ed interpretare realisticamente quello che succede tutti i giorni nella vita della maggioranza dei cittadini. Siamo davvero sicuri che questa sia la strada giusta? Non ne sono convinto, perché – se non altro – non spetta ai politici e ai loro partiti/movimenti dirci come dobbiamo vivere, quale deve essere la società migliore e più giusta, quali i diritti e i doveri per cui impegnarsi. Credo spetti, invece, proprio alla cultura, intesa nel suo insieme di scienza, religione, arte, filosofia, ad orientare la nostra idea del presente, del passato e soprattutto del futuro. Bisogna credere nella forza della cultura come capacità formativa.

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Sarebbe fin troppo facile e comodo concludere dicendo che i politici ignoranti e brutali fanno solo danni, ma la sfida che ci si pone davanti, da Roma a Portogruaro, è tutta da scrivere e tocca da vicino le diverse anime anche delle nostre comunità. Dovremmo essere capaci di raccogliere questa ulteriore opportunità (#tuttaunaltraportogruaro# ), cercando anzitutto di esercitare – nelle forme che riterremo più opportune – la pratica della  “cittadinanza attiva “, cominciando proprio dal desiderio di confrontarsi con gli altri e portare il proprio contributo. Non dobbiamo mai dimenticare che una comunità va anche governata e la democrazia impone che siano proprio i cittadini elettori a scegliersi i propri rappresentanti. Con buona pace degli Intellettuali, anche nostrani!

Gigi Villotta               16 Luglio 2019

 

SALUTE, BENE PRIMARIO!

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Siamo lasciati soli davanti alla malattia?

La salute è un bene primario. Lo sappiamo tutti, perché ne siamo direttamente fruitori. Non basta però occuparsene solo quando stiamo male o ne siamo toccati da vicino, ma dovremmo avere sempre – tra tante delicate materie – un’attenzione particolare proprio per le politiche socio-sanitarie. Tanto più oggi, in un contesto sociale nazionale caratterizzato da pochissime nascite e con gli ottantenni che in trent’anni sono raddoppiati (oggi sono 4 milioni, il 7% della popolazione). Per tanti ordini di motivi che vanno dai bisogni sempre numerosi, alle cure e ai servizi prestati, ai costi delle prestazioni, non sempre a carico del SSN ( Servizio Sanitario Nazionale). Un impegno notevole che coinvolge tante competenze legislative, tecnico professionali e finanziarie. E’ risaputo che il socio sanitario rappresenti la “ fetta “ più sostanziosa dei bilanci regionali, ma sono soldi ben spesi, se non vengono usati male o peggio sprecati. L’attenzione all’uomo, a tutto l’uomo, non deve mai venir meno, perché la sofferenza ed il dolore – non solo fisici – possono davvero causare danni pesanti – non solo materiali – al singolo, alle famiglie e alla comunità di appartenenza. Ecco perché è importante occuparsene, interessarsi e non soltanto in occasioni particolari, ma anche quando emergono casi che possono coniugarsi con l’interesse generale.

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Non ci si può lamentare o magari indignare solo quando le liste d’attesa per una visita specialistica sono lunghissime, non si trova posto in una residenza per anziani o quando un determinato e costoso farmaco rimane a completo carico dell’assistito. Perché non se ne parla o lo si evidenzia anche quando alcuni servizi non funzionano, quando determinati reparti ospedalieri vengono ridimensionati oppure scelte e logiche, non sempre comprensibili, portano a privilegiare determinate soluzioni che non tengono affatto conto delle realtà territoriali che si intendono  “servire“ ? Il Portogruarese ne rappresenta un caso tipico, essendo – tra l’altro – area di confine tra due Regioni ( Veneto e Friuli V.G.) dove la “ sanità “ funziona e considerata di buon livello, con diverse punte di eccellenza. Certo la materia è complessa, ma certe “ battaglie “ non si dovrebbero combattere solo per il “ campanile “, come avviene per chiudere o aprire un punto nascita, ma guardare davvero all’ interesse generale che, molte volte, rimane penalizzato da scelte programmatiche che magari non guardano ad altri campi, come – ad esempio – quello oncologico-terminale, sempre più urgenti ed indispensabili per le ricadute pratiche che quotidianamente comportano.

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Si pensi solo al rapporto tra l’acuzie ospedaliera e l’assistenza di cura e riabilitazione domiciliare, con tempi e modalità che davvero mettono in crisi intere famiglie. Chi ha provato, ne sa qualcosa! E si potrebbe continuare, perché quando si tocca “ la carne “ dell’uomo gli esempi e i campi di interesse si moltiplicano a dismisura. Ci sono però due aspetti che dovrebbero interessarci particolarmente e che qui intendiamo affrontare. Il primo riguarda una domanda che in molti si pongono e che già tanti vivono sulla propria pelle. Pagare o rinunciare a curarsi? Ormai è acclarato come nel nostro Paese il principio sacrosanto di uguaglianza nell’accesso alle terapie stia, con evidenza, scomparendo. Lo stanno dimostrando le statistiche: quasi venti milioni di italiani – a prescindere da ricchi e poveri, del sud o del nord – sono costretti a mettere mano al portafogli per le prestazioni sanitarie che non riescono più ad ottenere dal servizio pubblico. C’è già chi parla di una vera e propria emergenza sanitaria che di fatto viene a negare i tanto dibattuti Lea ( livelli essenziali di assistenza).

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Possiamo allora cominciare a dire che siamo lasciati soli davanti alla malattia? Ancora le cifre a parlare chiaro: la spesa privata è salita a 37 miliardi di euro, con un 7% in più dal 2014, mentre quella pubblica ha fatto registrare un – 0,3 %. Ben 1.437 euro è la spesa sanitaria media per famiglia, con aumenti del 100% in caso di anziani e del 200% per quanto riguarda disabili e non autosufficienti. Dati davvero sconfortanti per i “ forzati della sanità “ nelle loro odissee quotidiane, quando si riesca a prenotare con tempi di attesa davvero molto lunghi. Per non dire di quel 35,8 % di utenti che lo scorso non vi è riuscito, almeno una volta, trovando le liste chiuse. C’è molta insoddisfazione in giro e l’esasperazione, alcune volte, porta a delle vere e proprie aggressioni verbali e fisiche nei confronti di operatori ai CUP e perfino di infermieri e medici. 14 milioni di italiani, intanto, hanno già provveduto a stipulare una polizza sanitaria integrativa. Secondo aspetto, purtroppo una triste constatazione. Ci troviamo di fronte ad un lento ma costante scivolamento del nostro SSN verso un inesorabile declino, proprio perché – sempre più – comincia a lasciare al proprio destino milioni di cittadini che non arrivano più ad accedere ai diversi servizi, sia preventivi che diagnostici, come pure quelli assistenziali e riabilitativi.

Ospedale di Portogruaro
Ospedale di Portogruaro

Vi concorrono una serie di fattori che vanno dall’invecchiamento della popolazione, all’aumento delle malattie croniche, fino alla pesante crisi economica con conseguente definanziamento della spesa pubblica. Attorno a questa complessa ed articolata problematica si sta, fortunatamente, aprendo un tavolo di discussione, perché così non si può certo continuare. Mi rifiuto di pensare che ci sia sotto un disegno occulto di smantellamento e privatizzazione del nostro Servizio sanitario nazionale ed allora bisognerà subito agire introducendo alcuni correttivi che – secondo diversi esperti – non possono prescindere da tra elementi di base: la rimodulazione delle prestazioni erogate gratuitamente, la ridefinizione dei criteri della compartecipazione alla spesa medica e soprattutto l’avvio di un grande piano nazionale della prevenzione. Speriamo davvero di farcela, questo Paese ha bisogno di futuro!

Gigi Villotta

Portogruaro, 24 Giugno 2019

SCELTE CONSAPEVOLI ?

Non basta più solo ascoltare

Siamo appena reduci da un’altra tornata elettorale. Abbiamo rinnovato i nostri rappresentanti al Parlamento Europeo, ma si è votato anche per eleggere tanti consigli comunali, compresa la maggioranza delle amministrazioni locali del comprensorio portogruarese. Siccome è risaputo che i voti si contano e non si pesano, almeno – per stavolta – saltiamo considerazioni e riflessioni sull’esito del voto e sul come si è arrivati ad un determinato tipo di risultato e di consenso elettorale. Aspetti ampiamente dibattuti e sviscerati da chi lo fa “ per mestiere “. Non ci interessa qui tanto capire chi ha vinto o perso e che nella recente campagna elettorale non si sia parlato affatto di Europa, ma tentare una riflessione a ritroso perché qualche segnale, anche a livello locale, è arrivato ed è dunque tempo di aprire un versante, un pensiero per tentare di porre rimedio ad una deriva che potrebbe finire per indebolire l’intero tessuto democratico del nostro Paese. Il riferimento principale va alla disaffezione, al disinteresse del cittadino verso la politica sia in termini soggettivi  (candidarsi ) che oggettivi ( andare a votare ). A questo ragionamento, però, una premessa va fatta e riguarda un nodo che va subito sciolto, perché altrimenti si corre il rischio di non essere chiari.

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Riguarda il concetto di “ periferie “, un termine mai tanto usato e ricorrente come di questi ultimi tempi, a tutti i livelli , e non solo urbani, ma esistenziali. Sono diventate terreno di caccia privilegiato per la politica, restando innanzitutto uno straordinario termometro sociale del Paese. Rappresentano infatti la memoria storica delle comunità, sostanzialmente perché anticipano i fenomeni di mutamento, pur custodendo al proprio interno i segni di futuro. In che maniera? Non certo fermandoci all’analisi dei flussi elettorali, basandosi solo sulla certificazione di quale forza partitica riesca meglio a cavalcare il sentimento politico, magari soffiando sul fuoco del malcontento popolare in un dato momento, ma allargando la prospettiva storica e sociale per capire quali sommovimenti profondi si stanno verificando. Occorre evidentemente ragionare in un orizzonte temporale molto ampio, non certo sui possibili decimali di punto raccolti o persi nell’urna. Per far questo bisognerà tornare a mettersi nei panni della “ gente “, provare a vedere con occhi “ altri “, aprirsi per sentire ciò che gli “altri “ sentono. Insomma il saper ascoltare ed immedesimarsi devono confermarsi, un’altra volta, disciplina necessaria non solo per chi cura la “ cosa pubblica “, ma anche per tutti i cittadini nella vita di ogni giorno ed in particolare quando scelgono i propri rappresentanti per gestire questa delicata “cura” del bene comune.  Una delle frasi ricorrenti, molto impregnata di qualunquismo, che si sente in giro è : “tanto sono tutti uguali “. Dire questo è davvero fuorviante, rappresentando un falso alibi per chi non si degna di perdere neanche un attimo della sua preziosissima vita per cercare di capire in che mondo siamo e per scegliere il progresso sociale, civile e politico, essendo giusti con tutti e premiando i migliori.

partecipazione-elettorale-nei-16-comuni-capoluogo-comparazione-tra-primo-e-secondo-turno-2019
partecipazione-elettorale-nei-16-comuni-capoluogo-comparazione-tra-primo-e-secondo-turno-2019

Certo uno vale uno ai fini elettorali, ma qualcuno – a guardar bene nella pratica corrente – neanche quello ed addirittura nessuno vale davvero. Rischia di  “contare”  solo il minuscolo o cospicuo interesse contingente di questo o di quel gruppo. E se c’è un abbondante 40 % di italiani che ora pende sovranamente da una parte, non possiamo dimenticarci del restante 60 per cento. Ecco perché bisogna ascoltarsi, non ascoltare e basta! Dipende da tutti noi, se davvero speriamo di cambiare il Paese. Certo, dipende da tutti noi, ma dobbiamo – a mio parere – renderci conto che all’orizzonte ci sono già oggi un paio di questioni che non vanno assolutamente sottovalutate. Una prima, di carattere generale, mi pare – guardando alla scena nazionale – si stia procedendo verso un futuro  “ senza trama “. La seconda di essere avviati verso un “ civismo “ che non presuppone la cittadinanza, il riconoscimento reciproco, orfani ormai di una costruzione partitica ormai destinata alla memoria storica e ancora alla ricerca di altre forme aggreganti e partecipative. Tentativi in atto, a questo proposito, ce ne sono anche nel Portogruarese ( come abbiamo già avuto modo di parlare da queste colonne ), ma fanno enorme fatica e le ricadute sono molto al di sotto delle pur legittime aspettative. Vorrei fare un solo esempio, riportando un dato che, se non opportunamente colto, potrebbe davvero rappresentare un vulnus per il futuro anche delle nostre comunità. Fermandoci al solo ambito politico amministrativo, si riscontra che sempre meno candidati si presentano alle consultazioni amministrative e già qualche comune (non solo i più piccoli) va alle urne con un solo aspirante al ruolo di sindaco, senza offrire alcun tipo di confronto. Eppure, un po’ dappertutto, ci si imbatte in una miriade di liste costruite attorno alle figure degli aspiranti primi cittadini, di borghi e frazioni che costituiscono il tessuto sociale di una città o di un paese, con nomi e motti evocanti soprattutto desideri. Il tutto nella illusione di creare forme aggregative di consenso elettorale attorno solo a delle parole. Ecco allora scorrere “ impegno “,  “fare per …”, “insieme “, “ vivi “, “obiettivo comune “, “passione comune”,  “uniti per”, “ cambiare “, e così andando, con rare più incisive originalità. Certo, anche per le nostre realtà, la vicinanza dei candidati con gli elettori non ha bisogno di troppo appellativi o di un marketing raffinato. In gioco infatti c’è soprattutto la fiducia, senza preoccuparsi della sostanza dei programmi.

Parliamo ancora di “ periferie ”, di amministrazioni periferiche dove dovrebbe albergare quell’empatia che facilita le relazioni, i risultati concreti, e rende più sopportabile la burocrazia. Da qui bisognerà ripartire, dando attenzione proprio al “ piccolo “, se vogliamo puntare ad una autentica coesione sociale che, alla fine, risulta il vero propulsore di democrazia diretta.

Gigi Villotta

07 Giugno 2019