Fondazione S.Cecilia: “dopo tre anni di incertezza e discussione la Giunta Senatore ci ha dato ragione”

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Fondazione Santa Cecilia:  “finalmente dopo tre anni di Incertezza e discussione la Giunta Senatore ci ha dato ragione é possibile per il Comune socio fondatore erogare contributi a fronte di una attività  di grande rilevanza sociale.” dice Marco Terenzi.

Marco Terenzi
Marco Terenzi

Ecco il comunicato completo:

“Nella serata di mercoledì 27 novembre us, nel corso del Consiglio Comunale, è stata approvata la nuova convenzione fra Città Metropolitana, Comune di Portogruaro e Fondazione Musicale Santa Cecilia, per il triennio 2020-22.
Abbiamo registrato finalmente una inversione di tendenza della politica tenuta, nel precedente triennio , dall’Amministrazione Senatore nei confronti della Fondazione.
Prima l’approvazione della Convenzione nella seduta del 31/10/2016 del Consiglio Comunale da parte del Comune e della Città Metropolitana, soci fondatori della Fondazione, che aveva progressivamente ridotto il campo di attività ed il contributo dei soci fondatori, passando dai 250 mila euro per il biennio scolastico 2016_2017 ai 100 mila per il biennio 2018_2019, prefigurando il disimpegno finanziario del Comune e della Città Metropolitana stessi.
Quindi le dimissioni dell’allora Presidente dr. Giovanni Mulato, intervenute nel mese di aprile del 2017 e successivamente di altri due membri del CDA.
Infine al termine del Festival Internazionale di musica 2018 le dimissioni del Maestro Bronzi, stimato ed apprezzato Direttore Artistico del Festival stesso, alla sua 36° Edizione che aveva parlato esplicitamente di una Fondazione ormai senza vita per volontà addirittura dei Soci fondatori.
Ora sembra che possa avere finalmente termine questo triennio di incertezza che ha pesato negativamente sulle attività delle Fondazioni con una nuova convenzione che prevede il riconoscimento delle prestigiose attività svolte dalla Fondazione in favore della comunità Portogruarese, del suo mandamento e della Città Metropolitana ed il riallineamento dei contributi fino ad un massimo di 150 mila euro annui da parte del Comune e 100 mila euro da parte della Città Metropolitana.
Come volevasi dimostrare non esiste nessuna norma che vieti agli Enti Locali l’istituzione (nè tantomeno il mantenimento) di una Fondazione né esiste il divieto per gli Enti Locali stessi di erogare contributi ad una Fondazione culturale anche a supporto dell’ordinaria gestione purchè le spese siano finalizzate allo svolgimento di una particolare attività direttamente riconducibile agli interessi della comunità locale e purchè l’erogazione venga disposta e regolamentata in via preventiva prima dello svolgimento dell’attività attraverso una convenzione.
Così come sempre stato nei rapporti fra Fondazione, Comune Provincia di Venezia ed ora Città Metropolitana. Incomprensibile dunque il comportamento dell’Amministrazione nel corso del passato triennio che con la progressiva riduzione dei contributi ha oggettivamente indebolito finanziariamente la Fondazione S.Cecilia, così come desumibile anche dai bilanci della Fondazione stessa.
Nel corso del Consiglio Comunale il Gruppo Consiliare ha anche lamentato la breve durata della convenzione fissata solo in un triennio ed ha chiesto, attraverso adeguato emendamento messo ai voti, l’eliminazione, in corrispondenza dell’importo finanziario di 150 mila euro per il Comune e 100 mila per la Città Metropolitana, dell’inciso “fino ad un massimo di” che genera variabilità ed incertezza nell’importo complessivo del contributo da erogare annualmente alla Fondazione. L’emendamento è stato bocciato .
Per questi motivi, nonostante la constatazione dell’auspicato cambio di rotta dell’Amministrazione verso la Fondazione S.Cecilia rispetto al triennio precedente, il Gruppo di Centrosinistra si è astenuto sull’approvazione di questa Convenzione.
Il Capogruppo del Gruppo Consiliare
“Centro Sinistra Più Avanti Insieme”
Marco TERENZI”

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A proposito di “OSPEDALE VECCHIO”

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A proposito di “OSPEDALE VECCHIO”

Ecco il comunicato di Marco Terenzi:

“Nella serata di mercoledì 23 ottobre us su richiesta del Gruppo Consiliare CSX_PAI si è tenuta la seduta della 5° Commissione Consiliare recante per oggetto la variante al PUA n.8 (Piano Urbanistico Attuativo) S.Giovanni – Ospedale Vecchio. All’Amministrazione ed ai Progettisti il Gruppo Consiliare CSX_PAI ha avuto modo di esporre le osservazioni previste a norma di legge e protocollate entro il 21/10 us. che richiederanno all’Amministrazione una risposta puntuale.

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Come noto la variante è stata richiesta dalla Società privata, proprietaria degli immobili e dell’area, acquisiti all’AUSL4 VO e si iscrive nel contesto dell’Accordo di Programma stipulato nel 1996 fra Comune ed AUSL 10 Veneto Orientale, ed integrato da n. 2 Allegati, tutti atti approvati dal Consiglio Comunale nel corso degli anni che prevedeva la realizzazione di una RSA – Residenza Sanitaria -assistita da 120 ppll. e di un modulo di Ospedale di Comunità dotato di 20 ppll.
A livello generale una prima osservazione positiva è che il progetto complessivo riqualifica in modo importante l’ambito dell’ex Ospedale Vecchio restituendo un nuovo valore architettonico, funzionale ed urbano all’area attraverso la realizzazione di servizi alla persona orientati alla condizione dell’anziano autosufficiente e non, integrati nel Centro storico.
Tuttavia vi sono alcuni elementi ed alcune criticità che devono essere discussi ed affrontati;
• la proposta di variante si discosta da quanto precedentemente previsto. Infatti il nuovo progetto prevede la realizzazione di un Centro – Servizi per Persone Anziane non autosufficienti (60 ppll.) e di un complesso di appartamenti “protetti” (40 ppll.). Dunque due strutture sempre nell’ambito della residenzialità per anziani ma, certamente, a minor intensità sanitaria; non si parla più di RSA né di ospedale di comunità;
• appare non funzionale e dunque riduttiva la mera monetizzazione dei parcheggi e dunque la rinuncia del Comune ad avere garantiti da parte del privato tutti i posti auto dovuti in rapporto con l’intervento in questione e che gli stessi vengano ricavati a discapito dello spazio scoperto rimanente, già limitato. La stessa AUSL 10 Veneto Orientale nel 2015 li aveva proposti nell’interrato dei nuovi edifici; tanto più se si considera il notevole incremento di carico urbanistico che comporterà l’intervento in oggetto, anche in relazione alla scelta illogica ed irragionevole dell’Amministrazione di non aver realizzato il capiente parcheggio interrato previsto nel comparto PIO X, anche a parziale servizio dell’area di S.Giovanni, in previsione dell’esistenza di un PUA Ospedale Vecchio, comparti evidentemente collegati dalla pianificazione urbanistica;
• risulta riduttiva dell’interesse pubblico e per ciò stesso inaccettabile la rinuncia alla realizzazione del percorso pedonale lungo la fossa storica “Spalti”; opera significativa in vista dell’interesse pubblico anche in funzione della valorizzazione e fruizione degli affacci acquei auspicate dagli urbanisti che si sono misurati nel tempo con il tema del centro storico;
• risulta in contrasto con la necessità di preservare il delicato ed elegante equilibrio delle forme e delle proporzioni edilizie del centro storico e di Borgo San Giovanni, la scelta di elevare di un piano il corpo di fabbrica più vicino alla Chiesa che risulterà a tre piani e dunque incombente sulla stessa; scelta sulla quale sarebbe almeno opportuno raccogliere il parere della Soprintendenza;
• al di là di un ulteriore incremento volumetrico (+ 3.300 mc) intervenuto, il progetto ai fini dei benefici pubblici appare peggiorativo rispetto al precedente in quanto non sono più previsti la costruzione dei posti auto interrati e la realizzazione del percorso pedonale lungo la fossa storica “Spalti”.
La variante introduce dunque nuovi elementi rispetto ai presupposti ed ai contenuti delle intese tra Comune ed AUSL 10 Veneto Orientale in precedenza approvate dal Consiglio Comunale. Per questo riteniamo istituzionalmente e normativamente dovuto il passaggio in Consiglio Comunale dei succitati atti collegati a la variante di cui all’oggetto, ai fini della loro approvazione.

Il Capogruppo Consigliare
“Centrosinistra Più Avanti Insieme”
Marco TERENZI “

LA VIOLENZA SULLE DONNE

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Un’ emergenza, una svolta culturale

Anche dalle nostre parti, alla fine di novembre, numerose sono le iniziative per dar senso e significato alla Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Un fenomeno assai complesso e diffuso. Bastano pochi numeri per far capire la portata di un macigno umano e sociale, che, anche nel nostro Paese, sta andando ben oltre le minacce e le intimidazioni. Ben 88 al giorno, una ogni quarto d’ora, sono le donne vittime di violenza, secondo i dati della Polizia di Stato. L’ 80,2% delle vittime è italiano, come il 74% dei carnefici. Nell ’82% dei casi la violenza è familiare. Stabile negli ultimi dieci anni il numero dei femminicidi ( nel 2018 le donne uccise sono state 142 ) che rappresentano il 34% di tutti gli omicidi. In sei casi su dieci l’assassino è il partner o l’ex. Gelosia e possesso restano il movente principale (32,8%), mentre sono in aumento le denunce per violenza sessuale (+ 5,4%), stalking (+ 4,4%) e maltrattamenti in famiglia (+11,7%). Questi sono i dati statistici con cui confrontarsi, soprattutto inserendoli e monitorandoli bene all’interno delle azioni concrete che – oggi e da più parti – si stanno attuando per porvi rimedio e così venire efficacemente incontro alle donne in pericolo.

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Nel nostro Veneto ci sono state, lo scorso anno, ben 8400 richieste di soccorso, raccolte dalle 44 strutture dedicate, tra cui 22 Centri antiviolenza e 22 case rifugio. A queste strutture fanno riferimento i servizi sociali e i consultori familiari anche dei nostri comuni, le forze dell’ordine, i centri di ascolto e antiviolenza, presenti in diverse parti del territorio, con numeri di telefono e sedi sempre funzionanti e disponibili. L’aumento delle segnalazioni sono un indizio da seguire con attenzione perché, da un lato, sono la spia di un dramma sociale dagli esiti spesso tragici, dall’altro, conferma la valenza di una rete di servizi pubblici e privati sempre più diffusa sul territorio e capace di dare risposte a quante sono sotto minaccia. Grazie anche all’opera di sensibilizzazione da parte di queste strutture, fortunatamente sempre più donne trovano il coraggio di uscire allo scoperto, perchè, da sole, le vittime non possono farcela a sottrarsi al loro aguzzino. Diventa ancor più complicato e difficile il percorso soprattutto quando c’è di mezzo la gestione dei figli. I centri infatti seguono la donna – per anni – non solo dal punto di vista psicologico e familiare, ma anche legale, per non parlare di quando si palesa la necessità di accoglierla, spesso con i bimbi, nelle case protette. Purtroppo questa preziosa rete di aiuto sconta ancora troppe diseguaglianze territoriali, con regioni – soprattutto al sud – ancora del tutto prive di strutture idonee. C’è molto da fare ancora anche da noi, nell’ avanzato ed opulento Nord Est, con un’offerta ancora insufficiente. La legge di ratifica della Convenzione di Istanbul del 2013 individua come obiettivo quello di avere un CAV ( Centro antiviolenza ) ogni 10mila abitanti. Un obiettivo lontanissimo se si pensa che al 31 dicembre 2017, nel nostro Paese, erano invece attivi 281 Centri, pari a 0,05 strutture per 10 mila abitanti. Un abisso drammatico. Pensare invece che, dove ci sono, funzionano bene tanto da venir considerati dei veri fiori all’occhiello del nostro sistema di welfare, con un valore aggiunto impagabile, rappresentato dalla informazione e dalla formazione all’esterno rivolta ad operatori sociali, sanitari, avvocati e forze dell’ordine. Senza contare che, per gestire le situazioni di emergenza, l’86% dei Cav è collegato con una casa rifugio, dove le donne possono, concretamente e da subito, trovare protezione per se stesse e per i loro bimbi. Un’attività variegata e complessa, come ben si può capire, che costa ed è dunque lecito anche chiedersi come si fa fronte, tra pubblico e privato, a queste forti e pesanti necessità. Va detto subito che più della metà di quanti lavorano in un Centro antiviolenza lo fa senza essere retribuito.

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Risulta infatti che il 56% di tutto il personale specializzato ( stimato a livello nazionale in 4.400 unità ) risulti volontario, con una maggiore quota rappresentata da operatrici ed avvocatesse, ma molte sono anche altre donne che aiutano le donne in difficoltà, professioniste come infermiere, psicologhe, mediatrici culturali ed educatrici che volontariamente prestano la propria opera e sono in trincea. Possiamo considerarlo un vero e proprio esercito del bene, purtroppo quasi sempre dimenticato dalle istituzioni. Infatti è utile precisare subito che l’ente promotore di queste strutture, vale a dire la persona giuridica pubblica o privata che ha la titolarità del servizio in quanto lo finanzia, è prevalentemente un soggetto privato. Questo accade in quasi tutte le Regioni, rappresentando ben il 61,3% dei casi. Sembra incredibile, ma purtroppo vero, che nel 2017 i fondi pubblici per i CAV siano stati 12 milioni di euro, che se divisi per il numero di donne accolte ( secondo dati Istat ) danno un risultato imbarazzante pari a 76 centesimi, quindi meno di 1 euro.

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Un quadro preoccupante che non fa che confermare la preoccupazione di tanti, a cominciare dal presidente Mattarella che nel suo messaggio – in occasione della Giornata del 25 novembre – ha ribadito come la violenza sulle donne non deve smettere di essere una emergenza pubblica e la coscienza della gravità del fenomeno deve continuare a crescere, ma molto resta da fare. Restano una serie di domande: da cosa nasce tanta violenza, tanta inumanità, tanto odio verso le donne? Come è possibile che dopo tanto cammino morale, politico, psicologico e spirituale che abbiamo fatto si debba ancora ripresentare questo fenomeno che, troppo spesso, riguarda il sangue della propria carne? Non so rispondere, lasciando agli specialisti di settore l’affrontare la delicata e complessa problematica. Certo, umanamente parlando, non possiamo disinteressarci di certe arroganti pretese, di certi smarrimenti, di quelle malvagità, di quei vuoti, disperazioni e solitudini che, magari, ci toccano da vicino perché toccano, sotto tante forme, circostanze e distanze, proprio la carne di qualcuno a noi vicino.

Gigi Villotta

26 Novembre 2019

TRISTEZZA E PREOCCUPAZIONE

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Contrastare “ l’odio concreto “
La notizia che Liliana Segre, scampata alla Shoah, sia costretta a girare con la scorta per difendersi da tante minacce incitanti all’odio razziale, non può non provocare un senso di scoramento ed anche di disgusto. Non solo messaggi via Facebook da parte di vigliacchi che si nascondono dietro falsi profili, ma anche manifesti pubblici in bella vista. Contro chi? Una donna che, non solo è testimone degli orrori del passato, ma che sa spiegare i motivi che hanno portato alla tragedia dell’Olocausto e i pericoli che la società moderna corre ignorando il passato, o dimenticandolo o giustificandolo o anche solo ridimensionandolo. Se è necessario dare alla Segre una scorta, vuol dire allora che molti interrogativi non sono astratti, ma molto concreti!

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I segnali sono tanti e vengono da più parti, comprese le nostre terre. “ La Segre dovrebbe vergognarsi, forse qualche ebreo dovrebbe ricordarle che non tutti hanno avuto la fortuna di salvarsi e strumentalizzare fa schifo”: così si è espressa l’ex coordinatrice di Forza Italia a Portogruaro. “ Tornatevene a casetta “ con accanto l’immagine di un camino: questo il commento su Facebook partito da Mogliano Veneto. E si potrebbe continuare, includendo anche i treni della memoria, definiti “ faziosi “ perché trasportano centinaia di studenti – ogni anno – solo nei luoghi dove si consumò l’Olocausto. Non mancano, per fortuna, anche quanti – apertamente – hanno fatto sentire la propria voce, ritenendo necessario fare qualcosa riguardo questo pesante clima d’odio e di intolleranza. Infatti una sessantina di cittadini portogruaresi, impegnati nella vita sociale e civile, hanno sottoscritto una lettera indirizzata al presidente del consiglio comunale e al sindaco chiedendo che venga approvato un documento di solidarietà e stima nei confronti della senatrice Liliana Segre, da condividere con tutte le rappresentanze sociali, culturali ed istituzionali del territorio, perché va accolto l’invito della comunità ebraica di “ rispondere al razzismo. Portogruaro ha una significativa storia di convivenza ed ospitalità con gli ebrei che vi abitarono fin dal 1500, con diversi episodi di riparo e protezione durante le persecuzioni nazi-fasciste. Basti citare la signora Elsa Poianella Bellio, dichiarata nel 1998 da Israele “ Giusta tra le Nazioni “ per aver ospitato nella sua casa di borgo S.Giovanni una famiglia ebrea, i Falk. La lettera non fa riferimento alla mancata adesione di alcune parti del Parlamento alla “ Commissione Segre “, ma unicamente al rispetto che tutti devono a questa straordinaria donna. Una protagonista, una voce autentica che punzecchia la nostra coscienza collettiva, così sulla scena italiana che europea dove dilaga l’odio ed il linguaggio che ne sgorga. Non si può non essere d’accordo con il presidente Mattarella quando afferma che per contrastare proprio questo “ odio concreto “ servono prioritariamente solidarietà e senso di responsabilità. Quello che è difficile capire, e sono in molti a chiederselo, come su certi valori sia possibile spaccarsi, perché, rifacendosi proprio ai principi costituzionali, o l’Italia è democratica o non lo è, o è antifascista o non lo è. Eppure c’è stato un tempo in cui certi valori erano condivisi. Tempi anche di grandi contrapposizioni ideologiche, dove però finivano per emergere alcuni principi basilari sul cui consenso di fondo, perchè incardinati nella Carta costituzionale, non ci si divideva. Tra questi il rifiuto del fascismo con i suoi corollari di razzismo, antisemitismo e nazionalismo aggressivo. Ricordo le aspre contrapposizioni nei comizi o nelle stesse aule parlamentari, ma rimanevano sempre dei paletti invalicabili, delle parole impronunciabili, dei gesti non ammissibiliOggi sembra tutto sdoganato ed anche i linguaggi sono diventati sempre più inappropriati, per non dire inopportuni, perché troppo spesso pesanti e volgari. Ad essere chiamata in causa, in primis, la politica che, anziché guidare i processi sociali, non solo li rincorre ma li amplifica, in un gioco perverso di tutti contro tutti, alla ricerca ossessiva di un consenso peraltro effimero. Molte volte, poi, con la forzata invocazione della difesa della libertà di espressione e con la malcelata evocazione di pericolose derive, si finisce per rompere quel basilare consenso costituzionale attorno ad alcuni valori fondanti della nostra convivenza sociale e politica. Manca, poi, nel nostro Paese – solo per fare un esempio e per rimanere in tema – una seria strategia di raccolta di informazioni e dati sul razzismo, di approfondimento delle sue cause e manifestazioni di elaborazione di strategie di prevenzione e contrasto. Tutto questo richiede investimenti, legittimazione pubblica e, ancora una volta, una precisa volontà politica. Servono quindi, al più presto, azioni incisive ed articolate che vanno dallo studio dei fenomeni a tutta una serie di azioni positive che devono comprendere anche ben calibrate sanzioni civili e penali verso chi scambia la libertà di espressione con il diritto di propagandare intolleranza e discriminazione. Forse così la violenza del linguaggio e dei gesti finirà di avvelenare la convivenza civile e provocare l’eclissi della ragione.
Gigi Villotta
11 Novembre 2019

I CONFINI DEI VALORI

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Puntare alla convivenza umana e sociale
Ancora una strage di migranti, l’ennesima, con il ritrovamento ai primi di ottobre, a poche miglia da Lampedusa, di decine di corpi annegati, in gran parte donne. Tra loro anche una mamma, abbracciata al figlio di pochi mesi. Immagini emblematiche di persone di questo nostro disgraziato presente che, non avendo più nulla in vita, resta solo un corpo da tramandare. Come non provare una grande commozione nel vedere i loro vestiti dondolare come alghe. Tanti visi e storie cancellate per sempre, restando invisibili nel nostro mondo di superficie, come quando erano in vita.

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Sono già più di mille, in questo 2019, le persone morte solo nel tentativo di attraversare il Mediterraneo. Abbiamo dimenticato ed archiviato in fretta le immagini di quel padre e bimbo di due anni, avvinghiati sotto la stessa maglietta, ripresi faccia in giù ed immersi nelle acque di un canneto del Rio Grande, ai confini tra il Messico e gli Stati Uniti.

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Come del corpo di un altro bambino diventato simbolo della crisi dei rifugiati siriani, fotografato senza vita in un tratto di mare antistante la Turchia. Un’altra tragedia destinata ad essere presto dimenticata ed archiviata. Siamo davvero degli illusi se pensiamo di chiudere gli occhi per fermare il mare, serrando i porti o issando divieti ai continenti, mentre – tutt’intorno – i mondi di superficie moltiplicano guerre, paure, fame, deserti, malattie e diseguaglianze. Scafi marci su cui salire che stanno accatastati a centinaia come muti testimoni di tragedie inenarrabili, come le tante scarpe spaiate, i quaderni dei bambini, le sacche e gli zaini che arrivano galleggiando sulle nostre spiagge. Tutti elementi che connotano tracce di corpi senza più identità, protagonisti di una identica storia che continuiamo a raccontarci e che facciamo finta di ascoltare. Possiamo ancora permetterci di dire: Se non partono, non affogano? Quale donna, quale mamma sarebbe così pazza da imbarcarsi su un guscio di noce con la propria creatura se quello da cui cerca di scappare non fosse peggiore del rischio di morire affogati? Non ci sono allora più colori in fondo al mare, perché non siamo più in grado di percepirli e così, magari nel nostro rimorso in bianco e nero, finire per rinfacciarci quel poco di umanità che ancora ci resta. Se guardiamo un mappamondo, il mar Mediterraneo quasi scompare nell’immensità delle acque che ricoprono il nostro pianeta. Sembra poco più di un laghetto, quasi chiuso e collegato col resto degli oceani solo da uno strettissimo passaggio. Eppure in questo bacino è cominciato tutto, da queste coste hanno preso le mosse culture che hanno plasmato la terra. In questo mare si sono incrociate le grandi civiltà che, pur combattendosi, si sono anche contaminate, determinando lo sviluppo di tutte le arti. La storia ce lo insegna, ma purtroppo viviamo in un tempo in cui l’ignoranza è assai diffusa e così tutto sembra venir dimenticato. Il Mediterraneo ha perso la sua naturale vocazione unitiva per diventare un muro, una frontiera, una trincea. Manca una concreta volontà di dialogo e di apertura, anche a livello europeo, lasciando terreno fertile alla cultura dell’odio continuamente alimentato, agitando lo spettro della paura. Un problema complesso che tocca molteplici aspetti che dipendono sì principalmente dalla politica e dall’economia, ma che devono necessariamente puntare al superamento dei confini e degli egoismi di parte attraverso la salvaguardia e la promozione di quei valori che stanno alla base della convivenza umana e sociale. E’ proprio il caso di cominciare a pensare che i veri confini a rischio non sono quelli tracciati sulla carta geografica, ma quelli legati ai valori che connotano la vita umana nei suoi diversi aspetti ! Alcune riflessioni, allora, si impongono. La nuova enfasi di blindare i confini non ha basi obiettive. E’ solo simbolica ed emotiva, oltre che selettiva, perché trasforma piccoli numeri di persone in stato di necessità, in funeste minacce per la sicurezza nazionale e l’ordine sociale.

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L’insistenza sulla cosiddetta industria delle migrazioni, ossia sui vari attori legali ed illegali che lucrano su chi, soprattutto dal Sud del mondo, chiede di attraversare delle frontiere in teoria inaccessibili, tende al far dimenticare i robusti interessi che si muovono alle spalle del fronte opposto, non ultimi le tecnologie e gli armamenti militari. Ciò che, però, deve più preoccupare è il fatto che si stia profilando una battaglia culturale decisiva per l’identità, i valori guida, il futuro stesso della nostra civiltà. Ormai le persone in cerca di scampo vengono sempre più identificate come indesiderati, pericolosi invasori, visti come nemici. Chi li soccorre poi è malvisto, perseguito in alcuni casi, proprio perchè ritenuti colpevoli di aiutare “ i clandestini “ a varcare i patri confini. Accoglienza, solidarietà, diritti umani stanno sempre più diventando disvalori per una buona parte del pensiero prevalente, non solo politico. Siamo ben distanti dall’appello di papa Bergoglio “ per Dio nessuno è straniero “.

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Una evidenza comunque deve rimanere certa: non si tratta solo di accogliere, ma di definire bene i criteri e i valori su cui intendiamo fondare la nostra convivenza ed il nostro futuro.
Gigi Villotta

24 Ottobre 2019

COMPRARSI IL FUTURO

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Confronto aperto dove si decide

Di recente, sono state davvero tante le occasioni che hanno riportato il tema ambientale al centro dell’attenzione da parte della pubblica opinione, ben oltre i confini nazionali. Diverse le forme impiegate e le iniziative messe in cantiere, anche a livello locale: dal “ Fridays for future “ alla celebrazione della 14^ Giornata per la custodia del Creato.

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L’orizzonte ecologico è molto importante e lo sarà sempre di più. Un tema decisivo ed essenziale, come dimostra la “ Laudato Sì” che continua ad essere non solo citata, ma oggetto di dibattito ed approfondimento in tutto il mondo, compresi i recenti incontri organizzati nella Diocesi di Concordia-Pordenone da parte della Commissione della Pastorale Sociale. Per non parlare del Sinodo sull’Amazzonia, in corso a Roma fino al prossimo 27 ottobre, proprio a testimonianza che soltanto chi abbia letto attentamente il documento di papa Bergoglio possa davvero capire che non si tratta di una enciclica “ verde “, ma di valenza “ sociale “.Insomma non si tratta di una sorta di “ manuale dell’ambientalista cattolico “, ma di una vera presa di coscienza nel rispondere da cristiani al ruolo di custodi della creazione di Dio, un patrimonio di cui possiamo godere, ma non abusare.

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Una prospettiva che coinvolge tutti, personalmente, a partire dalle piccole cose quotidiane che incidono davvero, proprio perché trattasi di azioni concrete. Occasioni ed iniziative che vanno prese sul serio, perché, forse persino al di là della consapevolezza dei suoi attori ( da Greta Thumberg agli studenti di casa nostra), stanno comunicando qualcosa di importante al mondo, portando alla luce una critica di cui, chi sta all’interno dell’ordine normale delle cose, sembra non riuscire a cogliere portata ed urgenza. Come rimanere estranei, “ sordi e ciechi “, di fronte ai diversi allarmi lanciati sui cambiamenti climatici da parte di tante autorevoli fonti scientifiche, in tutto il mondo. Entro il 2050 più di 1 miliardo di persone vivranno in zone soggette ad inondazioni su vasta scala, cicloni ed altri eventi estremi.

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All’inizio del XXI sec. il livello dei mari è aumentato 2,5 volte più velocemente che nel XX sec. e continuerà ad aumentare soprattutto per la riduzione delle calotte di ghiaccio. L’estate 2019 è stata la più calda per gli oceani in 140 anni: + 0,82 gradi sopra la media del XX sec. “ Abbiamo l’acqua alla gola “ questa la scritta riportata da uno striscione che campeggiava sul ponte di Rialto a Venezia, issato l’ultimo venerdì di settembre dagli studenti che, in tanti ( come da tempo non se ne vedevano ), hanno manifestato per il clima. Credo sia stata, in assoluto, la prima azione globale, e davvero mondiale, promossa da ragazze e ragazzi per cambiare il mondo. Forse lo capiremo meglio in futuro, ma intanto non sarebbe davvero male se ci fermassimo tutti a riflettere in profondità sui molti dei suoi significati.

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Già un primo passo potrebbe essere quello di cominciare a considerare l’infanzia e l’adolescenza come veri patrimoni dell’umanità e quindi della Terra, una sorta di bene comune globale, perché in sé contengono la possibilità stessa della continuazione della vita umana. Non possiamo negare che, a loro modo, i ragazzi e le ragazze scesi nelle piazze hanno un loro punto di vista sul mondo, cambiandone ogni giorno le prospettive con le loro azioni. Non sanno solo fare, ma anche pensare, perché non occorre diventare adulti per iniziare a pensare veramente. Forse dovremmo ascoltarli di più per saper apprezzare e capire meglio il loro pensiero sul mondo. E’ lo stesso mondo dei loro genitori, ma lo guardano e lo vivono diversamente, e quindi lo pensano diversamente. Avremmo una società, una economia e una politica migliori se avessimo preso sul serio anche il pensiero dei ragazzi, un dono per la società intera. Bisognerà cominciare a non considerarli più come assenti, apatici, disinteressati alla politica e alle questioni sociali. Purtroppo la realtà quotidiana si presenta in modo diverso e contro l’impegno dei giovani continuano a muoversi e ad agire vecchie strategie. Anche recentemente sono emersi diversi meccanismi che tendono a delegittimare ciò che di buono c’è nel loro pensiero, nelle loro proposte e nelle loro azioni. I comportamenti dei ragazzi sono stati, in buona parte, etichettati in modo da sminuirli. Sono stati colpevolizzati, definiti ipocriti e incoerenti, per sentirsi a posto, per continuare tranquillamente a vivere come se niente fosse. Forse che dietro a questa campagna mediatica denigratoria si celino interessi economici da parte di chi non vuole che lo stato attuale delle cose si modifichi? Si sta forse cercando di manipolare e strumentalizzare l’opinione pubblica nei confronti del movimento dei ragazzi e delle ragazze? D’altronde altri gruppi cercano di tirarlo dalla propria parte, a seconda degli interessi che si perseguono. Sarà anche vero che la protesta mondiale e i comportamenti rispettosi dell’ambiente e della Terra possono presentare tutta una serie di incongruenze da parte dei giovani protagonisti. Però un adulto che desidera educare, un adulto generativo, non deve fermarsi a queste possibili evidenze, non può andare a sminuire i tentativi di apertura, la presa di coscienza e di responsabilità dei giovani. Un vero adulto deve saper guardare oltre, saper partire dal positivo, incoraggiandoli facendosi accanto e sentendosi , persino, orgoglioso e felice che i ragazzi dimostrino più coraggio delle generazioni precedenti. Vanno educati nella fiducia. Credo siano queste le vere chiavi per far crescere persone responsabili. Mi piacerebbe tanto che si cominciasse a chiamarli a dire la loro, al pari degli adulti, nei luoghi dove si prendono decisioni, dal parlamento ai consigli comunali. Un’utopia? Forse sì, ma la speranza di lavorare insieme per una causa comune, come – ad esempio – il bene della Terra, non è solo un segno di alleanza, ma la strada giusta per la costruzione di un mondo migliore per il futuro di tutti.

Gigi Villotta

09 Ottobre 2019

SCUOLA E SAPERI

 

Serve un nuovo alfabeto istituzionale

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Aumentano i giovani laureati, ma anche quanti, ragazze in buona parte, che non studiano e non lavorano. Il tasso di piena scolarizzazione è già raggiunto solo nella scuola dell’infanzia, ma abbiamo la classe docente più anziana in assoluto e dovremo sostituire la metà degli insegnanti entro i prossimi dieci anni. Le donne presentano un livello di istruzione più elevato rispetto agli uomini, ma hanno stipendi inferiori, a parità di titolo. Una fotografia che conferma mali antichi, ma nel contempo indica anche possibili piste di lavoro. Anche l’ inverno demografico che incombe sull’Italia avrà, nel breve, ricadute importanti in diversi settori della nostra vita quotidiana. Intanto da pochi giorni si sono riaperte scuole ed università. Un mondo, quello dell’istruzione, formazione e della ricerca, che, se da una parte richiede grande attenzione, dall’altra non ha ricevuto ancora adeguate risposte da parte dei governi che si sono fin qui succeduti.

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Si ricomincia, tra l’altro, proprio con l’ennesimo cambio per l’inquilino di Viale Trastevere, è arrivato un nuovo ministro, che tenterà di mettere mano – ancora una volta – ad un sistema che fa fatica a riformarsi, anche nella consapevolezza generale che rimane, pur sempre, il luogo privilegiato per la crescita umana, culturale e sociale del Paese. Anche dalle nostre parti ( ricordiamo che Venezia e provincia sommano 120 mila studenti, se si aggiungono anche le scuole paritarie, con il distretto di Portogruaro che ne conta 11.400 ), si è ricominciato con i problemi di sempre, legati principalmente alle cattedre vacanti, ai presidi ancora a scavalco, alla mancanza di insegnanti di sostegno, di personale ausiliario, ma anche senza aver trovato la quadra riguardo incresciosi episodi balzati all’onore della cronaca nei precedenti anni scolastici.

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Maestre che maltrattano bambini, insegnanti minacciati e picchiati da genitori dei loro alunni. Professori che insultano e che vengono pesantemente insultati dai propri studenti. Docenti che chiedono la sospensione dei ragazzi e docenti che vengono sospesi dall’insegnamento. E potremmo continuare. A dire il vero, niente è del tutto nuovo. Certo, oggi, questi fenomeni ci colpiscono di più, se non altro perché vengono subito mediatizzati. Che si tratti di telecamere messe di nascosto dagli investigatori nel caso di indagini, o di studenti che girano video all’interno della classe, tutto finisce immancabilmente nel tritacarne della comunicazione e dei social network.

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Insegnanti, studenti e genitori sempre più impreparati a vivere in una società complessa, plurale che vive in una condizione di mutamento continua ed accelerata. Anche la scuola, intesa come istituzione formativa, finisce dunque per esser sottoposta ad una duplice pressione. La prima riguarda il demandare completamente da parte della famiglia alla scuola il compito educativo primario, incluse le competenze di base che toccano da vicino il saper stare in società e in relazione con gli altri. La seconda rimanda ad una constatazione, sempre più percepita, che la stessa scuola stia sempre più diventando una agenzia educativa tra le altre, perdendo il suo sostanziale monopolio, soprattutto quando si sale di complessità, verso l’insegnamento superiore e universitario. Si pensi al “ professor Google “, grazie al quale tutti possono sentirsi legittimati a ritenersi onniscienti, preparati al pari di chi esercita il ruolo di docente. Ecco perché la scuola ha oggi più che mai bisogno di essere ripensata! Ovviamente con investimenti finanziari ben maggiori di quanto finora riservato dal bilancio nazionale, anche per avvicinarci agli standard europei. Non riguarda solo “ la scuola “ intesa come struttura edilizia con tanto di certificazioni previste dalla normativa vigente, ma di strumenti al passo con i tempi e soprattutto di contenuti che guardino in modo particolare al senso civico, alla centralità dell’etica, e della ragione. Tutti strumenti, da sempre, alla base della evoluzione dell’umanità. Insomma puntare ad un nuovo alfabeto istituzionale. C’è però un alto rischio ed un esempio può venire proprio dalla recente riammissione in Italia dell’Educazione civica, con tanto di voto in pagella. Materia che, per definizione, riflette il costume della “ polis “ e che invita tutti a seguire le regole della concordia e del bene collettivo. Vien legittimo allora chiedersi: Che senso ha insegnare l’educazione civica se i primi diseducatori sono i nostri governanti? Che senso ha invitare i giovani a questa formazione se poi l’educazione è vilipesa, quasi dileggiata proprio da chi ne dovrebbe essere il promotore? Questa riflessione si fa più amara se si fa riferimento alle nuove generazioni, le prime vittime dalla attuale crisi morale. Tutto questo non deve indurci al pessimismo, ma ad un impegno forte per recuperare il senso della “ civitas “ , perché non possiamo davvero rinunciare al diritto di avere istituzioni serie, oneste e vicine ai cittadini. Tutti ci teniamo alla “ casa comune “ ed allora, concretamente, non possiamo non salutare con grande gioia e soddisfazione i “ Fridays For Future”, la mobilitazione di un movimento informale, cresciuto con il passaparola in rete. La provocazione dello sciopero scolastico, che in questi giorni sta alimentando la cronaca tra regolamenti e giustificazioni, fa quasi star male se rapportata alla richiesta di più sapere, di intelligenza, di conoscenza, di scuola ed innovazione per affrontare le sfide globali. Ecco perché, anzitutto, i giovani devono esser motivati sul perché studiare. La politica ne deve prendere atto ed agire di conseguenza, ne va del futuro delle nostre comunità, del nostro Paese e dell’Europa intera.
Gigi Villotta
24 09 2019

VERDE – GIALLO – ROSSO

 

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Dal “ vaffa “ al “ nuovo umanesimo “

Il titolo non tragga in inganno, non è il gioco delle tre carte o i classici colori di un semaforo, ma la simbologia cromatica che – nella dialettica politica degli ultimi tempi – fa riferimento a dei mondi e a delle posizioni partitico-programmatiche ben precise. La cronaca è nota e quanto successo nell’arco degli ultimi giorni ferragostani può lasciare lo spazio a tutta una serie di considerazioni, osservazioni, dubbi che ben si prestano in queste particolari occasioni.

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La politica – si sa – è anche l’arte del possibile, ma quanti – alla vigilia della crisi – avrebbero scommesso su una rapida soluzione della stessa e soprattutto con questa ipotesi di governo che, per quanto azzardata, non aveva certo i prodromi ( se non altro sul piano delle precedenti reciproche “offese “ , spesso attraverso linguaggi piuttosto pesanti) di essere presa in considerazione. Ha vinto lo stato di necessità? Non lo so! Sarebbe comodo sospendere il giudizio sul nuovo governo in attesa di vedere cosa succederà, ma questa nuova alleanza, anche se “ tatticamente “ può trovare mille giustificazioni e motivazioni, come cittadino poco mi convince e come elettore non mi sento molto rappresentato. Non vuole essere solo un distinguo o una negazione della necessità del “ comunque “ fare, ma contribuire a capire, o meglio definire, come non basti un contratto (prima) o un accordo (adesso), per mettere insieme saldamente ideali, storie, contenuti e progetti che toccano così da vicino l’uomo e l’intera società, i mondi che li connotano nelle loro diverse specificità. Siamo davvero sicuri che solo governando un Paese, lo si cambi? Non siamo più – in oratorio o in qualche spazio verde di periferia – quando un tempo, da ragazzi, ci si scambiava la squadra per rincorrere un pallone. L’esperimento giallorosso, rispetto alla possibile “svolta “ dell’uomo forte o solo al comando, può e saprà davvero anche convertire il “ vaffa “ al “ nuovo umanesimo “, come enunciato dal riconfermato capo del governo? Me lo auguro, ma faccio tanta fatica ad intravedere, almeno a breve, dei concreti percorsi pronti ad essere intrapresi per incarnare politiche autenticamente “ popolari “, parole quanto mai abusate, deformate e travolte da una ondata di “ populismo “ che ha pesantemente caratterizzato i trascorsi mesi di governo giallo verde. Senza voler dimenticare o sminuire le grandi questioni legate all’economia, all’ambiente, al fenomeno migratorio che oggi il nostro Paese deve affrontare , anche a livello internazionale, non nascondo di essere preoccupato soprattutto su temi importanti come lavoro, giovani, educazione e famiglia.

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Per un semplice motivo. La politica risponde sempre in ritardo alle domande di protezione sociale che stanno diventando laceranti. La povertà, ad esempio, non è soltanto mancanza di reddito da lavoro: è isolamento, fragilità, paura del futuro, tocca dunque molteplici aspetti della nostra vita sociale.

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Uscire da un esperimento fallito per cogliere un’opportunità seria e difficile al fine di impostare una politica di medio lungo periodo che finalmente rimedi ai trend negativi di questo Paese, in un mondo che cambia repentinamente, può essere davvero una sfida esaltante, ma i presupposti da cui si parte lasciano ancora aperti troppi interrogativi, non ultime le sempre possibili lacerazioni e contrapposizioni interne ai partiti di governo. C’ è un’altra doverosa premessa da fare, che difficilmente, non so quanto riuscirà ad essere soddisfatta. Speriamo davvero finiscano, si mettano da parte le attuali modalità con cui la comunicazione – a tutti i livelli – viene usata per accendere gli animi, screditare e far prevalere le paure. Un clima d’odio e di preclusione che – se perpetuato – non può che strozzare il bisogno assoluto di dialogo e di confronto per trovare – a cascata – le soluzioni migliori per il bene del Paese e delle nostre comunità. Purtroppo riusciamo ancora a dividerci su tutto, a contrapporre le piazze, persino su temi fondamentali come quello della famiglia sul quale stiamo pagando un ritardo tanto incredibile, quanto ingiusto. Accolgo con soddisfazione che nella formazione del nuovo governo ci sia un dicastero proprio ad hoc, con un ministro donna, ma non vorrei rimanesse solo un segnale di buona volontà, come già avvenuto più volte in passato. Le istituzioni pubbliche, tutte, non possono più fare finta che la famiglia sia solo un fatto privato, perché invece rappresenta davvero – in ogni tempo – il termometro più sensibile dei cambiamenti sociali. Se non vogliamo rassegnarci al declino demografico e diventare inevitabilmente un Paese di vecchi, dobbiamo ripartire proprio da una attenzione reale alla natalità, prendendosi cura delle mamme lavoratrici, imparando a riconoscere la loro funzione sociale, soprattutto confrontandoci con quanto già sperimentato positivamente in altre realtà europee per assumere in maniera convinta le opportune misure economiche e fiscali. Sono più che mai urgenti e necessarie un insieme di azioni che abbiano la loro cornice di rifermento in politiche familiari e di welfare davvero innovative, se – sul serio – si vuol puntare a ribaltare gli attuali limiti che impediscono di riadattare il nostro sistema sociale a esigenze differenti e complessità crescenti. Sono consapevole che nessuno ha la bacchetta magica, ma proprio sui fatti, sui risultati potremo misurare il grado di incisività di una seria azione di governo, sempre che non finisca per prevalere – ancora una volta – una eccessiva ideologizzazione su determinati temi e problemi, ma puntando sempre ai capisaldi della libertà e della responsabilità, così ben richiamati dalla nostra Costituzione. Il tutto, guardando con convinzione ad una rinnovata Europa, la nostra (indispensabile) casa comune dove – da protagonisti attivi – continuare a difendere, rivendicare e promuovere i principi fondamentali della centralità dell’uomo.

Gigi Villotta
08 Settembre 2019

LA PROVA DELLA MALATTIA

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Attenzione alla parola “ dono “

Visto ormai che gli sbarchi clandestini non fanno più cronaca, l’ultimo nostro periodo ferragostano ha trovato nella repentina crisi del governo giallo verde la principale fonte di comunicazione. Non certo per ordine di importanza, ma almeno per lo spessore etico sociale assai stimolante che ha comportato, c’è stata, però, un’altra notizia che è finita su tutte le prime pagine dei giornali. E’ morta a 40 anni, Nadia Toffa. Conduttrice televisiva, molto conosciuta con il programma d’inchiesta “Le Iene”. La sua vicenda è nota essendo sempre stata seguita da vicino sui social e sui media, dopo il suo annuncio in diretta di avere un cancro. In Italia muoiono circa 500 persone al giorno per tumori. Lo scorso anno sono stati 369mila i casi diagnosticati, con il Friuli prima regione per incidenza e con il Veneto con ben 31.750 nuovi ammalati, in leggera prevalenza uomini. Nella nostra regione si parla di 87 nuove diagnosi di cancro ogni giorno. Credo non esista persona o famiglia che, direttamente o indirettamente, non abbia vissuto questo dramma. Si contemperano valori, sentimenti ed emozioni che quando toccano “ il fine vita”, possono portare a prese di posizione e distinguo non sempre condivisibili e dunque diventano spesso oggetto di discussioni ed interpretazioni non facili da accettare. I casi – nel tempo – non sono mancati e spesso è stata la magistratura a dover supplire a quanto, nel merito, il parlamento non ha provveduto. Basti pensare al 24 settembre prossimo quando la Corte Costituzionale, accertata ormai l’assenza di una decisione da parte dei partiti, terrà un’udienza ed emetterà una sentenza sul fine vita ed il suicidio assistito, che “ di fatto “ sostituirà il legislatore. Un pronunciamento che, per il momento, rappresenta un rebus per tutti. Infatti è proprio il suo valore definitivo, al contrario di una legge che è sempre modificabile, che spaventa non pochi, soprattutto chi teme una “ deriva eutanasica “. Un’altra storia non bella della nostra storia parlamentare. Una complessa problematica che periodicamente torna alla ribalta e che magari avremo modo di affrontare in altra occasione. Tornando a Nadia Toffa, proprio il giorno dei funerali, sui social delle Iene si scriveva: “ Qualcuno potrebbe pensare che hai perso, ma chi ha vissuto come te, non perde mai. Hai combattuto a testa alta, col sorriso, con dignità e sfoderando tutta la tua forza, fino all’ultimo respiro”. L’ennesima dimostrazione di come la protagonista abbia trasformato la sua malattia in un’esperienza pubblica, con il nobile scopo di convincere gli altri che le cose brutte della vita non sono baratri, ma trampolini. Un particolare non secondario se si pensa che dopo l’operazione, la chemio e la radio, la simpatica conduttrice aveva scritto un libro “ Fiorire d’ inverno” dove ha raccontato il cancro e la sua esperienza, anche ricevendo critiche per averlo definito “ un dono, un’occasione, una opportunità”. Proprio qui, su questo particolare passaggio, che vorrei soffermarmi e portare alcune riflessioni. Premessa doverosa è riaffermare che la malattia, come la vita, rimane sempre un’esperienza individuale condizionata da una miriade di variabili, quasi mai riconducibili ad una ricetta collettiva. Infatti chi ha già sperimentato i limiti della condizione umana, sa bene che le parole sono importanti anche in virtù del fatto che non sono tutte uguali. In particolare in bocca a chi fa delle parole la sua professione, come succede per un giornalista, ad esempio. Ancor di più se dispone di un palcoscenico mediatico molto ampio in televisione e sui social, condividendo le fotografie scattate durante le cure a cui si è sottoposta. Ha sempre raccolto ed stata seguita con tanta simpatia ed affetto. C’è pero un vulnus, che mi permetto di evidenziare, contenuto in uno dei passaggi chiave riportati nel libro citato. “ Ecco qui, ragazzi, in questo libro vi spiego come sono riuscita  a trasformare quello che tutti considerano un sfiga, il cancro, in un dono, un’occasione, una opportunità”. Non sono d’accordo, pur ritenendo legittimo scrivere pubblicamente della propria esperienza da malata, senza dover pensare ad una sorta di tendenza che porta a riflettere di questi nostri tempi in cui niente è privato e tutto è pubblico. Certo la questione è altamente soggettiva, ma credo che il termine dono possa sposarsi e completarsi bene con altri termini.  La vita è un dono, un figlio è un dono, come per l’amore e l’amicizia. Ho cercato di capire: perché un tumore? Ci sono stati tempi in cui la malattia era tenuta nascosta, non se ne parlava, considerata una sorta di castigo per chissà quali colpe. Ricordo, fin da bambino, quando in casa, in ambito familiare, si faceva riferimento solo al “ brutto male “. Oggi fortunatamente se ne discute, se ne scrive ( tante anche le autobiografie ) e lo stesso mondo del volontariato, attivo nei diversi luoghi di terapia e cura, ne è una concreta testimonianza. Tutto questo è un bene perché credo aiuti moltissimo altri a non sentirsi soli o stigmatizzati nella malattia. Definire però un cancro un dono, a mio parere, sembra eccessivo anche se – sottolineo nuovamente – lo può essere stato soggettivamente per Nadia Toffa. Dicevo prima che ognuno di noi conosce storie di dolore, di sconfitta, di delusione, di lotta anche strenua verso orizzonti oscuri e mi chiedo se davvero definiremmo un tumore un dono, dopo aver perso un amico, una madre o aver condiviso il tormento di una chemioterapia, di un intervento, di una serie di ricadute. Ancora di più le parole, come già evidenziato, diventano importanti, anche perché le esperienze sono diverse, molto diverse e i tumori non proprio tutti uguali. Compresi gli stessi ammalati. Sì proprio loro con le diverse diagnosi, diverse le possibilità di cura e soprattutto diverse le relazioni da cui trarre coraggio e forza. Alcuni non ce la fanno, altri si aggrappano alla normalità, altri ancora non depongono mai le armi. Altri affidano a un Altro la propria sofferenza. Davvero non c’è un modo giusto ed uno sbagliato per affrontare una dura prova, come quella di un cancro. Ognuno di noi sa che, alla fine, ne esiste solo uno: il proprio.

Gigi Villotta

22 Agosto 2019

“Progetto Verde”: iniziativa di Vittoria Pizzolitto.

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Riceviamo e volentieri segnaliamo una iniziativa di Vittoria Pizzolitto – Consigliera Comunale di Centro Sinistra “Più Avanti Insieme”, ci comunica Vittoria:

“Nell’ultimo Consiglio Comunale di sabato 3 agosto, nell’esprime soddisfazione per la conclusione dell’iter tecnico che riguarda il Bosco di Summaga, ho chiesto all’Amministrazione Comunale di elaborare un “Progetto Verde” di cui la città è priva, con l’obiettivo di provvedere alla ripiantumazione di nuovi alberi in sostituzione delle piante abbattute per malattia (penso a viale Trieste, ma anche al viale del cimitero urbano) e/o colpite dai recenti fortunali, e di alberare nuove zone, viali, piste ciclabili e aree residuali, attualmente prive di vegetazione, lasciate abbandonate.

Grazie per l’attenzione”

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