LA VIOLENZA SULLE DONNE

power-and-equality-_obey
power-and-equality-_obey

Un’ emergenza, una svolta culturale

Anche dalle nostre parti, alla fine di novembre, numerose sono le iniziative per dar senso e significato alla Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Un fenomeno assai complesso e diffuso. Bastano pochi numeri per far capire la portata di un macigno umano e sociale, che, anche nel nostro Paese, sta andando ben oltre le minacce e le intimidazioni. Ben 88 al giorno, una ogni quarto d’ora, sono le donne vittime di violenza, secondo i dati della Polizia di Stato. L’ 80,2% delle vittime è italiano, come il 74% dei carnefici. Nell ’82% dei casi la violenza è familiare. Stabile negli ultimi dieci anni il numero dei femminicidi ( nel 2018 le donne uccise sono state 142 ) che rappresentano il 34% di tutti gli omicidi. In sei casi su dieci l’assassino è il partner o l’ex. Gelosia e possesso restano il movente principale (32,8%), mentre sono in aumento le denunce per violenza sessuale (+ 5,4%), stalking (+ 4,4%) e maltrattamenti in famiglia (+11,7%). Questi sono i dati statistici con cui confrontarsi, soprattutto inserendoli e monitorandoli bene all’interno delle azioni concrete che – oggi e da più parti – si stanno attuando per porvi rimedio e così venire efficacemente incontro alle donne in pericolo.

ratto-di-proserpina-bernini-galleria-borghese-roma
ratto-di-proserpina-bernini-galleria-borghese-roma

Nel nostro Veneto ci sono state, lo scorso anno, ben 8400 richieste di soccorso, raccolte dalle 44 strutture dedicate, tra cui 22 Centri antiviolenza e 22 case rifugio. A queste strutture fanno riferimento i servizi sociali e i consultori familiari anche dei nostri comuni, le forze dell’ordine, i centri di ascolto e antiviolenza, presenti in diverse parti del territorio, con numeri di telefono e sedi sempre funzionanti e disponibili. L’aumento delle segnalazioni sono un indizio da seguire con attenzione perché, da un lato, sono la spia di un dramma sociale dagli esiti spesso tragici, dall’altro, conferma la valenza di una rete di servizi pubblici e privati sempre più diffusa sul territorio e capace di dare risposte a quante sono sotto minaccia. Grazie anche all’opera di sensibilizzazione da parte di queste strutture, fortunatamente sempre più donne trovano il coraggio di uscire allo scoperto, perchè, da sole, le vittime non possono farcela a sottrarsi al loro aguzzino. Diventa ancor più complicato e difficile il percorso soprattutto quando c’è di mezzo la gestione dei figli. I centri infatti seguono la donna – per anni – non solo dal punto di vista psicologico e familiare, ma anche legale, per non parlare di quando si palesa la necessità di accoglierla, spesso con i bimbi, nelle case protette. Purtroppo questa preziosa rete di aiuto sconta ancora troppe diseguaglianze territoriali, con regioni – soprattutto al sud – ancora del tutto prive di strutture idonee. C’è molto da fare ancora anche da noi, nell’ avanzato ed opulento Nord Est, con un’offerta ancora insufficiente. La legge di ratifica della Convenzione di Istanbul del 2013 individua come obiettivo quello di avere un CAV ( Centro antiviolenza ) ogni 10mila abitanti. Un obiettivo lontanissimo se si pensa che al 31 dicembre 2017, nel nostro Paese, erano invece attivi 281 Centri, pari a 0,05 strutture per 10 mila abitanti. Un abisso drammatico. Pensare invece che, dove ci sono, funzionano bene tanto da venir considerati dei veri fiori all’occhiello del nostro sistema di welfare, con un valore aggiunto impagabile, rappresentato dalla informazione e dalla formazione all’esterno rivolta ad operatori sociali, sanitari, avvocati e forze dell’ordine. Senza contare che, per gestire le situazioni di emergenza, l’86% dei Cav è collegato con una casa rifugio, dove le donne possono, concretamente e da subito, trovare protezione per se stesse e per i loro bimbi. Un’attività variegata e complessa, come ben si può capire, che costa ed è dunque lecito anche chiedersi come si fa fronte, tra pubblico e privato, a queste forti e pesanti necessità. Va detto subito che più della metà di quanti lavorano in un Centro antiviolenza lo fa senza essere retribuito.

murales_power and equality e altro
murales_power and equality e altro

Risulta infatti che il 56% di tutto il personale specializzato ( stimato a livello nazionale in 4.400 unità ) risulti volontario, con una maggiore quota rappresentata da operatrici ed avvocatesse, ma molte sono anche altre donne che aiutano le donne in difficoltà, professioniste come infermiere, psicologhe, mediatrici culturali ed educatrici che volontariamente prestano la propria opera e sono in trincea. Possiamo considerarlo un vero e proprio esercito del bene, purtroppo quasi sempre dimenticato dalle istituzioni. Infatti è utile precisare subito che l’ente promotore di queste strutture, vale a dire la persona giuridica pubblica o privata che ha la titolarità del servizio in quanto lo finanzia, è prevalentemente un soggetto privato. Questo accade in quasi tutte le Regioni, rappresentando ben il 61,3% dei casi. Sembra incredibile, ma purtroppo vero, che nel 2017 i fondi pubblici per i CAV siano stati 12 milioni di euro, che se divisi per il numero di donne accolte ( secondo dati Istat ) danno un risultato imbarazzante pari a 76 centesimi, quindi meno di 1 euro.

sorelle-mirabal_nazioni-unite_25-novembre-giornata-internazionale-contro-la-violenza-sulle-donne
sorelle-mirabal_nazioni-unite_25-novembre-giornata-internazionale-contro-la-violenza-sulle-donne

Un quadro preoccupante che non fa che confermare la preoccupazione di tanti, a cominciare dal presidente Mattarella che nel suo messaggio – in occasione della Giornata del 25 novembre – ha ribadito come la violenza sulle donne non deve smettere di essere una emergenza pubblica e la coscienza della gravità del fenomeno deve continuare a crescere, ma molto resta da fare. Restano una serie di domande: da cosa nasce tanta violenza, tanta inumanità, tanto odio verso le donne? Come è possibile che dopo tanto cammino morale, politico, psicologico e spirituale che abbiamo fatto si debba ancora ripresentare questo fenomeno che, troppo spesso, riguarda il sangue della propria carne? Non so rispondere, lasciando agli specialisti di settore l’affrontare la delicata e complessa problematica. Certo, umanamente parlando, non possiamo disinteressarci di certe arroganti pretese, di certi smarrimenti, di quelle malvagità, di quei vuoti, disperazioni e solitudini che, magari, ci toccano da vicino perché toccano, sotto tante forme, circostanze e distanze, proprio la carne di qualcuno a noi vicino.

Gigi Villotta

26 Novembre 2019

TRISTEZZA E PREOCCUPAZIONE

1280px-mattarella_segre_2019

Contrastare “ l’odio concreto “
La notizia che Liliana Segre, scampata alla Shoah, sia costretta a girare con la scorta per difendersi da tante minacce incitanti all’odio razziale, non può non provocare un senso di scoramento ed anche di disgusto. Non solo messaggi via Facebook da parte di vigliacchi che si nascondono dietro falsi profili, ma anche manifesti pubblici in bella vista. Contro chi? Una donna che, non solo è testimone degli orrori del passato, ma che sa spiegare i motivi che hanno portato alla tragedia dell’Olocausto e i pericoli che la società moderna corre ignorando il passato, o dimenticandolo o giustificandolo o anche solo ridimensionandolo. Se è necessario dare alla Segre una scorta, vuol dire allora che molti interrogativi non sono astratti, ma molto concreti!

1280px-auschwitz_i_22_may_2010

I segnali sono tanti e vengono da più parti, comprese le nostre terre. “ La Segre dovrebbe vergognarsi, forse qualche ebreo dovrebbe ricordarle che non tutti hanno avuto la fortuna di salvarsi e strumentalizzare fa schifo”: così si è espressa l’ex coordinatrice di Forza Italia a Portogruaro. “ Tornatevene a casetta “ con accanto l’immagine di un camino: questo il commento su Facebook partito da Mogliano Veneto. E si potrebbe continuare, includendo anche i treni della memoria, definiti “ faziosi “ perché trasportano centinaia di studenti – ogni anno – solo nei luoghi dove si consumò l’Olocausto. Non mancano, per fortuna, anche quanti – apertamente – hanno fatto sentire la propria voce, ritenendo necessario fare qualcosa riguardo questo pesante clima d’odio e di intolleranza. Infatti una sessantina di cittadini portogruaresi, impegnati nella vita sociale e civile, hanno sottoscritto una lettera indirizzata al presidente del consiglio comunale e al sindaco chiedendo che venga approvato un documento di solidarietà e stima nei confronti della senatrice Liliana Segre, da condividere con tutte le rappresentanze sociali, culturali ed istituzionali del territorio, perché va accolto l’invito della comunità ebraica di “ rispondere al razzismo. Portogruaro ha una significativa storia di convivenza ed ospitalità con gli ebrei che vi abitarono fin dal 1500, con diversi episodi di riparo e protezione durante le persecuzioni nazi-fasciste. Basti citare la signora Elsa Poianella Bellio, dichiarata nel 1998 da Israele “ Giusta tra le Nazioni “ per aver ospitato nella sua casa di borgo S.Giovanni una famiglia ebrea, i Falk. La lettera non fa riferimento alla mancata adesione di alcune parti del Parlamento alla “ Commissione Segre “, ma unicamente al rispetto che tutti devono a questa straordinaria donna. Una protagonista, una voce autentica che punzecchia la nostra coscienza collettiva, così sulla scena italiana che europea dove dilaga l’odio ed il linguaggio che ne sgorga. Non si può non essere d’accordo con il presidente Mattarella quando afferma che per contrastare proprio questo “ odio concreto “ servono prioritariamente solidarietà e senso di responsabilità. Quello che è difficile capire, e sono in molti a chiederselo, come su certi valori sia possibile spaccarsi, perché, rifacendosi proprio ai principi costituzionali, o l’Italia è democratica o non lo è, o è antifascista o non lo è. Eppure c’è stato un tempo in cui certi valori erano condivisi. Tempi anche di grandi contrapposizioni ideologiche, dove però finivano per emergere alcuni principi basilari sul cui consenso di fondo, perchè incardinati nella Carta costituzionale, non ci si divideva. Tra questi il rifiuto del fascismo con i suoi corollari di razzismo, antisemitismo e nazionalismo aggressivo. Ricordo le aspre contrapposizioni nei comizi o nelle stesse aule parlamentari, ma rimanevano sempre dei paletti invalicabili, delle parole impronunciabili, dei gesti non ammissibiliOggi sembra tutto sdoganato ed anche i linguaggi sono diventati sempre più inappropriati, per non dire inopportuni, perché troppo spesso pesanti e volgari. Ad essere chiamata in causa, in primis, la politica che, anziché guidare i processi sociali, non solo li rincorre ma li amplifica, in un gioco perverso di tutti contro tutti, alla ricerca ossessiva di un consenso peraltro effimero. Molte volte, poi, con la forzata invocazione della difesa della libertà di espressione e con la malcelata evocazione di pericolose derive, si finisce per rompere quel basilare consenso costituzionale attorno ad alcuni valori fondanti della nostra convivenza sociale e politica. Manca, poi, nel nostro Paese – solo per fare un esempio e per rimanere in tema – una seria strategia di raccolta di informazioni e dati sul razzismo, di approfondimento delle sue cause e manifestazioni di elaborazione di strategie di prevenzione e contrasto. Tutto questo richiede investimenti, legittimazione pubblica e, ancora una volta, una precisa volontà politica. Servono quindi, al più presto, azioni incisive ed articolate che vanno dallo studio dei fenomeni a tutta una serie di azioni positive che devono comprendere anche ben calibrate sanzioni civili e penali verso chi scambia la libertà di espressione con il diritto di propagandare intolleranza e discriminazione. Forse così la violenza del linguaggio e dei gesti finirà di avvelenare la convivenza civile e provocare l’eclissi della ragione.
Gigi Villotta
11 Novembre 2019