I CONFINI DEI VALORI

aleppo rep

Puntare alla convivenza umana e sociale
Ancora una strage di migranti, l’ennesima, con il ritrovamento ai primi di ottobre, a poche miglia da Lampedusa, di decine di corpi annegati, in gran parte donne. Tra loro anche una mamma, abbracciata al figlio di pochi mesi. Immagini emblematiche di persone di questo nostro disgraziato presente che, non avendo più nulla in vita, resta solo un corpo da tramandare. Come non provare una grande commozione nel vedere i loro vestiti dondolare come alghe. Tanti visi e storie cancellate per sempre, restando invisibili nel nostro mondo di superficie, come quando erano in vita.

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Sono già più di mille, in questo 2019, le persone morte solo nel tentativo di attraversare il Mediterraneo. Abbiamo dimenticato ed archiviato in fretta le immagini di quel padre e bimbo di due anni, avvinghiati sotto la stessa maglietta, ripresi faccia in giù ed immersi nelle acque di un canneto del Rio Grande, ai confini tra il Messico e gli Stati Uniti.

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Come del corpo di un altro bambino diventato simbolo della crisi dei rifugiati siriani, fotografato senza vita in un tratto di mare antistante la Turchia. Un’altra tragedia destinata ad essere presto dimenticata ed archiviata. Siamo davvero degli illusi se pensiamo di chiudere gli occhi per fermare il mare, serrando i porti o issando divieti ai continenti, mentre – tutt’intorno – i mondi di superficie moltiplicano guerre, paure, fame, deserti, malattie e diseguaglianze. Scafi marci su cui salire che stanno accatastati a centinaia come muti testimoni di tragedie inenarrabili, come le tante scarpe spaiate, i quaderni dei bambini, le sacche e gli zaini che arrivano galleggiando sulle nostre spiagge. Tutti elementi che connotano tracce di corpi senza più identità, protagonisti di una identica storia che continuiamo a raccontarci e che facciamo finta di ascoltare. Possiamo ancora permetterci di dire: Se non partono, non affogano? Quale donna, quale mamma sarebbe così pazza da imbarcarsi su un guscio di noce con la propria creatura se quello da cui cerca di scappare non fosse peggiore del rischio di morire affogati? Non ci sono allora più colori in fondo al mare, perché non siamo più in grado di percepirli e così, magari nel nostro rimorso in bianco e nero, finire per rinfacciarci quel poco di umanità che ancora ci resta. Se guardiamo un mappamondo, il mar Mediterraneo quasi scompare nell’immensità delle acque che ricoprono il nostro pianeta. Sembra poco più di un laghetto, quasi chiuso e collegato col resto degli oceani solo da uno strettissimo passaggio. Eppure in questo bacino è cominciato tutto, da queste coste hanno preso le mosse culture che hanno plasmato la terra. In questo mare si sono incrociate le grandi civiltà che, pur combattendosi, si sono anche contaminate, determinando lo sviluppo di tutte le arti. La storia ce lo insegna, ma purtroppo viviamo in un tempo in cui l’ignoranza è assai diffusa e così tutto sembra venir dimenticato. Il Mediterraneo ha perso la sua naturale vocazione unitiva per diventare un muro, una frontiera, una trincea. Manca una concreta volontà di dialogo e di apertura, anche a livello europeo, lasciando terreno fertile alla cultura dell’odio continuamente alimentato, agitando lo spettro della paura. Un problema complesso che tocca molteplici aspetti che dipendono sì principalmente dalla politica e dall’economia, ma che devono necessariamente puntare al superamento dei confini e degli egoismi di parte attraverso la salvaguardia e la promozione di quei valori che stanno alla base della convivenza umana e sociale. E’ proprio il caso di cominciare a pensare che i veri confini a rischio non sono quelli tracciati sulla carta geografica, ma quelli legati ai valori che connotano la vita umana nei suoi diversi aspetti ! Alcune riflessioni, allora, si impongono. La nuova enfasi di blindare i confini non ha basi obiettive. E’ solo simbolica ed emotiva, oltre che selettiva, perché trasforma piccoli numeri di persone in stato di necessità, in funeste minacce per la sicurezza nazionale e l’ordine sociale.

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L’insistenza sulla cosiddetta industria delle migrazioni, ossia sui vari attori legali ed illegali che lucrano su chi, soprattutto dal Sud del mondo, chiede di attraversare delle frontiere in teoria inaccessibili, tende al far dimenticare i robusti interessi che si muovono alle spalle del fronte opposto, non ultimi le tecnologie e gli armamenti militari. Ciò che, però, deve più preoccupare è il fatto che si stia profilando una battaglia culturale decisiva per l’identità, i valori guida, il futuro stesso della nostra civiltà. Ormai le persone in cerca di scampo vengono sempre più identificate come indesiderati, pericolosi invasori, visti come nemici. Chi li soccorre poi è malvisto, perseguito in alcuni casi, proprio perchè ritenuti colpevoli di aiutare “ i clandestini “ a varcare i patri confini. Accoglienza, solidarietà, diritti umani stanno sempre più diventando disvalori per una buona parte del pensiero prevalente, non solo politico. Siamo ben distanti dall’appello di papa Bergoglio “ per Dio nessuno è straniero “.

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Una evidenza comunque deve rimanere certa: non si tratta solo di accogliere, ma di definire bene i criteri e i valori su cui intendiamo fondare la nostra convivenza ed il nostro futuro.
Gigi Villotta

24 Ottobre 2019

COMPRARSI IL FUTURO

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Confronto aperto dove si decide

Di recente, sono state davvero tante le occasioni che hanno riportato il tema ambientale al centro dell’attenzione da parte della pubblica opinione, ben oltre i confini nazionali. Diverse le forme impiegate e le iniziative messe in cantiere, anche a livello locale: dal “ Fridays for future “ alla celebrazione della 14^ Giornata per la custodia del Creato.

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L’orizzonte ecologico è molto importante e lo sarà sempre di più. Un tema decisivo ed essenziale, come dimostra la “ Laudato Sì” che continua ad essere non solo citata, ma oggetto di dibattito ed approfondimento in tutto il mondo, compresi i recenti incontri organizzati nella Diocesi di Concordia-Pordenone da parte della Commissione della Pastorale Sociale. Per non parlare del Sinodo sull’Amazzonia, in corso a Roma fino al prossimo 27 ottobre, proprio a testimonianza che soltanto chi abbia letto attentamente il documento di papa Bergoglio possa davvero capire che non si tratta di una enciclica “ verde “, ma di valenza “ sociale “.Insomma non si tratta di una sorta di “ manuale dell’ambientalista cattolico “, ma di una vera presa di coscienza nel rispondere da cristiani al ruolo di custodi della creazione di Dio, un patrimonio di cui possiamo godere, ma non abusare.

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Una prospettiva che coinvolge tutti, personalmente, a partire dalle piccole cose quotidiane che incidono davvero, proprio perché trattasi di azioni concrete. Occasioni ed iniziative che vanno prese sul serio, perché, forse persino al di là della consapevolezza dei suoi attori ( da Greta Thumberg agli studenti di casa nostra), stanno comunicando qualcosa di importante al mondo, portando alla luce una critica di cui, chi sta all’interno dell’ordine normale delle cose, sembra non riuscire a cogliere portata ed urgenza. Come rimanere estranei, “ sordi e ciechi “, di fronte ai diversi allarmi lanciati sui cambiamenti climatici da parte di tante autorevoli fonti scientifiche, in tutto il mondo. Entro il 2050 più di 1 miliardo di persone vivranno in zone soggette ad inondazioni su vasta scala, cicloni ed altri eventi estremi.

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All’inizio del XXI sec. il livello dei mari è aumentato 2,5 volte più velocemente che nel XX sec. e continuerà ad aumentare soprattutto per la riduzione delle calotte di ghiaccio. L’estate 2019 è stata la più calda per gli oceani in 140 anni: + 0,82 gradi sopra la media del XX sec. “ Abbiamo l’acqua alla gola “ questa la scritta riportata da uno striscione che campeggiava sul ponte di Rialto a Venezia, issato l’ultimo venerdì di settembre dagli studenti che, in tanti ( come da tempo non se ne vedevano ), hanno manifestato per il clima. Credo sia stata, in assoluto, la prima azione globale, e davvero mondiale, promossa da ragazze e ragazzi per cambiare il mondo. Forse lo capiremo meglio in futuro, ma intanto non sarebbe davvero male se ci fermassimo tutti a riflettere in profondità sui molti dei suoi significati.

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Già un primo passo potrebbe essere quello di cominciare a considerare l’infanzia e l’adolescenza come veri patrimoni dell’umanità e quindi della Terra, una sorta di bene comune globale, perché in sé contengono la possibilità stessa della continuazione della vita umana. Non possiamo negare che, a loro modo, i ragazzi e le ragazze scesi nelle piazze hanno un loro punto di vista sul mondo, cambiandone ogni giorno le prospettive con le loro azioni. Non sanno solo fare, ma anche pensare, perché non occorre diventare adulti per iniziare a pensare veramente. Forse dovremmo ascoltarli di più per saper apprezzare e capire meglio il loro pensiero sul mondo. E’ lo stesso mondo dei loro genitori, ma lo guardano e lo vivono diversamente, e quindi lo pensano diversamente. Avremmo una società, una economia e una politica migliori se avessimo preso sul serio anche il pensiero dei ragazzi, un dono per la società intera. Bisognerà cominciare a non considerarli più come assenti, apatici, disinteressati alla politica e alle questioni sociali. Purtroppo la realtà quotidiana si presenta in modo diverso e contro l’impegno dei giovani continuano a muoversi e ad agire vecchie strategie. Anche recentemente sono emersi diversi meccanismi che tendono a delegittimare ciò che di buono c’è nel loro pensiero, nelle loro proposte e nelle loro azioni. I comportamenti dei ragazzi sono stati, in buona parte, etichettati in modo da sminuirli. Sono stati colpevolizzati, definiti ipocriti e incoerenti, per sentirsi a posto, per continuare tranquillamente a vivere come se niente fosse. Forse che dietro a questa campagna mediatica denigratoria si celino interessi economici da parte di chi non vuole che lo stato attuale delle cose si modifichi? Si sta forse cercando di manipolare e strumentalizzare l’opinione pubblica nei confronti del movimento dei ragazzi e delle ragazze? D’altronde altri gruppi cercano di tirarlo dalla propria parte, a seconda degli interessi che si perseguono. Sarà anche vero che la protesta mondiale e i comportamenti rispettosi dell’ambiente e della Terra possono presentare tutta una serie di incongruenze da parte dei giovani protagonisti. Però un adulto che desidera educare, un adulto generativo, non deve fermarsi a queste possibili evidenze, non può andare a sminuire i tentativi di apertura, la presa di coscienza e di responsabilità dei giovani. Un vero adulto deve saper guardare oltre, saper partire dal positivo, incoraggiandoli facendosi accanto e sentendosi , persino, orgoglioso e felice che i ragazzi dimostrino più coraggio delle generazioni precedenti. Vanno educati nella fiducia. Credo siano queste le vere chiavi per far crescere persone responsabili. Mi piacerebbe tanto che si cominciasse a chiamarli a dire la loro, al pari degli adulti, nei luoghi dove si prendono decisioni, dal parlamento ai consigli comunali. Un’utopia? Forse sì, ma la speranza di lavorare insieme per una causa comune, come – ad esempio – il bene della Terra, non è solo un segno di alleanza, ma la strada giusta per la costruzione di un mondo migliore per il futuro di tutti.

Gigi Villotta

09 Ottobre 2019