MANICHE RIMBOCCATE

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La solitudine non è una malattia

Tutto accade sotto i nostri occhi, ma non sempre ci accorgiamo del bene che fanno molte persone, singolarmente o attraverso tante associazioni di volontariato. Non mancano però anche i momenti ufficiali in cui queste benemerite azioni vengono evidenziate e fatte conoscere. Non solo il 5 dicembre, quando ricorre la “ Giornata mondiale del volontariato ” o in prossimità delle feste natalizie, ma sono molte le istituzioni pubbliche, cominciando dalle amministrazioni comunali, ad organizzare – durante tutto l’anno – delle apposite giornate dedicate proprio alla solidarietà. Portogruaro ne è un esempio e da oltre un decennio è diventata ormai tradizione – proprio a dicembre – consegnare il “ Premio Solidarietà “, attribuito a cittadini o associazioni per il loro elevato impegno sociale e solidale, svolto con dedizione, generosità e totale disinteresse. Sarebbe davvero lungo fare elenchi o citare le singole realtà di volontariato che operano nel nostro territorio e nei diversi settori di intervento a favore di chi è in difficoltà o ha bisogno di sostegno, anche materiale. Esperienze che contraddistinguono tutto il Portogruarese, dove la realtà dell’associazionismo è quanto mai viva e vitale, anche se si nota qualche segno di “stanchezza” nel ricambio generazionale. Sono più di cinquanta le nostre associazioni iscritte al registro regionale, con migliaia di persone che vi si dedicano con continuità. In prima fila troviamo quelle che lavorano in campo socio sanitario ed assistenziale. Ma accanto a queste organizzazioni di volontariato, registrate ufficialmente, ne operano tante altre nei diversi ambiti del ricreativo, del culturale e dello sport. Si pensi agli oratori parrocchiali, solo per fare un esempio, con tutta una serie di attività che vanno ben oltre “ la cura “ religiosa. Da sottolineare come non manchino le aspettative e la necessità di mettere assieme le forze, in particolare sta entrando nel vivo il progetto “ Alleanza per la Famiglia “, una importante iniziativa – sostenuta dalla Regione Veneto – che vede coinvolte le amministrazioni comunali, l’Ulss n°4 “ Veneto Orientale “, istituti scolastici, aziende private, case di riposo, cooperative sociali, consultori familiari e tantissime associazioni culturali e di volontariato sociale. Non mancano le statistiche per capire di più questo complesso mondo, dove si evidenziano una distesa di teste canute e maniche rimboccate. Infatti l’età dell’altruismo inizia a quarant’anni, con un volontario ogni cinque abitanti traguardando questa nostra terra generosa che punta – da tempo – a coinvolgere le nuove generazioni. Bisogna infatti chiedersi, al riguardo, cosa chiedono i giovani e quali sono le loro esigenze, tenendo conto che la maggioranza di essi desiderano fare esperienze importanti, che consentano loro di crescere. Se è fondamentale stabilire relazioni efficaci all’interno di un gruppo, non meno importante è la considerazione degli adulti nei confronti delle proposte della componente giovanile, perché le esperienze di volontariato devono venir loro “ offerte ” quali significative palestre di vita. Non si deve mai dimenticare che volontariato ed associazionismo sono due realtà che vanno di pari passo, tanto che molto spesso finiscono per confondersi tra loro. E questo accade pure nella normativa nazionale e regionale che cerca di regolare un settore che è davvero molto vasto e variegato. Non vanno però dimenticati anche quanti agiscono individualmente, senza essere inquadrati in una associazione o in una organizzazione. Si pensi, giusto per fare un esempio tra mille che si possono scegliere, a quanti decidono di dedicare il proprio tempo a fare compagnia ed aiutare le persone anziane. Non è casuale questa mia scelta di campo, perché sempre più siamo un mondo di vecchi, spesso con patologie invalidanti da non consentire un’adeguata assistenza domiciliare. Proviamo solo ad immaginare se, come per incanto, domattina sparissero tutte le “badanti “ che provengono non solo dai Paesi dell’Est europeo, ma anche dal continente asiatico. E’ ormai un dato scientifico, definito come inesorabile dagli studi demografici, che gli anziani costituiscono una fetta sempre più consistente di popolazione, ma è altrettanto chiaro come le problematiche che quotidianamente si devono affrontare condizionino negativamente il loro poter essere ancora considerati “ una risorsa “. Sta davanti ai nostri occhi come – ogni giorno di più – la stagione di vita che si chiama vecchiaia diventi ingestibile, anche per una errata o mancata informazione sui servizi di cui gli anziani possono usufruire soprattutto per la difficoltà oggettiva a districarsi nell’arcipelago dei nostri, pur efficienti, servizi sociosanitari. Ma la solitudine non è una malattia, è invece una patologia della vita sociale che non si combatte con le medicine, ma con le occasioni per non essere soli e con i luoghi per riunire le persone. Ecco porsi, nelle sue diverse sfaccettature, il tema di cosa concretamente fare per una vecchiaia non come la stagione del fatalismo esistenziale, ma come una età per una vita normale. A chi spetta preparare una vita normale per una vecchiaia normale? Una domanda imbarazzante alla quale non basterà rimodulare assistenza, sanità e servizi sociali pubblici e privati. E’ ancora una volta l’uomo, la persona da mettere al centro, con la sua dignità e i suoi bisogni, quelli veri, dove prevalga finalmente l’essere, l’esistere e non solo l’avere, il tornaconto.

Gigi Villotta

16 Dicembre 2017

VIOLENZE DI GENERE

BREAK THE CHAIN
BREAK THE CHAIN

… qualsiasi violenza diventa violazione dei diritti umani

In questi giorni, in occasione della “Giornata internazionale contro la violenza sulle donne”, si è detto e scritto molto riguardo questo preoccupante fenomeno sociale dagli svariati contorni e dalle conseguenze drammatiche. Un’ emergenza – da troppi anni – presente, ma sottovalutata ed ignorata. Numeri a parte (si parla – dal 2000 ad oggi – di tremila vittime di omicidio volontario nel nostro Paese), diverse sono state le iniziative e gli appuntamenti, anche dalle nostre parti, che hanno consentito di approfondire l’argomento ed aiutato a mettere a fuoco una realtà che non può non interpellarci a fondo e che chiede di trovare delle soluzioni che vadano al di là del solo aspetto penale. Non bastano delle buone leggi o la repressione di tipo poliziesco per evitare questi veri e propri drammi umani. Si fa sempre più strada la consapevolezza che alcuni errori educativi possono generare anche personalità talmente fragili da risultare permeabili alla tentazione della violenza. La nostra epoca, infatti, teorizza sempre più la soggettività del “sentire“, senza includere nei sentimenti un confronto “oggettivo“ che tenga veramente conto della realtà. Tutti elementi, evidenziati dagli esperti dei nostri consultori familiari, che portano spesso tante persone ad imboccare un vicolo cieco, perché poggiano i propri sentimenti sul proprio sentire soggettivo, esaltato nel suo significato e valore assoluto, ma privo di fondamenti oggettivi che lo rinforzino di fronte alla prova della situazione reale. Ma perché allora sono gli uomini ad uccidere le donne, e raramente il contrario? Alla luce dei fatti è difficilmente smentibile che la violenza e la aggressività appartengono più alla natura dell’uomo che delle donne. Certo anche la donna delinque, ma raramente arriva alla completa disumanizzazione dell’altro, non lo degrada a “cosa”, e resta comunque frequentemente in lei un filo di nostalgia dell’umano. Il tutto consumato soprattutto tra le mura domestiche, come dimostrato dalla cronaca ormai quasi quotidiana. I mezzi di comunicazione di massa non inventano certo nulla, ma non è trascurabile la circostanza che sia ancor più “notiziabile” un fatto che susciti nel pubblico emozioni forti, come paura, pietà, indignazione, rabbia, ma anche curiosità morbosa. E poi? Tutto tace, entra in un imbarazzante silenzio, fino al nuovo episodio violento e delittuoso, magari non molto distante da casa nostra. Se le notizie si concentrano – di solito – sui delitti più lampanti, la violenza quotidiana fatta di parole, sguardi, atti mancati, persecuzioni in casa e fuori, passano spesso in secondo piano. Eppure sono parte integrante di quel retroterra culturale che ancora oggi persiste nella nostra società e che condiziona in maniera distorta le relazioni di genere. Quindi la realtà quotidiana si presenta più complessa, perché comprende episodi di discriminazione nel lavoro, di violenza anche psicologica in ambito familiare, episodi che fomentano uno stato di disistima e solitudine che porta le donne a non ribellarsi, a non reagire, a non denunciare i maltrattamenti e i ricatti. Per cercare di prevenire e comunque contrastare più efficacemente questi fenomeni, su mandato della conferenza dei sindaci, anche il Veneto Orientale si sta dotando di un nuovo protocollo d’intesa che metta insieme gli esistenti centri antiviolenza istituiti dai comuni di Portogruaro e San Donà di Piave ed il centro d’ascolto gestito dalla cooperativa L’Arco. Una strada lunga ed accidentata, non ancora del tutto percorsa ( dalle stesse donne che troppo spesso non parlano e non agiscono ) se ciò che hanno ottenuto sulla carta, cioè un’emancipazione da ingiustizie e pregiudizi, rimane inevaso con altissimi prezzi ancora da pagare e sopportare. Anche noi uomini stiamo troppo in silenzio e dovremmo fare di più e cambiare punto di vista, non lasciando alle donne, alle sole donne il compito di denunciare all’opinione pubblica quegli “energumeni” che pestano e straziano le donne. Nessun giustificazionismo, da qualsiasi parte la si guardi. Tuttavia, se si vuole – come mi pare giusto – andare oltre il singolo episodio, bisognerà tornare a ragionare sulla realtà degli strumenti di ascolto, prevenzione ed intervento nei contesti a rischio, nei quali soprattutto le donne ed anche i minori, i bambini in particolare, possono trovarsi in balìa di soggetti violenti e prepotenti. Non è ammissibile che i più deboli vengano non solo lasciati soli, ma che rimangano inascoltati: questo è lo scandalo maggiore. Diventa perfino una colpa se poi queste voci non possono non gridare il proprio dolore e la propria paura. Non dobbiamo mai dimenticare che qualsiasi violenza è una violazione dei diritti umani. Ecco perché allora diventa necessario allargare il raggio d’azione, perché – purtroppo – in tanti altri campi la donna è ancora schiava! Fino a quando, per fare un esempio, la nostra società del consumo, del benessere e del piacere tollererà la tratta degli esseri umani e lo sfruttamento della prostituzione? Fino a quando questi corpi di giovani donne, sempre più dalla pelle nera, saranno commerciati, offerti a chi cerca giovani donne da usare, consumare e ributtare sulla strada, nuovamente in vendita? E che pensare poi dell’aborto selettivo – sempre più diffuso – con genitori che “ scartano “ le femmine per avere solo figli maschi. Una linea di tendenza che non riguarda solo Paesi demograficamente rilevanti come Cina e India, ma anche Paesi a noi vicini, al di là dell’Adriatico, come l’Albania, la Serbia, Il Kosovo, il Montenegro e la Macedonia. Come non dare ragione a papa Francesco quando dice che la cultura dello scarto colpisce sempre i più deboli!

Gigi Villotta

25 Novembre 2017

Punto nascite si dimettono altri due ginecologi

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ecco quanto dice Vittoria Pizzolitto, consigliera comunale del gruppo Centro Sinistra “Più Avanti Insieme”,  in un comunicato stampa sul tema Punto Nascite di Portogruaro, dopo l’annuncio che altri due ginecologici lasceranno il reparto:

“E’ inutile tergiversare e tirare in ballo il calo delle nascite a livello nazionale, che pure è un dato! Bisogna fare presto per “non buttare via il bambino con l’acqua sporca” e vedere disattese molte speranze e molte promesse: il Governatore Luca Zaia, così come ha inaugurato la riapertura del Punto Nascite nel maggio scorso, dovrebbe ora chiedere ragione di quello che sta succedendo a Portogruaro, del clima di sfiducia che aleggia nel reparto e del perché i medici ginecologici continuano a lasciare l’ospedale del Lemene.
Per invertire la rotta, acquisire credibilità e diventare attrattivi anche nei confronti dei vicini Punti Nascita friulani, bisogna riportare il reparto di Portogruaro a come era prima del declassamento in termini di funzionalità operatività e sicurezza. Non è questione di bollini o stelline! Bisogna riportare il reparto in classe TRE dove, come indicato dalla stessa Regione Veneto con propria Deliberazione n.2238 del 23 dicembre 2016, vengono accolte donne in età gestionale uguale o superiore alle 34 settimane, programmati interventi come i parti cesarei e garantito alle mamme il parto con l’epidurale, a condizione che vi sia il Primario ed un organico adeguato (si è sempre scritto di 7 medici + il primario).
Occorre subito bandire il concorso per il Primario di Ostetricia e Ginecologia e di Pediatria di Portogruaro! Solo così si invertiranno i numeri dei parti, solo così i medici, le ostetriche, gli operatori sanitari avranno certezza che esiste un progetto di potenziamento e rilancio del Punto Nascite, solo così si recupererà la fiducia da parte delle mamme nel reparto maternità ed infanzia di Portogruaro.”
Pizzolitto Vittoria

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