SCUOLA E SAPERI

 

Serve un nuovo alfabeto istituzionale

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Aumentano i giovani laureati, ma anche quanti, ragazze in buona parte, che non studiano e non lavorano. Il tasso di piena scolarizzazione è già raggiunto solo nella scuola dell’infanzia, ma abbiamo la classe docente più anziana in assoluto e dovremo sostituire la metà degli insegnanti entro i prossimi dieci anni. Le donne presentano un livello di istruzione più elevato rispetto agli uomini, ma hanno stipendi inferiori, a parità di titolo. Una fotografia che conferma mali antichi, ma nel contempo indica anche possibili piste di lavoro. Anche l’ inverno demografico che incombe sull’Italia avrà, nel breve, ricadute importanti in diversi settori della nostra vita quotidiana. Intanto da pochi giorni si sono riaperte scuole ed università. Un mondo, quello dell’istruzione, formazione e della ricerca, che, se da una parte richiede grande attenzione, dall’altra non ha ricevuto ancora adeguate risposte da parte dei governi che si sono fin qui succeduti.

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Si ricomincia, tra l’altro, proprio con l’ennesimo cambio per l’inquilino di Viale Trastevere, è arrivato un nuovo ministro, che tenterà di mettere mano – ancora una volta – ad un sistema che fa fatica a riformarsi, anche nella consapevolezza generale che rimane, pur sempre, il luogo privilegiato per la crescita umana, culturale e sociale del Paese. Anche dalle nostre parti ( ricordiamo che Venezia e provincia sommano 120 mila studenti, se si aggiungono anche le scuole paritarie, con il distretto di Portogruaro che ne conta 11.400 ), si è ricominciato con i problemi di sempre, legati principalmente alle cattedre vacanti, ai presidi ancora a scavalco, alla mancanza di insegnanti di sostegno, di personale ausiliario, ma anche senza aver trovato la quadra riguardo incresciosi episodi balzati all’onore della cronaca nei precedenti anni scolastici.

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Maestre che maltrattano bambini, insegnanti minacciati e picchiati da genitori dei loro alunni. Professori che insultano e che vengono pesantemente insultati dai propri studenti. Docenti che chiedono la sospensione dei ragazzi e docenti che vengono sospesi dall’insegnamento. E potremmo continuare. A dire il vero, niente è del tutto nuovo. Certo, oggi, questi fenomeni ci colpiscono di più, se non altro perché vengono subito mediatizzati. Che si tratti di telecamere messe di nascosto dagli investigatori nel caso di indagini, o di studenti che girano video all’interno della classe, tutto finisce immancabilmente nel tritacarne della comunicazione e dei social network.

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Insegnanti, studenti e genitori sempre più impreparati a vivere in una società complessa, plurale che vive in una condizione di mutamento continua ed accelerata. Anche la scuola, intesa come istituzione formativa, finisce dunque per esser sottoposta ad una duplice pressione. La prima riguarda il demandare completamente da parte della famiglia alla scuola il compito educativo primario, incluse le competenze di base che toccano da vicino il saper stare in società e in relazione con gli altri. La seconda rimanda ad una constatazione, sempre più percepita, che la stessa scuola stia sempre più diventando una agenzia educativa tra le altre, perdendo il suo sostanziale monopolio, soprattutto quando si sale di complessità, verso l’insegnamento superiore e universitario. Si pensi al “ professor Google “, grazie al quale tutti possono sentirsi legittimati a ritenersi onniscienti, preparati al pari di chi esercita il ruolo di docente. Ecco perché la scuola ha oggi più che mai bisogno di essere ripensata! Ovviamente con investimenti finanziari ben maggiori di quanto finora riservato dal bilancio nazionale, anche per avvicinarci agli standard europei. Non riguarda solo “ la scuola “ intesa come struttura edilizia con tanto di certificazioni previste dalla normativa vigente, ma di strumenti al passo con i tempi e soprattutto di contenuti che guardino in modo particolare al senso civico, alla centralità dell’etica, e della ragione. Tutti strumenti, da sempre, alla base della evoluzione dell’umanità. Insomma puntare ad un nuovo alfabeto istituzionale. C’è però un alto rischio ed un esempio può venire proprio dalla recente riammissione in Italia dell’Educazione civica, con tanto di voto in pagella. Materia che, per definizione, riflette il costume della “ polis “ e che invita tutti a seguire le regole della concordia e del bene collettivo. Vien legittimo allora chiedersi: Che senso ha insegnare l’educazione civica se i primi diseducatori sono i nostri governanti? Che senso ha invitare i giovani a questa formazione se poi l’educazione è vilipesa, quasi dileggiata proprio da chi ne dovrebbe essere il promotore? Questa riflessione si fa più amara se si fa riferimento alle nuove generazioni, le prime vittime dalla attuale crisi morale. Tutto questo non deve indurci al pessimismo, ma ad un impegno forte per recuperare il senso della “ civitas “ , perché non possiamo davvero rinunciare al diritto di avere istituzioni serie, oneste e vicine ai cittadini. Tutti ci teniamo alla “ casa comune “ ed allora, concretamente, non possiamo non salutare con grande gioia e soddisfazione i “ Fridays For Future”, la mobilitazione di un movimento informale, cresciuto con il passaparola in rete. La provocazione dello sciopero scolastico, che in questi giorni sta alimentando la cronaca tra regolamenti e giustificazioni, fa quasi star male se rapportata alla richiesta di più sapere, di intelligenza, di conoscenza, di scuola ed innovazione per affrontare le sfide globali. Ecco perché, anzitutto, i giovani devono esser motivati sul perché studiare. La politica ne deve prendere atto ed agire di conseguenza, ne va del futuro delle nostre comunità, del nostro Paese e dell’Europa intera.
Gigi Villotta
24 09 2019

VERDE – GIALLO – ROSSO

 

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Dal “ vaffa “ al “ nuovo umanesimo “

Il titolo non tragga in inganno, non è il gioco delle tre carte o i classici colori di un semaforo, ma la simbologia cromatica che – nella dialettica politica degli ultimi tempi – fa riferimento a dei mondi e a delle posizioni partitico-programmatiche ben precise. La cronaca è nota e quanto successo nell’arco degli ultimi giorni ferragostani può lasciare lo spazio a tutta una serie di considerazioni, osservazioni, dubbi che ben si prestano in queste particolari occasioni.

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La politica – si sa – è anche l’arte del possibile, ma quanti – alla vigilia della crisi – avrebbero scommesso su una rapida soluzione della stessa e soprattutto con questa ipotesi di governo che, per quanto azzardata, non aveva certo i prodromi ( se non altro sul piano delle precedenti reciproche “offese “ , spesso attraverso linguaggi piuttosto pesanti) di essere presa in considerazione. Ha vinto lo stato di necessità? Non lo so! Sarebbe comodo sospendere il giudizio sul nuovo governo in attesa di vedere cosa succederà, ma questa nuova alleanza, anche se “ tatticamente “ può trovare mille giustificazioni e motivazioni, come cittadino poco mi convince e come elettore non mi sento molto rappresentato. Non vuole essere solo un distinguo o una negazione della necessità del “ comunque “ fare, ma contribuire a capire, o meglio definire, come non basti un contratto (prima) o un accordo (adesso), per mettere insieme saldamente ideali, storie, contenuti e progetti che toccano così da vicino l’uomo e l’intera società, i mondi che li connotano nelle loro diverse specificità. Siamo davvero sicuri che solo governando un Paese, lo si cambi? Non siamo più – in oratorio o in qualche spazio verde di periferia – quando un tempo, da ragazzi, ci si scambiava la squadra per rincorrere un pallone. L’esperimento giallorosso, rispetto alla possibile “svolta “ dell’uomo forte o solo al comando, può e saprà davvero anche convertire il “ vaffa “ al “ nuovo umanesimo “, come enunciato dal riconfermato capo del governo? Me lo auguro, ma faccio tanta fatica ad intravedere, almeno a breve, dei concreti percorsi pronti ad essere intrapresi per incarnare politiche autenticamente “ popolari “, parole quanto mai abusate, deformate e travolte da una ondata di “ populismo “ che ha pesantemente caratterizzato i trascorsi mesi di governo giallo verde. Senza voler dimenticare o sminuire le grandi questioni legate all’economia, all’ambiente, al fenomeno migratorio che oggi il nostro Paese deve affrontare , anche a livello internazionale, non nascondo di essere preoccupato soprattutto su temi importanti come lavoro, giovani, educazione e famiglia.

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Per un semplice motivo. La politica risponde sempre in ritardo alle domande di protezione sociale che stanno diventando laceranti. La povertà, ad esempio, non è soltanto mancanza di reddito da lavoro: è isolamento, fragilità, paura del futuro, tocca dunque molteplici aspetti della nostra vita sociale.

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Uscire da un esperimento fallito per cogliere un’opportunità seria e difficile al fine di impostare una politica di medio lungo periodo che finalmente rimedi ai trend negativi di questo Paese, in un mondo che cambia repentinamente, può essere davvero una sfida esaltante, ma i presupposti da cui si parte lasciano ancora aperti troppi interrogativi, non ultime le sempre possibili lacerazioni e contrapposizioni interne ai partiti di governo. C’ è un’altra doverosa premessa da fare, che difficilmente, non so quanto riuscirà ad essere soddisfatta. Speriamo davvero finiscano, si mettano da parte le attuali modalità con cui la comunicazione – a tutti i livelli – viene usata per accendere gli animi, screditare e far prevalere le paure. Un clima d’odio e di preclusione che – se perpetuato – non può che strozzare il bisogno assoluto di dialogo e di confronto per trovare – a cascata – le soluzioni migliori per il bene del Paese e delle nostre comunità. Purtroppo riusciamo ancora a dividerci su tutto, a contrapporre le piazze, persino su temi fondamentali come quello della famiglia sul quale stiamo pagando un ritardo tanto incredibile, quanto ingiusto. Accolgo con soddisfazione che nella formazione del nuovo governo ci sia un dicastero proprio ad hoc, con un ministro donna, ma non vorrei rimanesse solo un segnale di buona volontà, come già avvenuto più volte in passato. Le istituzioni pubbliche, tutte, non possono più fare finta che la famiglia sia solo un fatto privato, perché invece rappresenta davvero – in ogni tempo – il termometro più sensibile dei cambiamenti sociali. Se non vogliamo rassegnarci al declino demografico e diventare inevitabilmente un Paese di vecchi, dobbiamo ripartire proprio da una attenzione reale alla natalità, prendendosi cura delle mamme lavoratrici, imparando a riconoscere la loro funzione sociale, soprattutto confrontandoci con quanto già sperimentato positivamente in altre realtà europee per assumere in maniera convinta le opportune misure economiche e fiscali. Sono più che mai urgenti e necessarie un insieme di azioni che abbiano la loro cornice di rifermento in politiche familiari e di welfare davvero innovative, se – sul serio – si vuol puntare a ribaltare gli attuali limiti che impediscono di riadattare il nostro sistema sociale a esigenze differenti e complessità crescenti. Sono consapevole che nessuno ha la bacchetta magica, ma proprio sui fatti, sui risultati potremo misurare il grado di incisività di una seria azione di governo, sempre che non finisca per prevalere – ancora una volta – una eccessiva ideologizzazione su determinati temi e problemi, ma puntando sempre ai capisaldi della libertà e della responsabilità, così ben richiamati dalla nostra Costituzione. Il tutto, guardando con convinzione ad una rinnovata Europa, la nostra (indispensabile) casa comune dove – da protagonisti attivi – continuare a difendere, rivendicare e promuovere i principi fondamentali della centralità dell’uomo.

Gigi Villotta
08 Settembre 2019